Abstract
Viene ripercorsa l’intera attività scientifica di Oreste Macrí, italianista, ispanista, francesista, teorico della letteratura. Viene sottolineata la vastità della sua cultura, la ricchezza dei riferimenti letterari e filosofici presenti in ogni sua pagina critica, la generosità di alcune sue teorie (in particolare di quella delle generazioni). Importante il ruolo da lui svolto all’interno della terza generazione poetica del Novecento: l’ermetismo, che contribuì a fondare e di cui è stato tra i maggiori studiosi. Non è trascurato neppure l’aspetto privato, il ruolo riservato alle dimore vitali, la passione per l’insegnamento, il debito forte che hanno verso di lui generazioni di allievi e studiosi.
This essay traces the scholarly work of Oreste Macrí, an Italianist, a Hispanist, a French scholar, and a literary theorist. It highlights the vastness of his culture, the richness of the literary and philosophical references present in every critical page, and the generosity of some of his theories (particularly that of generations). He played a significant role in the third generation of twentieth-century poetry: Hermeticism, which he helped found and of which he was a leading scholar. Nor is his private life overlooked, the importance given to living quarters, the passion for teaching, and the deep debt owed to him by generations of students and scholars.
Parole chiave
Keywords
1. Sintetico profilo di un maestro
Un ammirato sgomento per la quantità e la qualità del sapere, per la tensione e l’impegno scientifico ed etico, insieme alla consapevolezza di essere all’inizio di un’appassionante e duratura avventura intellettuale accompagnano chi si accosti all’immane opera critica di Oreste Macrí. Professore emerito dell'Università di Firenze, dove ha insegnato Lingua e letteratura spagnola dal 1952 al 1983, Macrí è stato grande italianista, ispanista, francesista, comparatista. Né c’è dell’esagerazione nell’ascriverlo in posizione di assoluta preminenza in ognuno di questi campi. Tra i fondatori della terza generazione poetica novecentesca più comunemente nota col nome di ermetismo ha saputo unire la passione e gli umori del critico militante, il demone tutto generazionale per la traduzione, con il rigore del filologo, del metricista. La sua stessa vocazione critica, nata dall’interesse per la linea romantico-simbolista e dalla scoperta della poesia del grande Novecento europeo, si è subito nutrita dell’esigenza di un rigoroso, accanito lavoro di interpretazione sui testi, da studiare, nel rispetto delle radici umane e culturali, nei rapporti con la tradizione, nelle determinanti componenti semantiche, foniche, ritmiche. A partire dal 1934 (data del suo primo articolo) si sono svolte, con una costanza rara anche nel migliore mondo intellettuale, le ragioni e i risultati di coerenti scelte critiche, di confermate predilezioni di lettura, mentre si sono arricchite e nutrite delle scoperte successive le prime giovanili, geniali intuizioni, le ferme proposizioni di un metodo non strutturato, le suggestioni di teorie funzionali, mobili e discrete.
A volerne sinteticamente ripercorrere il tracciato se ne scopre il nascere all’insegna della militanza (militanza come vocazione invincibile, segno di una mai dimessa radicazione esistenziale al proprio tempo), in anni nei quali le collaborazioni erano affidate, più che a libri, ad articoli di giornale, a fondi di impegno civile e politico. Sarà Kafka a dare l’avvio, nel 1934; poi quel Vico sul quale Macrí si era laureato a Firenze, richiamandosi poi sempre ai suoi “bestioni” e alla Scienza nuova come a un’intuizione capitale per la cultura italiana ed europea. Nel 1938, ad appena venticinque anni, collabora con i periodici più importanti e significativi dell’anteguerra, scrive sui compagni di generazione o sui loro maestri (fondamentale la sua idea che le generazioni nell’atto stesso dell’auto-riconoscimento si inventano e scelgono i padri1). Lui, a quella generazione che si era identificata nell’equiparazione di vita e letteratura, una generazione di cui era stato cofondatore e compagno, e al nucleo di rivolta di quel movimento, sarebbe rimasto sempre fedele, sottolineando le ragioni e radici religiose ed esistenziali, umane e lariche, ontologiche e metafisiche che avevano guidato l’elezione della poesia. Lungo la linea romantica-simbolista aperta in Italia dal Vico, l’ermetismo come singolare ‘avanguardia’ si era collocato per lui sulla linea della grande tradizione europea di Herder, Hamann, Hölderlin, Novalis, Hugo, Nerval, Baudelaire, Mallarmé, Bécquer e rappresentava un fulgido esempio di un’amicizia generazionale che riproponeva, in un paese diverso, il modello della generazione lorchiana nata in Spagna intorno alla Residencia de estudiantes.
Fondamentale e profetico nel campo degli studi di italianistica per la stessa successiva evoluzione degli autori il suo Esemplari del sentimento poetico contemporaneo (Macrí 1941); gli sarebbero seguiti, a raccogliere articoli meditati nel tempo, Caratteri e figure della poesia italiana contemporanea (Macrí 1956), Realtàdel simbolo (Macrí 1968) e una quantità innumerevole di saggi sempre sottilmente inscritti nella forza di una realtà del simbolo fattasi «vita della parola» (questo il titolo complessivo della sua ultima trilogia di italianistica2), ricerca e inveramento, in ogni dettato poetico individuale fortemente e biograficamente motivato, dei motivi larici, degli archetipi, di quelle che avrebbe teorizzato e di cui avrebbe parlato come delle quattro radici della poesia.
