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Un’iscrizione falisca secondo Cosimo della Rena e Filippo Buonarroti.

Epigrafia manoscritta: Filippo Buonarroti (1661-1733) e i suoi ambienti tra Firenze e Roma (parte 3)

 ARTICOLO SCIENTIFICO

  • Data ricezione: 29/08/2025
  • Data accettazione: 04/11/2025
  • Data pubblicazione: 14/01/2026

Abstract

Nella prima parte di questo articolo si illustrano le differenze tra due apografi secenteschi dell’iscrizione falisca Bakkum 206, cercando di trarne delle considerazioni di carattere metodologico. Il primo apografo fu realizzato da Cosimo della Rena nel 1676, mentre il secondo, che si rende qui noto alla comunità scientifica per la prima volta, da Filippo Buonarroti nel 1691. Nella seconda parte si tenta di dar conto della novità testuale apportata dalla scoperta dell’apografo di Buonarroti.

 

In the first part of this paper I show the differences between two seventeenth-century apographs of the Faliscan inscription Bakkum 206, with the aim of drawing methodological considerations. The first apograph was made by Cosimo della Rena in 1676, while the second one, which is being disclosed to the scientific community for the first time here, by Filippo Buonarroti. In the second part, I attempt to give an account of the new textual data brought about by the discovery of Buonarroti’s apograph.


Parole chiave
Keywords

Se sfogliamo il ms. Vat. lat. 9140 e il ms. della Biblioteca Marucelliana A 43, ci imbattiamo in due diverse carte che riportano la trascrizione di una medesima iscrizione falisca (Bakkum 206)1.

Il primo è un manoscritto composito appartenuto a Giuseppe Maria Suarez (1599–1677)2, vescovo con interessi antiquari e bibliotecario prima del cardinale Francesco Barberini e poi della Biblioteca Vaticana. Il manoscritto contiene perlopiù apografi di iscrizioni realizzate dallo stesso Suarez o da suoi collaboratori. Alle cc. 327 e 328 r si leggono il rapporto redatto da Cosimo della Rena (1615-1696)3, erudito fiorentino amico di Suarez, circa il rinvenimento di alcune iscrizioni, la loro trascrizione nella pagina successiva per mano dello stesso della Rena, e la minuta di una lettera di Suarez datata 17 aprile 1676 indirizzata, con tutta probabilità, al cardinal Barberini4 per metterlo a conoscenza della scoperta delle suddette iscrizioni. Quella che ci interessa in questa sede è riprodotta alle righe 3-55 della c. 327 v.

Il secondo è un taccuino di appunti appartenuto a Filippo Buonarroti (1661-1733)6, antiquario fiorentino celebre soprattutto per aver dato un impulso fondamentale all’avvio della scienza etruscologica nel primo ‘700. Fra le cc. 27 v e 31 v il manoscritto mostra una serie di iscrizioni che Buonarroti trascrisse tra il 29 aprile e il 3 maggio 1691, mentre si trovava al seguito di monsignor Giovanni Giustino Ciampini (1633-1698)7, anch’egli un erudito eclettico nonché funzionario della cancelleria pontificia, il quale aveva deciso di approfittare della vacanza della Sede Apostolica per condurre un'esplorazione archeologica lungo la via Flaminia8. La nostra iscrizione si trova su due strisce di carta incollate una di seguito all’altra lungo il margine sinistro della c. 31 r, ruotata di novanta gradi a destra (vedi Fig. 1). Buonarroti la copiò due volte: nella riga centrale si legge verosimilmente il primo tentativo di apografo, del quale in un secondo momento ha corretto le lettere riportate nella riga superiore, mentre in quella inferiore la trascrizione riveduta in modulo maggiore. L’apografo di Buonarroti non è ancora noto alla comunità scientifica e, come vedremo più avanti, accresce la nostra conoscenza sull’iscrizione.

