In questo saggio sostengo che lo studio delle emozioni suscitate da ambienti naturali costituisce un terreno di indagine particolarmente adatto alla prospettiva pragmatica e interdisciplinare delle Environmental Humanities. In primo luogo illustro brevemente la polisemia del termine biodiversità e il duplice uso, scientifico e valoriale, che lo caratterizza fin dalla sua comparsa. Successivamente, mostro come i concetti di valore intrinseco e valore strumentale compaiono nei documenti programmatici internazionali per la conservazione e il ripristino della biodiversità. Infine, a partire dal dibattito sviluppatosi in etica ambientale, delineo una nozione debole di valore intrinseco basata sulla struttura caratteristica di alcune emozioni.
In this essay, I argue that the study of emotions aroused by natural environments constitutes a field of investigation particularly suited to the pragmatic and interdisciplinary perspective of the Environmental Humanities. First, I briefly illustrate the polysemy of the term biodiversity and the dual use, scientific and value-based, that has characterised it since its emergence. Next, I show how the concepts of intrinsic value and instrumental value appear in international policy documents for the conservation and restoration of biodiversity. Finally, starting from the debate developed in environmental ethics, I outline a weak notion of intrinsic value based on the characteristic structure of certain emotions.
L’articolo ricostruisce e interpreta la traiettoria filosofica di Giulio Preti durante il suo periodo fiorentino (1954–1972). Attraverso l’analisi delle sue opere, dei materiali inediti e dell’ambiente culturale italiano del secondo dopoguerra, il contributo mira a mettere in luce come l’esperienza neoilluminista, il complesso rapporto con l’empirismo logico, il confronto critico con la fenomenologia, il pragmatismo e la tradizione marxista abbiano condotto Preti a una posizione filosofica originale – e non esclusivamente in riferimento al contesto nazionale. Il saggio propone di individuare il nucleo teorico della posizione pretiana nell’elaborazione di una teoria dei valori che sia in grado di rendere conto tanto della capacità di raggiungere l’oggettività e l’accordo intersoggettivo nel discorso quanto della possibilità di mantenere un orizzonte critico e ideale di messa in questione dei concreti risultati valoriali di volta in volta raggiunti dalle diverse forme culturali storicamente determinate – siano essi valori morali (e quindi relativi all’ethos di un certo periodo storico), estetici (il gusto) o epistemico/scientifici (le teorie e le credenze giustificate).
The article reconstructs and interprets the philosophical trajectory of Giulio Preti during his Florentine period (1954–1972). Through an analysis of his published works, unpublished materials, and the Italian cultural environment of the post-war period, the contribution aims to shed light on how the Neo-Enlightenment experience, his complex relationship with logical empiricism, his critical engagement with phenomenology, pragmatism, and the Marxist tradition led Preti to develop an original philosophical position. The essay proposes to identify the theoretical core of Preti’s position in the elaboration of a theory of values capable of accounting both for the possibility of achieving objectivity and intersubjective agreement in discourse, and for the preservation of an ideal horizon from which to question and criticize the concrete value outcomes attained, at different times, by historically determined cultural forms.
L’articolo indaga il ruolo della veridicità nell’etica del discorso pubblico democratico. In primo luogo, valorizzando alcuni aspetti della ricostruzione «genealogica» proposta da Bernard Williams in Truth and Truthfulness (2002), si sviluppa un’analisi del concetto di veridicità, che risulta articolato nelle disposizioni della Sincerità e della Precisione, e se ne approfondiscono le valenze etiche. Si argomenta inoltre a sostegno dell’inclusione di un requisito di veridicità nell’etica della comunicazione pubblica politica, riprendendo criticamente alcune proposte elaborate in ambito deliberativo attraverso il richiamo a punti centrali del pensiero habermasiano. Vengono infine discusse alcune obiezioni volte a evidenziare l’indesiderabilità morale e politica di un principio di veridicità privo di qualificazioni, mostrando come un’etica del discorso pubblico sensibile alla specificità dei contesti e delle relazioni sia attrezzata ad accogliere alcuni aspetti di tali obiezioni senza rinunciare a un impegno prima facie nei confronti della veridicità.
In this article, I examine the role of truthfulness in the ethics of public discourse. In the first section, drawing on aspects of Bernard Williams’ genealogical reconstruction in Truth and Truthfulness (2002), I develop a conceptual analysis of truthfulness, understood as comprising the dispositions of Sincerity and Accuracy, and explore its ethical status. In the second section, I argue for the inclusion of a requirement for truthfulness in the ethics of political communication, critically engaging with deliberative proposals and key aspects of Habermas’s thought. The final section addresses objections that challenge the moral and political desirability of an unqualified principle of truthfulness. I argue that a context- and relationships-sensitive ethics of public discourse can accommodate certain concerns raised by these objections while maintaining a prima facie commitment to truthfulness.
La storia dell’intelligenza artificiale, dopo due decenni di sviluppi teorici e ingegneristici, sta attraversando una nuova svolta epocale. La diffusione dei modelli neurali sta rappresentando, infatti, un game-changer, sia in virtù delle incredibili possibilità di implementazione, dal riconoscimento di immagini alla produzione di linguaggio, che per le implcazioni filosofiche che tale diffusione porta con sé, dall’etica applicata all’epistemologia. Il presente scritto intende muovere proprio a partire da queste ultime. La competenza di macchine dalla configurazione ‘neuromorfica’, basate su reti di neuroni artificiali che trattano l’informazione in maniera sub-simbolica e dinamica, potrebbe infatti permettere di rimettere in discussione alcuni assunti del dibattito classico sull’intelligenza artificiale (e sull’intelligenza in generale) circa il rapporto tra sintassi, significati e substrati che li trasportano. Nel segno di una tradizione quasi secolare di intreccio tra ricerca cognitivista e AI, il presente articolo cercherà di far dialogare dialetticamente prospettive embodied della mente e modelli linguistici artificiali, esplorando le nuove, vibranti implicazioni che la ricerca e l’implementazione delle architetture neurali, su tutte i Large Language Models, stanno mettendo alla luce.
After two decades of theoretical and engineering developments, the history of artificial intelligence is going through a turning point. The spread of neural models in fact represents a game-changer, both in virtue of the incredible possibilities of implementation (from image recognition to language processing), and for the philosophical implications that such diffusion brings with it, from applied ethics to epistemology. This paper intends to start from the latter. The competence of machines with a ‘neuromorphic’ architecture, based on networks of artificial neurons that process information in a sub-symbolic and dynamic manner, could allow us to question certain assumptions of the classical debate on artificial intelligence (and on intelligence in general) regarding the relationship between syntax, meanings and the substrates that carry them. In the sign of an almost century-long tradition of intertwining cognitivist research and AI, this article will attempt to dialectically bring embodied perspectives of the mind and artificial language models into dialogue. It will explore the new, vibrant implications that research and implementation of neural architectures, above all Large Language Models, are bringing to light.