In questa linea, e nella cercata ricostruzione della mente dell’autore attraverso lo studio puntuale del testo (attraversato ogni volta in diacronia e sincronia), i suoi studi su Foscolo e su Manzoni (proiettati in direzione comparatista3), su D’Annunzio, Onofri, Ungaretti, Rebora, Montale, Quasimodo, Betocchi, Gatto, Landolfi, Pratolini, Bigongiari…, le sue edizioni complete delle opere di Fallacara, di Bodini4. Alle quali si sono affiancate quelle degli autori del Novecento spagnolo (i Canti gitani e andalusi di Lorca, l’Opera poetica di Jorge Guillén, quella monumentale delle Obras completas di Antonio Machado) mentre la poesia spagnola sarebbe stata conosciuta in Italia a partire dagli anni Cinquanta attraverso le molteplici e sempre aggiornate edizioni della sua Poesia spagnola del Novecento. E ancora in ambito ispanico i suoi studi sul Quattrocento e sul Siglo de oro, culminati nell’edizione di Herrera e di Fray Luis de León, nonché in zona otto-novecentesca l’edizione delle Rime di Bécquer e dell'Oceanografia del tedio di D’Ors5.
Nel campo degli studi francesi di grande importanza il commento e traduzione alle Figlie del fuoco di Nerval e la fondamentale edizione del Cimitero Marino di Paul Valéry, in un libro che, dell’opera di Valéry, in un commento mirabile per acutezza e dottrina, studia i lontani archetipi, i legami autobiografici, le fonti/suggestioni culturali, con l’obiettivo di creare una grande partitura ove la musica e parola del Cimitero marino si rispondono in diacronia e sincronia, in una fusione totale di significante e significato (Macrí 1989). Analogo a questo per la messa in gioco dello scibile metodologico, tecnico, culturale dell’Occidente umanistico, il volume degli Studi montaliani, ove poesia e filosofia, scepsi e fede, demonismo e animismo, musica e sprung rhythm servono a ricostruire le linee della motivazione totale del significante poetico (Macrí, 1996).
Ma, detto questo, il nucleo più vero del suo insegnamento non si è ancora individuato appieno, giacché nei suoi scritti (da cui si continua a imparare nel tempo) contano anche altri elementi più sfumati e nascosti che, al di là dei risultati scientifici sull’oggetto, ci dicono qualcosa dell’autore del libro, rivelandone (tramite le predilezioni, il linguaggio, i miti...) la grandezza e l’umiltà, il rigore e la vocazione didattica, la capacità allocutoria e la dimensione ludica. A chi le legga anche con questa attenzione, le sue opere (come quelle degli scrittori che ha amato) rivelano elementi essenziali del vissuto (le amicizie, gli incontri...); ed ecco allora che improvvisamente le corrispondenze si infittiscono, e ogni scritto (già importante di per sé, per lo studio di autori e testi) si inserisce in un dialogo serrato con gli altri, quasi a farne tasselli di un panorama ben più generale. A risultarne è la forte urgenza categoriale di una mens critico-filosofica che si è ‘addannata’ (per usare una parola a lui cara) a indagare gli investimenti simbolici dell'intenzionalità umana: Erlebnis e Storia, simbolo e azione, vita e poesia.
E così, partiti dal Novecento, al Novecento si torna. È su quel secolo che il vissuto del critico, dei suoi interlocutori, dei protagonisti della sua opera, gioca più che altrove; mentre la geografia areale, le dimore vitali tendono a calarsi in una storia nel momento in cui è ancora in fieri. Una storia che mescola, anche per Macrí, per questo maestro a cui tanto dobbiamo, il pubblico e il privato, rivelando accanto al rigore degli studi quanto può suggerire la vena tenuta a lungo nascosta di un narratore tra paradosso e ironia, malumore e umanissima pietas (a testimoniare tra l’altro il generoso sacrificio generazionale della scrittura creativa in favore della critica).
«Maravilloso Macrí, exegeta impar» di poeti, «grande Oreste Macrí»: così l’ha ricordato nell’Arboleda perdida il poeta spagnolo Rafael Alberti. A questo «maravilloso arcángel» (uso ancora un’espressione di Alberti) Firenze deve particolare gratitudine. Non solo perché l’aveva eletta sua definitiva dimora (dopo la nativa salentina Maglie, e la Parma del dopoguerra, della cui cittadinanza onoraria andava orgoglioso6), ma perché a Firenze, per sua volontà, presso l’«Archivio contemporaneo Alessandro Bonsanti» del «Gabinetto scientifico G. P. Vieusseux» si è costituito un Centro studi intitolato al suo nome che conserva i quasi ventimila volumi della sua biblioteca e un archivio epistolare di grande importanza7.
2. Tra pubblico e privato
Macrí usava annotare su grandi quaderni rigati impressioni e aforismi, schemi o vere e proprie stesure di riflessioni narrative dialogizzate. Niente a che vedere con un diario (ove a prevalere è la personale autobiografia), e neppure con uno zibaldone, ibrido per giunta, visto che la scrittura si mescolava con disegni, caricature, ritagli di giornale, fotografie. Erano, quei quaderni, piuttosto, una sorta di brouillon, di mini-dizionario privato, un luogo dove fissare idee, registrare allo stato di natura (attraverso una specie di collage braquiano o picassiano della scrittura) elementi suscettibili di riflessione, di racconto. Non a caso numerati e raccolti sotto il titolo che sarebbe stato poi quello delle sue prose (edite e inedite), inscritte, sotto il nome di Simeone, all’insegna del malumore. Malumore come humour noir, parodico ludus (per eccesso di pietas) di tutte le contraddizioni e debolezze della storia e della politica, degli individui e della loro complessa e prevedibile psicologia. Soltanto in quelle prose, ma dietro e grazie allo schermo del travestimento, dello sdoppiamento (da un lato Simeone, l’imperturbabile narratore ‘filosofo’, dall’altro il dott. Macrí, con i suoi affetti e la sua vita mortale), Macrí avrebbe fatto di tanto in tanto dell’autobiografia, avviando una ‘metafisica’ riflessione sul mondo in absentia (accompagnata da quella leggera vertigine che va col pensiero che ipotizza la graduale scomparsa dell’io, nella permanenza, per altri, del tempo e dei luoghi amati).