Se confrontiamo gli apografi di della Rena e di Buonarroti, ci accorgiamo subito di quanto siano differenti, benché realizzati a soli quindici anni di distanza l’uno dall’altro. Sin dalla disposizione del testo, si nota subito che Buonarroti ha avuto cura di adottare un accorgimento apparentemente di poco conto, ma che, come vedremo, è indice in realtà di una differenza di impostazione fondamentale: le lettere sono tutte sulla stessa riga. Si rileva, inoltre, una netta distinzione nella foggia dei caratteri: fra quelli dell’apografo vaticano che trovano una corrispondenza con l’alfabeto latino, essi riproducono una splendida capitale, sono ornati di grazie e sono tutti perfettamente allineati; quelli di Buonarroti, invece, presentano un tracciato più irregolare e hanno nel complesso un aspetto meno familiare rispetto ai primi. In generale, si ha l’impressione che mentre della Rena abbia tentato di fornire una lettura più accessibile – nei limiti delle conoscenze dell’epoca –, riconducendo il più possibile a un modulo già noto quelle che apparivano come aberrazioni morfologiche, e allo stesso tempo di trasfigurare le lettere in una stilizzazione ideale anche dal punto di vista estetico9, Buonarroti, invece, abbia prestato maggior riguardo agli aspetti formali dell’iscrizione, cercando di farne una copia quanto più fedele possibile all’originale.

Non resterà deluso chi vorrà sostanziare questa impressione con dati di prima mano. L’iscrizione, infatti, è ancora presente lì dove l’avevano lasciata i due eruditi nel ’600, incisa sulla parete sinistra della via cava in località di Fantibassi, pochi chilometri a ovest di Civita Castellana (VT), l’antica Falerii veteres.

Prima, però, è opportuno spendere qualche parola sul luogo di ritrovamento e sugli aspetti materiali dell’iscrizione.

Il paesaggio dell’Agro falisco (vedi Fig. 2)10, territorio che si incunea fra il Tevere a est e l’Etruria meridionale a ovest, è caratterizzato da un susseguirsi di balze e di forre, gole nascoste dalla fitta vegetazione che ricopre le colline, scavate nel tufo rosso dall’azione millenaria di erosione dei numerosi torrenti che scorrono giù dai monti Cimini e Sabatini a ovest per confluire nel Tevere. Per superare le difficoltà comunicative generate da questi strapiombi, i quali, raggiungendo anche i 70-100 m di altezza, mettevano a dura prova il sistema viario della regione, i Falischi adottarono l’espediente delle vie cave o tagliate11. Si tratta di strade scavate a cielo aperto nella roccia, il cui piano di calpestio degrada dolcemente fino a raggiungere il fondo della gola e permettere così il guado del corso d’acqua, per poi proseguire all’inverso risalendo dalla parte opposta. Tale sistema, impiegato anche dagli Etruschi, fu poi messo a punto dai Romani quando occuparono la regione. In una di queste, la via cava di Fantibassi, si trova la nostra iscrizione. La tagliata12, che era parte di un percorso più lungo che da Falerii veteres portava verso il lago di Vico, intersecando il corso del Rio Calello, si snoda per circa 200 m di lunghezza fra pareti alte 10-15 m, mantenendo una larghezza media di 3,30 m. I muri della tagliata presentano numerose iscrizioni a diverse altezze, che possono essere raggruppate in due tipi: segni di lavoro13 e iscrizioni vere e proprie. Le seconde recano quasi esclusivamente elementi onomastici e sono tutte falische14 tranne due, verosimilmente latine15. A margine, va segnalato che una delle due iscrizioni in caratteri latini sembra essere sfuggita sia ai due eruditi del ‘600 che ai ricercatori moderni16 ad eccezione di Angelo Pasqui, il quale la registrò fra gli appunti della Carta Archeologica17. In seguito ad esame autoptico se ne danno qui i dati essenziali. Essa è incisa con andamento destrorso sulla parete di sinistra per chi scende 3,50 m prima dell’altra iscrizione in caratteri latini, Bakkum 205, a 1,70 m dal suolo; è lunga 0,78 m e alta 0,27 m. Il testo è vei., con punto finale di forma triangolare, ed è vergato nella stessa grafia di Bakkum 20518.