Componendo, in quella diade dialogica, il riconoscimento in sé di due anime (una razionale-filosofica, l’altra umano-patetica), Macrí sarebbe riuscito a dire, con sorriso ironico e con quell’estremizzazione finale atta a temperare, alla maniera dei classici, l’emozione, quanto aveva vietato a ciò che non era ‘generazionale’ (ovvero collettivo, comune, sia pur vissuto nella forma della biografia). Proprio in una delle ultime annotazioni (si potrebbe dire l’ultima, se si eccettuano poche righe aggiunte) delle sue Prose del malumore (nel III quaderno, che parte dal 1992) si legge nell’ultima pagina scritta, al n. 196, in data Natale 1997, in risposta a una immaginaria domanda relativa a Patria-Heimat-country-Home-Patrie: «Io sono magliese, salentino, di Terra d’Otranto, pugliese, meridionale, italiano, europeo, occidentale, terrestre, solare, spaziale, metafisico». Che era declinare, poche settimane prima della morte, sinteticamente, il senso della dimora vitale come radicazione larica alla terra dei padri, subito allargata, dal paese (Maglie), alla regione ideale posta tra “tre mari” (la Puglia, o meglio l’amato Salento), costituitasi nella storia preunitaria e unitaria di un’Italia manzonianamente sentita “una” di lingua e religione, memorie e cultura; proiettata, nella sensibilità di una passione irrimediabilmente moderna, verso l’Occidente europeo. Il senso di appartenenza, la nostalgia, la saudade, le mal du pays restavano s’intende appannaggio di quel primo spazio geografico (natura ancora prima che storia, inconscio prima che coscienza) che ne aveva marcato l’accento, malgrado ogni fonologia; anche se la progressione era stata fatale, per forza di cultura, per vocazione storica (magari anche per insegnamento di antichi filosofi meridionali) fino a superare quelle prime otto tappe e proiettare oltre, verso una graduale assenza di confini, chi si era riconosciuto, nel partire, un confine. Il valore esemplare dell’evento si rafforzava insomma nella creazione di un processo scalare, la cui sintetica oltranza (che pur aveva in sé una verità totale: terrestre, solare, spaziale, metafisico) finiva per apparire ironica, quasi la conclusione fosse in contraddizione con le premesse. L’umorismo dell’astrazione bilanciava insomma il troppo umano dell’avvio, mentre la patria diventava Heimat, il luogo perduto, il proprio luogo, la casa, là dove si vuol tornare. Dalla patria alla patrie (un invito e una lezione che dovremmo tutti imparare in questi difficili decenni e soprattutto negli ultimi anni del nuovo millennio), attraverso la cultura di paesi che hanno sofferto lo sradicamento e l’ansia metafisica; saldando sull’assoluto l’urgenza di una terra natale bodinianamente geometrica, ungarettianamente barocca, trasformata dalla leggenda, strutturata su passione e tragedia. Una terra alla quale, attraverso le tante lingue della cultura, può ricondurre ad un tratto anche il raddoppiamento di qualche consonante o la chiusura costante della e e l’apertura impropria della o. Elementi, questi ultimi, capaci di creare improvvise agnizioni o ridestare l’eco di un sostrato magico-popolare che doveva andare ancora più addietro, nel mondo mitico dell’infanzia (circo e animali feroci affabulati in rapimenti, di contro a una tranquilla vita borghese), quando il dialetto aveva per il bambino un valore incantatorio e le parole della balia Saletta (chiagne, chiagne), al di là di ogni pertinente semantica, potevano apparire perfino consolatorie.
Come poi tutto questo potesse fondersi con altra nostalgia e tenerezza (quella per la Parma industriosa e accogliente del suo decennio; per l’aspra Firenze, ad un tratto svelata nella sua perfezione albertiana dai colli e sui colli in prospettiva foscoliana) l’avrebbero silenziosamente mostrato le scelte della vita. Se emigrazione c’era stata, era stata insomma la volontà a guidarla. L’essere italiano aveva contato più dell’essere magliese, l’essere europeo più dell’essere salentino, e più ancora aveva pesato l’elezione occidentale (alla cui base la cultura giudaico-cristiana), l’appartenenza al mondo... Col risultato però di avere moltiplicato le patrie, e con quelle il dantesco ‘desio’.
Il fatto è che di storia aveva bisogno il nostro Don Oreste “metafisico”; e il nativo Salento, al di là della grandezza greca alla quale rinviava lo stesso suo nome (Macrí), pareva, dopo l’ultima speranza federiciana, essere arretrato in una ‘mitezza’ archetipica, propizia alla tetriade (anche della biografia: non si scordi il geniale quadrilatero madre-luna-mare-morte rilevato nella poesia di Gatto, e rintracciato, magari incompleto o in variate valenze, in tanta poesia novecentesca meridionale), ma non certo all’impegno e all’azione. Come se la ‘perdita d’energia’ dovesse andare fatalmente assieme all’assenza, all’‘illusione dell’assoluto’, alla ridotta coscienza di sé e di un’identità come sdoppiata in delirio. Lasciato insomma al Circolo cittadino il suo immaginato doppio (compagno del Vittorio Bodini autore del Contino Danilo8), l’Oreste Macrí destinato a dialogare con Simeone (marqué dagli studi e dalla docenza universitaria, il tutto esperito ed esercitato in Toscana, e per un cinquantennio) avrebbe cercato architetture piuttosto che natura, Rinascimento contro Barocco, differenze, sottigliezze, punti di riferimento contro indifferenziato. Un modo, tra le costanti elementari e rassicuranti del pianeta (case, ville, acqua), per arginare l’invadenza dell’archetipo, lo sgomento per la forza devastante della naturalità ‘impudica’. Che era anche tentativo di mettere a freno un germe potenziale di follia, di disciplinarlo e restituirlo in creatività ordinata, generosa. Platone, Plotino, riletti alla luce del pensiero ficiniano; Telesio, Bruno, Campanella convogliati nel sistema di Vico, nell’elezione conseguente e pressoché immediata della poesia sulla filosofia. La gnosi insomma si faceva umana, misurandosi sull’événemenentiel del fiaccheraio, della trattoria, degli amici scoperti all’improvviso in una città fredda e parsimoniosa, ma né fredda né assente nella grande arte albertiana o nel dettato della generazione ermetica che andava nascendo. La Firenze popolare, artigiana, schietta e generosa (rimasta intatta in tanti romanzi di Pratolini) sarebbe stata, all’insegna del coraggio (“ci facemmo coraggio” era un sintagma che usava per alludere ai tempi della guerra e della dittatura), compagna dell’altra delle riviste, delle scoperte, delle traduzioni, della vocazione al comparatismo9 proprie di una generazione che si era auto-educata scegliendosi per maestri i rappresentanti del grande romanticismo e simbolismo europeo. Un mondo di amici ‘ammalati’ di letteratura, di poesia, che tra caffè, carteggi, riviste, in solidarietà di passioni (il calcio, il cinema, l’arte...), avrebbero avviato un ininterrotto ragionamento sui testi (questo il titolo di quella che avrebbe dovuto essere una grande rivista generazionale, poi battuta sul tempo e soppiantata da «Campo di Marte»), nutrendolo e nutrendosi (nel caso di Macrí soprattutto) di una umanistica e foscoliana passione civile e di un’incoercibile vocazione didattica.
Macrí avrebbe unito sempre paideia e ricerca, insegnamento ed ascolto, costruendo gli interrogativi culturali, i punti sui quali si ‘addannava’ a capire nella forma di un dialogo che prevedeva un rapporto paritetico con l’altro, se non nella cultura (ché talmente evidente era su chiunque la sua superiorità di conoscenza e intelletto), certo nell’allocuzione. Come se il pensiero avesse (montalianamente) bisogno di un tu al quale rivolgersi, fosse il Lettore più volte evocato nei libri, o il collega, l’allievo; giacché la ricerca culturale presupponeva un mondo al quale comunicarla, con il quale confrontarla, discuterla, con umiltà, decisione e fermezza. Intransigente dinanzi alla verità, diveniva poi mite e autocritico con gli amici; pronto a discutere, a mettere in dubbio anche i risultati più audaci, a chiedere critiche, a provocarle, ad accoglierle.
Così nella cultura, a partire da un punto lontano, si era costituito il triangolo geografico della sua vita (Lecce/Parma/Firenze), fatto di luoghi deputati eletti all’improvviso, e da sempre portati dentro come memoria. Inutile dire ancora della patria chica, fondata su antica civiltà greca, araba, normanna, singolarmente analoga alla Spagna (alle Spagne) della maturità (non si scordi il Salento ispanizzato e la Spagna salentinizzata di Bodini, genialmente inventata nelle sue pagine critiche); gioverà piuttosto ricordare la Parma dalla «grazia sottile e balenante» degli anni 40 e 50, divenuta, per forza di cuore mente e lavoro, straordinario centro di cultura europea (per improvvisa concentrazione di ingegni, per capacità di fondere qualità della vita e impegno civile) e la Firenze dei pittori e dei poeti, ove la cultura letteraria della vera avanguardia poteva trovare patria e rifugio. Se a Parma c’era l’editore Guanda (a pubblicare, nelle traduzioni di Macrí e compagni la grande poesia spagnola del Novecento, Lorca in primis), a Firenze, per Macrí e la sua generazione ci sarebbe stato Vallecchi, e, prima dell’Università, la scuola dei Padri Pii Fiorentini (dove, dopo una notte di disperazione, il giovanissimo Macrí aveva ritrovato intera la capacità didattica dell’infanzia: giocare a insegnare).
Quell’humus larico che aveva nutrito di umanità ogni sua pagina critica, facendo del suo orgoglio per l’origine in una terra ai margini del mondo (nella quale pur si serbava memoria di tracce ebraiche e di grandi studiosi moderni) una costante di un animus curioso, votato a una saggezza e giovinezza perenne, avrebbe marcato, oltre il fondo greco latino, la sua stessa lingua, assieme moderna e aulica, impastata com’era, in originalità totale, di neologismi e costrutti desueti, inversioni, endiadi, aggettivi possessivi assoluti... A risultarne era (oltre una certa difficoltà iniziale) una scrittura suggestiva di sinteticità fulminante, costantemente volta al gusto definitorio (assi delle ascisse e ordinate, sintagmatico e paradigmatico, quadrati, rettangoli, triangoli fonetici...), non priva di divertissement per lo sgomento eventuale dello smarrito ascoltatore.