Ritornando al secondo gruppo di iscrizioni della tagliata, si presume che fossero connesse con la realizzazione dell’opera pubblica; è ragionevole pensare, più nello specifico, che almeno alcune di esse segnalassero i nomi dei funzionari che nel tempo curarono le varie operazioni di scavo, approfondimento e ristrutturazione19. La nostra iscrizione, Bakkum 206, è una di queste.

Essa è incisa con ductus sinistrorso sulla parete sinistra per chi scende, poco oltre Bakkum 205, in alfabeto e lingua falisca20. Il testo che si legge nell’edizione di Bakkum, la più recente, è a[.]osenauẹnarionio. Bakkum, inoltre, suggerisce che l’iscrizione possa essere mutila a destra («letters could be missing at the beginning of the text»), ipotizzando la caduta di una l o di una m in frattura. Come vedremo più avanti, l’intuizione dello studioso olandese, nella prima parte della formulazione, coglie nel segno. Il testo viene generalmente interpretato come A() [.]osena Ve() Narionio21, reso in latino con A() [.]osena Ve() Narionius: due formule onomastiche bimembri (prenome abbreviato + gentilizio) che designerebbero i curatori dell’opera pubblica.

Abbiamo dunque la possibilità di confrontare le trascrizioni di della Rena e Buonarroti con l’iscrizione originale, per verificare l’interpretazione avanzata in precedenza. In particolare, verrà impiegato qui un apografo da me tratto in seguito a visione autoptica: esso non differisce molto da quello realizzato da Gabriella Giacomelli nel 1965, il quale è altrimenti il più recente (vedi Fig. 3)22.

Salta subito all’occhio una generale predisposizione da parte di Buonarroti a riprodurre con esattezza ciò che vedeva, anche nell’impostazione formale: non solo le lettere sono tutte sulla stessa riga, ma mostrano anche quella leggera obliquità e, nel complesso, variabilità di tracciato caratteristica di questa epigrafe. Al contrario, della Rena irrigidisce e cristallizza il tratto dei propri segni, i quali si estendono comodamente su tre righe23. Anche nella forma delle singole lettere Buonarroti dimostra una maggiore aderenza all’originale, rilevabile soprattutto nella foggia quadrata delle o, che della Rena, invece, normalizza in carattere “tondo”. Si nota, poi, una tendenza, un po’ più accentuata in Buonarroti ma comunque caratteristica di entrambi, a gravare inconsapevolmente di tratti posticci alcune lettere, scambiando per segni del lapicida alcune delle fitte crepature che solcano la superficie tufacea o i segni lasciati dai picconi degli operai che lavorarono allo scavo della tagliata. Ciononostante, la lettura non è così compromessa da impedirci di avere una percezione definita della lettera che vi soggiace. È importante sottolineare questa considerazione, poiché non tutto il testo che leggiamo negli apografi dei due eruditi è riscontrabile oggi nell’epigrafe originale. Difatti, se scorriamo da sinistra verso destra una delle due trascrizioni, ci accorgiamo che la coincidenza dei caratteri con quelli degli apografi moderni si arresta alla sedicesima lettera, la n. Dopodiché troviamo in Buonarroti dieci caratteri (di cui i primi due solamente abbozzati) e in della Rena solo otto24, i quali dopo le visite dei due eruditi devono essere scomparsi con il crollo del pezzo di tufo che li supportava25. Fra di essi, peraltro, si individuano in entrambi gli apografi subito dopo la n due segni di impianto verticale nettamente distinti che difficilmente potranno essere ricondotti alla a che si legge all’inizio delle edizioni moderne26. Oggi si può dunque affermare con sicurezza quello che Bakkum aveva intuito, cioè che l’iscrizione è mutila a destra e, inoltre, che il testo continuava, o meglio cominciava, con almeno sette lettere in più. Per quanto riguarda, infine, la decifrazione dei segni, si può constatare una migliore capacità di osservazione in Buonarroti. Egli, infatti, ad esempio, alla stregua delle trascrizioni più recenti registra come n il terzo carattere da sinistra, mentre per della Rena si trattava di una curiosa legatura fra v ed e, o ancora trascrive con un segno simile a quello che oggi siamo in grado di interpretare come a (eliminando il tratto ricurvo in basso) il settimo e undicesimo carattere, laddove, invece, della Rena aveva visto due e.

Si può, dunque, affermare che Buonarroti, pur operando solamente quindici anni dopo della Rena, sia in realtà più distante da lui di quanto lo sia da noi.

È facile immaginare che le ragioni della modernità di Buonarroti debbano essere individuate in larga misura nella formazione da lui ricevuta. Buonarroti era nato a Firenze nel 1661 da Leonardo Buonarroti e Ginevra Martellini. Suo zio era Jacopo Martellini (1611-1694), letterato e accademico, allievo di Galileo Galilei. Fu sotto l’influsso di quest’ultimo che Filippo, benché avviato agli studi giuridici e per questo introdotto già ventenne all’interno degli ambienti cardinalizi romani, iniziò a sviluppare un interesse per le scienze naturali, e così si avvicinò al circolo intellettuale del già ricordato Ciampini. Monsignor Ciampini aveva affiancato, infatti, alla brillante carriera di funzionario della Curia pontificia un considerevole impegno sul piano accademico, in direzione di un rinnovamento complessivo della cultura romana, muovendosi, oltre che sul campo delle scienze naturali, anche sulla storia ecclesiastica e sull’antiquaria a carattere storico-archeologico. Nel 1677 Ciampini fondò l’Accademia fisico-matematica, che si poneva dichiaratamente l’obiettivo innovativo di adottare lo sperimentalismo come metodo di indagine. Tale scelta non solo la poneva sul terreno della fiorentina Accademia del Cimento e la allacciava all'esperienza galileiana investigante, ma la proiettava per di più sul panorama europeo, anche grazie a una serie di rapporti da lui intessuti con istituzioni analoghe, come la Royal Society e l’Académie de France, e con figure di spicco in questo campo quali, ad esempio, Gottfried Leibniz. Sul versante antiquario Ciampini godeva ugualmente di ampia stima, come testimonia l’amicizia che lo legava a Jean Mabillon. Anche in questo settore Ciampini, sebbene in parte si muovesse ancora nel solco dell’erudizione prescientifica, non mancò di mostrare segni di un approccio moderno, sottolineando ad esempio l'importanza, ai fini della ricerca, della qualità delle riproduzioni grafiche dei reperti archeologici, e quindi la necessità di un accurato rilievo. Non stupirà dunque la modernità dell’apografo marucelliano: la guida di un maestro illuminato come Ciampini unita alla naturale curiosità scientifica di Buonarroti, nonché alla sua dote congenita nel disegno27, non potevano che portare all’applicazione dei principi galileiani all’epigrafia28.

Che dire però di della Rena? Cosimo della Rena, nato a Firenze nel 1615, dopo un’iniziale carriera militare entrò presto a far parte dei circoli eruditi della capitale granducale, in cui ebbe modo di stringere amicizia con alcuni ex allievi di Galileo, tra i quali ad esempio il filologo e scienziato Carlo Dati. Queste esperienze non lo lasciarono indifferente alle idee della moderna sensibilità scientifica, con la quale si adoprò di alimentare i propri interessi di natura storico-antiquaria. Soggiornò a Roma dal 1656 al 1658 e lì frequentò gli ambienti dell'antiquaria; in essi, però, non poté ancora giovare della “rivoluzione sperimentale” innescata da Ciampini, la quale, come abbiamo visto, prese avvio solamente a partire dagli anni ’70. Tornato a Firenze, proseguì la sua attività di studioso, nella quale si fece entusiasta promotore dello spirito galileiano.