3. Parlando sul filo della memoria
Si sarà già capito che il severo studioso poteva anche mostrare un volto complementare. Poteva ad esempio divertirsi ad andare contro corrente facendo quello che non ci si aspettava. Una volta - mi vanto e molto devo all’essere stata sua allieva - nell’incertezza di quale lingua scegliere per il mio piano di studi, che prevedeva un esame biennale di una lingua straniera, andai a sentire le prime lezioni di ogni lingua… Macrí quell’anno faceva un corso su Jorge Guillén e io, appassionata di poesia del Novecento, mi dissi: pazienza, imparerò lo spagnolo. Le sue lezioni erano belle, spesso anche divertenti. Ricordo che una volta, d’inverno, era andata via la luce nella ‘cantina’ di via del Parione dove faceva lezione nel pomeriggio: noi studenti si cominciò a rumoreggiare mentre lui continuava a parlare come se niente fosse, chiedendo, quasi stupito del brusio, se fosse successo qualcosa. Un’altra volta, sempre a proposito della componente didattica di cui Laura ci ha appena parlato, si accorse che in fondo all’aula c’erano degli studenti distratti. Siccome fumava – all’epoca si poteva farlo anche a lezione – si mise in bocca la sigaretta alla rovescia, dalla parte del fuoco. Inutile dire che riuscì in un istante a risvegliare tutti. Due aneddoti per dire che sapeva unire la passione profonda per la cultura, una serietà vera verso la vita, la sensibilità per quanto di drammatico c’è nell’esistenza, all’ironia, alla capacità di divertirsi e di divertire. Era assolutamente geniale. Credo non ci sia altra parola per definirlo.
Quando mi sono posta il problema di parlare di quello che aveva fatto come critico sul versante dell’italianistica, ma anche della francesistica, dell’ispanistica -mirabile il suo volume su Valéry, autore su cui ha lavorato sempre, per non parlare degli ispanici-, l’unica parola che mi è sembrata adeguata per definirlo è stato un termine inventato un po’ da lui ma soprattutto da me: macritica. Cosa era la sua critica? Macritica appunto: un modo indimenticabile e assolutamente unico di scrivere, parlare, porre i problemi. Era una struttura, un intero sistema che coinvolgeva la sua sterminata conoscenza delle letterature europee e la capacità di muovervisi dentro. Quando aveva pubblicato all’inizio degli anni 40 gli Esemplari del sentimento poetico contemporaneo quel libro si apriva con un saggio su Rilke e continuava con pagine belle e intense sul simbolismo. Sappiamo per altro che aveva avuto una formazione filosofica. La passione per la cultura integrale si univa felicemente in lui alla componente della militanza. È la militanza che ne ha fatto uno dei pilastri della terza generazione del Novecento, quella alla quale si è sempre vantato di appartenere scegliendo per sé un ruolo subalterno. Raccontava che testi creativi di tipo ironico-parodico sarebbe riuscito/riusciva a scriverli anche lui (in effetti in privato lo ha fatto: sono stati pubblicati negli ultimi anni sotto il titolo di Prose del malumore), però aggiungeva subito: ma c’era Landolfi…
Splendide le sue traduzioni di poesia. Se si facessero le concordanze delle versioni di Macrí si troverebbero non poche influenze delle sue traduzioni nei testi dei poeti della sua generazione e anche delle successive. D’altronde tutti, i classici stranieri li abbiamo letti in traduzione e in traduzione abbiamo letto anche la poesia. Lorca, Machado ci sono arrivati attraverso la lingua di Macrí e hanno formato la nostra lingua. Si sentiva al servizio di una generazione. Per questo usava sempre il pronome plurale noi (‘abbiamo creduto’, ‘abbiamo fatto’…). Anche a sfogliare velocemente i suoi libri (mi limito a quelli ‘italiani’, straordinari) ci si accorge subito che aveva capito tutto, che aveva individuato i veri valori. Prendete il suo primo libro, poi quello del ’56, i nomi che contano erano già tutti identificati con sicurezza: Ungaretti, che ancora non aveva l’importanza che avrebbe acquisito, Montale, Betocchi, Comi (una sua passione meridionale) per arrivare ai compagni di generazione, allora giovanissimi: Gatto di cui parla già nel 1940, più tardi saranno Luzi, Bigongiari, Parronchi, e tanti altri. Di errori di valutazione non ce ne sono; ci sono ben inteso delle scelte. Fallacara che appare già nella prima raccolta rientrava in una linea precisa di religiosità esplicita, come Onofri, Comi, Ungaretti… Il suo essere critico militante lo portava a pronunciarsi su libri appena usciti, ma non con l’intento di valutare, bensì con quello di capire.
Potrei dire che era abitato da una componente fortemente novecentesca. I classici del passato (fossero Fray Luis de Leόn o Juan de Valdés) li leggeva nel loro tempo, ma arrivandoci attraverso una sensibilità tutta moderna. Parimenti il binomio letteratura come vita, lanciato da Bo e diventato manifesto della generazione, era in qualche modo strutturale in lui, costitutivo del suo modo di scegliere e leggere, qualcosa di sentito e vissuto fin nel profondo. Editore di testi - secondo un ‘mestiere’ che aveva appreso dal maestro Casella, ma che aveva perfezionato - sarebbe entrato in dialogo con i grandi romanisti. Ricordo che a proposito della Chanson de Roland Cesare Segre lo ascoltava con attenzione, riconoscendolo un maestro.