Pare strano dunque che della Rena, nel trascrivere le iscrizioni della tagliata di Fantibassi, si sia abbandonato deliberatamente a una pratica di erudizione ormai desueta, abiurando così la nuova metodologia acquisita. Come giustificare allora le differenze macroscopiche che intercorrono fra il suo apografo e quello di Buonarroti? Forse si tratterà piuttosto di un’applicazione ancora acerba e imperfetta dei criteri galileiani.

Com’è noto, il metodo scientifico di Galileo si basa sulla ripartizione del lavoro di ricerca – o meglio sulla dialettica – fra un momento induttivo, vale a dire l’osservazione  di un fenomeno particolare (la ‘sensata esperienza’), cui consegue la creazione di un modello ipotetico sulla base dei dati raccolti durante l’osservazione, e un seguente momento deduttivo, il quale mira a determinare la legge matematica che spieghi il fenomeno preso in esame (le ‘necessarie dimostrazioni’), passando dalla verifica sperimentale del modello precedentemente creato.

Applicando questo metodo al lavoro che deve compiere oggi un epigrafista che si occupa di lingue italiche di fronte a una nuova iscrizione, si può dire che la prima fase corrisponda a quella del calco cartaceo o di un apografo quanto più fedele all’originale in seguito ad autopsia, e la seconda a quella della trascrizione diplomatica, cui si approda confrontando le lettere dell’iscrizione con quelle di un alfabeto modello appropriato. Ripetendo le stesse operazioni si passa eventualmente dalla diplomatica all’edizione interpretativa.

Lo scarto fra il lavoro di della Rena e quello di Buonarroti, dunque, consisterebbe in questo: il primo, dopo aver osservato l’iscrizione, produce le proprie ipotesi – prova cioè a ricondurre mentalmente i segni visti a segni già noti, siano essi delle lettere vere e proprie (alfabeto latino) o un semplice assemblaggio di tratti, certo bizzarro ma non informe; poi, senza sottoporle a verifica o sottoponendole a una verifica frettolosa e inadeguata, le cristallizza in una resa più moderna e uniforme, cercando in questo di assecondare anche un’esigenza estetica peraltro estranea al metodo scientifico – in altre parole, si può dire che salti alle conclusioni; in Buonarroti, invece, osserviamo e apprezziamo lo studioso che cautamente si limita a restituire un apografo il più scevro possibile da precoci tentativi di interpretazione29 e che, in mancanza di prove che avvalorino ulteriori ipotesi, rinuncia alla dimostrazione e sospende il giudizio30.

In sintesi, si potrebbe dire che le ragioni per cui l’epigrafista della Rena difetti nei confronti dell’epigrafista Buonarroti siano certamente un’innegabile differenza di levatura intellettuale, ma anche, e soprattutto, lo svantaggio di una generazione folgorata dalla rivoluzione galileiana proprio mentre scoccava la sua ora rispetto a una che, invece, ha avuto fin dai propri primi passi il tempo di assimilarne i nuovi concetti e il beneficio di raccogliere i frutti della precedente.

Per questo di fronte a una stessa epigrafe due studiosi pur così vicini nel tempo hanno potuto produrre risultati tanto differenti, da relegare il primo in un passato antiquario pressoché inutilizzabile per le ricerche moderne e proiettare, invece, il secondo alle soglie della letteratura scientifica per come è intesa oggi.


L’apporto della trascrizione di Buonarroti al testo di Bakkum 206

Si è detto che la trascrizione di Buonarroti dell’iscrizione falisca Bakkum 206 contenuta nel ms. BMF A 43, c. 31 r, non era stata ancora resa nota alla comunità scientifica. La sua importanza, come abbiamo visto, non è circoscritta al solo fatto di essere rimasta inedita, bensì risiede in primis nell’aver conservato in un aspetto più aderente possibile all’originale, quanto meno nelle intenzioni, dieci lettere che oggi, essendo caduta la parte iniziale del supporto, non sono più visibili. In questa seconda parte, perciò, si tenterà di dar conto della novità testuale, non senza aver prima ricapitolato i dati materiali e paleografici dell’iscrizione e averne delineato la storia degli studi.

L’iscrizione si trova nella via cava di località Fantibassi, poco a ovest di Civita Castellana (VT), incisa sulla parete sinistra per chi scende. Essa è collocata subito prima del crollo precedente lo sbocco della tagliata, a un’altezza di circa 1,30 m rispetto al piano di calpestio attuale, anche se in origine doveva trovarsi verosimilmente a 2-2,50 m dal suolo stradale31. È lunga 3,54 m e ha lettere alte 0,28 m, scalpellate con tratto marcato nel tufo. Sono state incise con ductus sinistrorso, con forma e dimensioni piuttosto regolari, per quanto la superficie scrittoria lo permettesse, sono inclinate leggermente verso sinistra e sono allineate su di una sola riga, le cui direttrici salgono in diagonale con scarto regolare per circa 0,30 m. Non sembrano essere presenti segni divisori né vacat a segnalare la distinzione fra parole32. L’alfabeto usato si lascia inquadrare facilmente nel tipo medio- o neofalisco33, con un paio di peculiarità degne di nota: la o, nella meno comune foggia quadrangolare34, è dotata di punto al centro in tutte e tre le sue occorrenze, fatto che, per la sua assoluta rarità35, induce a pensare a un’interferenza grafica con la forma puntata (oscillante con quella non puntata) del θ etrusco36; la r, se prestiamo fede alla trascrizione di Buonarroti (ad oggi la metà inferiore della lettera non è più visibile a causa della rottura del pezzo di tufo che la sosteneva)37, sembrerebbe presentarsi nella forma “a D”, priva cioè dei due tratti inferiori all’occhiello, il che costituirebbe un’anomalia rispetto al sistema alfabetico falisco in tutte le sue fasi38 e la avvicinerebbe, piuttosto, al tipo etrusco39. Nella nostra iscrizione, dunque, sembrerebbe profilarsi un certo grado di influenza etrusca40. Va notato, inoltre, che la a non si presenta nella forma “a R” comune in epoca mediofalisca e decisamente prevalente in quella neofalisca41. La s retroversa è, invece, caratteristica piuttosto frequente nelle iscrizioni falische42.

Quanto alla datazione, la paleografia ci consente di escludere con sicurezza solamente l’epoca arcaica e, pertanto, fissare genericamente il terminus post quem tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C.43. Il dato archeologico potrebbe abbassare di poco la datazione, ma non oltre il IV secolo, dal momento che allo stesso periodo parrebbe risalire la realizzazione della tagliata. Secondo Quilici, infatti, essa sarebbe stata costruita come parte di una via diretta a Tarquinia nell’ambito del potenziamento dei rapporti tra Falerii e la città etrusca, avviato in seguito alla conquista romana di Sutri (383 a.C.) e culminato con la guerra tra Roma e la coalizione Falerii-Tarquinia-Caere (358-351 a.C.), oppure durante la successiva pace quarantennale44. Il contesto di ritrovamento, invece, non consente di precisare un terminus ante quem precedente all’esaurirsi della produzione epigrafica falisca, ovvero alla metà del II secolo a.C. Come dimostra la presenza dell’iscrizione Bakkum 205 in alfabeto latino, infatti, il sito continuò  a essere frequentato anche dopo la distruttiva guerra del 241 a.C.45. Se, tuttavia, coglie nel segno la teoria di Quilici secondo cui a ciascuno degli almeno tre approfondimenti della tagliata corrisponderebbe un’epigrafe recante la designazione del o dei curatori dell’opera (con Bakkum 210 la più antica, Bakkum 206 la mezzana e Bakkum 205 la più recente), allora la nostra iscrizione avrà come termine massimo il III secolo a.C., dopo il quale sarebbe avvenuto l’ultimo intervento edilizio46. Inoltre, si è visto che anche la grafia della a sembrerebbe suggerire una datazione mediofalisca, a meno di non ipotizzare che, come per la forma della o e quella della r, anche quella della a possa aver risentito di un influsso etrusco, il cui sistema scrittorio presenta in epoca recente un tipo di a analogo. Si tratta, dunque, di un’iscrizione mediofalisca o, forse con meno probabilità, neofalisca47.