Si dovrebbe parlare delle sue traduzioni, della sorprendente ermeneusi della grande letteratura europea, della passione comparatistica, della sua idea dell’Europa come di una grande terra di confronto. Mi soffermo solo sul suo lavoro sulle concordanze. Oggi con le concordanze informatiche si trova tutto in pochi minuti. Ma prima non era così: non c’erano i computer, e anche le concordanze cartacee sarebbero venute decenni dopo. Macrí, fin dalla giovinezza, si era munito di grandi quaderni sui quali schedava tutto. Ore e ore passate a registrare manualmente le ricorrenze nei testi dei poeti.
E poi va ricordata la pietas amicale che lo ha portato a studiare in ritardo e quasi con rimorso le opere degli amici scomparsi: si pensi ai libri dedicati a Bilenchi, a Pratolini, a Bodini. Definitiva la sua edizione delle poesie di Bodini, il grande amico salentino al quale l’aveva legato un’amicizia intensa e tempestosa nella quale non erano mancati contrasti. Era un’amicizia fraterna (Macrí vi svolgeva il ruolo di fratello/maestro maggiore), eppure, per divergenze letterarie e non solo, si erano trovati a darsi del lei e a interrompere a lungo ogni rapporto. Ma passati gli anni, quando Macrí seppe che Bodini era sotto concorso, fece di tutto perché riuscisse ad avere il riconoscimento universitario che meritava. E l’amicizia si ricompose. Poi Bodini sarebbe scomparso precocemente. E Macrí, cosa fa per lui? Ne ordina e raccoglie le poesie offrendone un’edizione completa accompagnata da uno studio introduttivo che è ancora oggi imprescindibile per chiunque voglia avvicinarsi all’autore. Certo si era preso, nel lavoro di ricomposizione dei testi, qualche divertente libertà. A qualche collega che aveva sollevato obiezioni rispondeva: “Gliel’ho chiesto” (parlava dell’ombra dell’amico) “e mi ha detto che potevo procedere”. Come dire che era talmente forte la conoscenza che in mancanza di dati certi poteva permettersi, in casi limite, di interpretare e integrare per interposta persona.
Sono convinta che uno degli epistolari più belli della cultura italiana del Novecento sia quello tra Vittorio Bodini e Oreste Macrí (Bodini-Macrí 2016). Per decenni, fin dalla giovinezza, con l’entusiasmo delle scoperte e la voglia di fare, parlano tra loro di letteratura, di traduzione, di riviste (a partire dalla «Vedetta mediterranea», dalla «Fiera letteraria»…), di collaborazioni… Parlano, nei limiti in cui si poteva farlo al tempo della censura, anche di politica. Tutti in odore di antifacismo, anche se non dichiarato (si pensi a «Campo di Marte», chiuso dalle autorità dopo appena un anno di vita e al pezzo di congedo di Pratolini sul numero che ne segna la fine). La guerra la vive come una tragedia; in una lettera parla di un giovane ucciso di cui lui e la moglie dalla finestra vedono il corpo abbandonato sopra la neve. Ne ricordo un’altra, del 17 agosto 1945, nella quale nel rispondere a Bodini che lo rimproverava di non lanciarsi attivamente nella politica, di occuparsi sempre e solo di letteratura, di scrivere in una maniera illeggibile – questa l’accusa ritornante del tempo – Macrí risponde ricordando con desolazione che la fine del conflitto non era stata segnata dalla vittoria di una moralità contro la barbarie, ma dal prevalere di una forza su un’altra forza. Aveva intuito insomma, prima della metà del secolo scorso, quanto di meno bello sarebbe successo dopo (potremmo perfino dire quanto continua a succedere ancora oggi). E rispondeva:
Che fiducia posso riporre nella nuova società […] questa guerra è stata la prova della degenerazione e della mala volontà: nulla mi ha insegnato di valido […] potrei credere a mondi spirituali in conflitto? […]. Se c’è stata una rivolta è stata la rivolta d’una forza contro un’altra forza, non d’una educazione contro una forza. E se avessero funzionato degli ideali internazionali, se il mondo si fosse educato a tempo fin dalle radici, avremmo avuto tedeschi contro inglesi, russi contro italiani? […] non posso dare la sensazione che desidero una nuova società da sostituire all’antica, perché la società per me resta la stessa, cioè fondata sull’economia e sulla forza, senza nessun segno all’orizzonte d’un’educazione profondamente umana. E allora, si resta in esilio […]. Mi attendono lunghi anni di studio, di lavoro […]10.
Macrí è stato anche un grande teorico. Si pensi alla sua teoria delle generazioni (Macrí 1995), avversata da tanti che non hanno voluto capire che si trattava di un sistema duttile che collocava autori e opere prime a posteriori e non a priori. Era convinto che molti scrittori, isolati, sarebbero stati dimenticati; la generazione fa crescere insieme, arricchisce gli uni con gli altri … Di fatto la sua teoria è profondamente democratica. Fa capire un’evidenza: nella realtà letteraria (e non solo) ci sono inevitabilmente maggiori e minori. Di molti minori se fossero stati da soli non sapremmo probabilmente più niente, si salvano invece nella generazione… Giorni fa abbiamo ricordato con un piccolo convegno all’Istituto del Rinascimento Antonio Rinaldi. Un poeta, uno scrittore certo significativo, ma non di primo piano. Ma era amico di Morandi, di Ragghianti, era stato allievo e amico di Roberto Longhi…: collocato tra collaborazioni, amicizie, incontri, insomma dentro una generazione, il suo nome, la sua opera acquistano una diversa importanza e lo leggiamo con rinnovato interesse e profitto.
Importante la sua valorizzazione delle dimore vitali, compresa la sua, salentina, mai dimenticata11. Diceva scherzando che era diventato ispanista perché il castigliano era l’unica lingua che si poteva conciliare con il dialetto salentino che non aveva mai perduto. A caratterizzarlo – si diceva – la passione letteraria, l’impegno politico, editoriale. Aveva fondato a Parma una collana Guanda di traduzioni, e poi… i suoi libri di italianistica, i suoi Esemplari (splendido titolo): esemplari del sentimento… esemplari come proposto dalla filosofia ficiniana, albertiana; sentimento non come pathos, ma come modo di sentire e calare in poesia il tempo… E poi Caratteri e figure, Realtà del simbolo… il simbolo a cui credeva, la cui ricerca ha guidato dall’interno l’ultima trilogia che mi aveva affidato, di cui abbiamo stabilito insieme gli indici, di cui ho curato le introduzioni. Una trilogia all’insegna della vita della parola, al centro della quale sta un libro bellissimo dedicato a Montale (Macrí 1996). Molti lo trascurano e non lo citano, atterriti dalla difficoltà. Ma Macrí non è difficile: l’ho sempre capito, anche quando ero studente. In caso di bisogno, basta stare qualche ora sulle prime pagine, comprendere come funzionano, poi si va avanti senza difficoltà. Si capisce piuttosto quanta complessità ci sia in ogni periodo; niente è gratuito. Non c’è una frase che non sia necessaria. Non so se sia una sorta di ‘perversione’, ma molto spesso io trovo davvero bella la sua scrittura, una scrittura che riesce a condensare e a dire tante cose. Nel libro su Montale parla della motivazione verbale, tira in ballo Hopkins, legge liriche in cui c’è la musica…. Il volume su Montale (il secondo della Vita della parola) sarebbe uscito prima di Ungaretti e poeti coevi per arrivare a tempo con il centenario montaliano del ’96… Nel terzo tomo della trilogia (Da Betocchi a Tentori) l’ultimo poeta trattato è Zanzotto. Il titolo dice molto della pietas macriana. Certo Tentori era un buon poeta, un ottimo traduttore, però sicuramente meno noto e importante di Zanzotto, ma Macrí lo conosceva, mettere il suo nome sul frontespizio era un modo per richiamare l’attenzione su di lui, rendergli omaggio…
Nei decenni che ci separano dalla sua morte, assieme ai miei allievi ho portato avanti un lavoro colossale. Tante tesi di laurea, triennale e specialistica, tanti ragazzi, tanti libri dove sono confluiti i risultati di un lavoro sui materiali da lui donati all’«Archivio contemporaneo», un lavoro fatto di schedature, di regesti12. L’ultimo uscito è un volume di 3.354 pagine scaricabile gratuitamente dal sito della Firenze University Press che contiene la schedatura e i regesti della circa 17.000 lettere conservate nel suo Fondo. Si tratta di uno strumento importante non solo per studiare Macrí ma per lavorare sulla cultura del Novecento. Certo, ci sono degli errori, ma la mano d’opera era di ragazzi che si sono formati sul campo, animati da buona volontà e da una grande passione. Bisogna accettare il rischio degli errori, se si ha troppa paura di sbagliare non si fa niente. Quel libro, come tutti gli altri che a cura di giovani hanno portato alla luce preziose corrispondenze (sono almeno una ventina i miei allievi il cui nome è riportato all’interno di Collini 2018 e che figura siglato qua e là sulle cover di altri con gli acronimi di GREM, GRBM, NGEM13) è un doveroso omaggio reso da generazioni diverse a un grande maestro dell’Ateneo fiorentino a cui non solo io, ma tutti continuiamo a dovere tanto.
Note
-
Cfr. Macrí 1995.
-
Macrí 1998, Macrí 1996, Macrí 2002.
-
Cfr. Macrí 1976, Macrí 1980.
-
Bodini/Macrí 1983.
-
Cfr., per una raccolta degli studi ispanici, Macrí 1996a.
-
Cfr. Macrí 1998a.
-
Il suo lascito era molto più grande, visto che prevedeva un’ingente somma di denaro da destinare a borse di studio per giovani ispanisti e studiosi di comparatistica e la donazione del suo appartamento alle pendici di Fiesole e della sua quadreria, ricca di maestri del Novecento. Oltre all’appartamento, allo stanziamento finanziario, anche le opere d’arte, così come i libri e cataloghi d’arte, contrariamente alla sua volontà, sono stati dislocati altrove (della quadreria resta soltanto un catalogo in un libro che riunisce i suoi scritti d’arte [cfr. Macrí 2002a]).
-
In proposito si veda Dolfi 2025.
-
Cfr. Dolfi 1996 e Dolfi 2004a.
-
Bodini-Macrí 2016, pp. 116-117.
-
Cfr. Macrí 1998a. Alla postfazione a quel libro (Dolfi 1998) è in gran parte debitore il secondo paragrafo di questo scritto.
-
Cfr. Dolfi 2002, Dolfi 2004.
-
Rispettivamente Gruppo ricercatori (alias ‘ragazzi’) epistolari Macrí, Gruppo ricercatori biblioteca Macrí, Nuovo gruppo epistolari Macrí.
Bibliografia
-
Bodini/Macrí 1983 = Vittorio Bodini, Tutte le poesie 1932-1970, a cura di Oreste Macrí, Milano, Mondadori, “Oscar”, 1983 (riedita da Besa, Lecce 1997).
-
Bodini-Macrí 2016 = Vittorio Bodini-Oreste Macrí, «In quella turbata trasparenza». Un epistolario (1940-1970), a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni.
-
Collini 2018 = Lettere a Oreste Macrí. Schedatura e regesto di un fondo, con un’appendice di testi epistolari inediti, a cura di Dario Collini con la collaborazione di Sara Moran, Marta Scintu e del “NGEM” sotto la direzione di Anna Dolfi. Cura editoriale di Alberto Baldi. Firenze University Press (https://books.fupress.com/catalogue/lettere-a-oreste-macr/3747).
-
Dolfi 1996 = Anna Dolfi, Macrí e il metodo comparatistico, in Per Oreste Macrí. Atti della giornata di studio […], a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni, pp. 363-370.
-
Dolfi 1998 = Anna Dolfi, Per una lectio brevis della memoria, in Macrí 1998, pp. 149-156.
-
Dolfi 2002 = Lettere a Simeone. Sugli epistolari a Oreste Macrí, a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni.
-
Dolfi 2004 = I libri di Oreste Macrí. Struttura e storia di una biblioteca privata, a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni.
-
Dolfi 2004a = Una comparatistica fatta prassi. Traduzione e vocazione europea nella terza generazione, in Traduzione e poesia nell’Europa del Novecento, a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni, pp. 13-30.
-
Dolfi 2007 = Anna Dolfi, Percorsi di macritica, Firenze, Firenze University Press (al volume è allegato un CD-Rom con il Catalogo della biblioteca di Oreste Macrí presso l’Archivio contemporaneo «A. Bonsanti» / Gabinetto Scientifico Letterario «G.P. Vieusseux», a cura di Helenia Piersigilli e del «GRBM» sotto la direzione di Anna Dolfi e Laura Desideri).
-
Dolfi 2025 = Anna Dolfi, “Le tracce dei miei passi”. Un retablo per Vittorio Bodini, Lecce, Besa.
-
Macrí 1941 = Oreste Macrí, Esemplari del sentimento poetico contemporaneo, Firenze, Vallecchi (ed. anastatica con prefazione di Anna Dolfi, Trento, La Finestra, 2003; allegato al volume il CD-ROM con l’Inventario del Fondo Oreste Macrí presso l’Archivio contemporaneo «A. Bonsanti» / Gabinetto Scientifico-Letterario Vieusseux, a cura di Ilaria Eleodori, Helenia Piersigilli, Francesca Polidori, Cristina Provvedi, sotto la direzione di Anna Dolfi e Caterina Del Vivo).
-
Macrí 1956 = Oreste Macrí, Caratteri e figure della poesia italiana contemporanea, Firenze, Vallecchi (ed. anastatica con prefazione di Anna Dolfi, Trento, La Finestra, 2002).
-
Macrí 1968 = Oreste Macrí, Realtà del simbolo. Poeti e critici del Novecento italiano, Firenze, Vallecchi (ed. anastatica con prefazione di Anna Dolfi, Trento, La Finestra, 2001).
-
Macrí 1976 = Oreste Macrí, Varia fortuna del Manzoni in terre iberiche (Con una premessa sul metodo comparatistico), Ravenna, Longo.
-
Macrí 1980 = Oreste Macrí, Il Foscolo negli scrittori italiani del Novecento con una conclusione sul metodo comparatistico, Ravenna, Longo.
-
Macrí 1986 = Oreste Macrí, Carteggio Macrí-Quasimodo, a cura di Anna Dolfi, in O. Macrí, La poesia di Quasimodo, Palermo, Sellerio, pp. 325-383.
-
Macrí 1989 = Oreste Macrí, Il cimitero marino di Paul Valéry. Studi, testo critico, versione metrica e commento, Firenze, Le Lettere.
-
Macrí 1995 = Oreste Macrí, La teoria letteraria delle generazioni, a cura di Anna Dolfi, Firenze, Franco Cesati editore.
-
Macrí 1996 = Oreste Macrí, La vita della parola. Studi montaliani, Firenze, Le Lettere.
-
Macrí 1996a = Oreste Macrí, Studi ispanici, a cura di Laura Dolfi, Napoli, Liguori, voll. 2 (I- Poeti e narratori II- I critici).
-
Macrí 1998 = Oreste Macrí, La vita della parola. Studi su Ungaretti e poeti coevi, Roma, Bulzoni.
-
Macrí 1998a = Oreste Macrí, Le mie dimore vitali (Maglie – Parma – Firenze), a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni.
-
Macrí 2002 = Oreste Macrí, La vita della parola. Da Betocchi a Tentori, a cura di Anna Dolfi, Roma, Bulzoni.
-
Macrí 2002a = Oreste Macrí, Scritti d’arte. Dalla materia alla poesia, a cura di Laura Dolfi, con uno studio di Donato Valli, Roma, Bulzoni.
-
Trentini 2004 = Nives Trentini, Lettere dalla Spagna. Sugli epistolari a Oreste Macrí, Firenze, Firenze University Press.
Informazioni
- Data ricezione: 01/05/2025
- Data accettazione: 21/01/2026
- Data pubblicazione: 10/02/2026
- DOI: 10.35948/DILEF/2026.4395
- © Autori |
- Licenza: CC BY-NC-ND |