Come si è detto, la prima trascrizione di cui abbiamo conoscenza fu realizzata da Cosimo della Rena nell’aprile 167648. Essa è conservata nel ms. Vat. lat. 9140, alla c. 327 v, insieme al racconto della scoperta (c. 327 r) e alla minuta di una lettera (c. 328 r), cui una copia dell’apografo doveva essere allegata, inviata da Giuseppe Maria Suarez a un destinatario ignoto, individuabile probabilmente nel cardinale Francesco Barberini. Quindici anni dopo l’iscrizione fu trascritta anche da Filippo Buonarroti, nell’ambito di un’esplorazione a carattere archeologico-antiquario della campagna romana costeggiante la via Flaminia condotta da Giovanni Giustino Ciampini. L’apografo è conservato sia in originale nel taccuino di Buonarroti, il ms. BMF A 43, alla c. 31 r, sia in due copie fedeli, alla c. 92 r del ms. ciampiniano Vat. lat. 1207549 e alla c. 102 r del ms. BMF A 10, una miscellanea di schede e appunti dell’allievo di Buonarroti Anton Francesco Gori (1691-1757)50.

La natura dell’alfabeto dell’iscrizione, che agli eruditi secenteschi era parsa – comprensibilmente – etrusca51, fu correttamente identificata come falisca solo nel 1888, anno in cui, peraltro, torniamo ad avere notizie dell’epigrafe. Eugen Bormann, infatti, riportò in CIL XI, 3161 il testo di Bakkum 205, traendolo dalla c. 327 v del ms. Vat. lat. 9140; a margine aggiunse solo una breve nota in merito agli altri apografi realizzati da della Rena: «Quae simul exhibentur apographa inscriptionum litteris Faliscis quomodo legenda sint non constat». Anche Wilhelm Deecke nel suo Die Falisker, uscito nello stesso anno, parlava di «unleserliche faliskische Inschriften» a proposito degli apografi di della Rena52. A una conclusione simile pervenne pure Gustav Herbig nel 1912, il quale, nel pubblicare in CIE 8333 una copia della pagina del manoscritto suaresiano53, pur tentando di identificare alcuni segni e parole presenti nelle prime righe, fu costretto ad ammettere: «Ceteris versibus quid subsit, obscurum est». Più reciso il giudizio di Emil Vetter, il quale nel 1953 dichiarava «nicht verwertbar» l’apografo54. Nel frattempo, era tornato alla luce anche il ramo di tradizione buonarrotiana, o per meglio dire ciampiniana. Fra il 1891 e il 1893, infatti, Mariano Armellini diede alle stampe con il titolo di «Viaggio archeologico nella campagna di Roma» una delle stesure del resoconto dell’escursione lungo la via Flaminia che Ciampini aveva riversato fra le cc. 57 v e 118 v del ms. Vat. lat. 12075. Poiché, tuttavia, queste carte si presentano come un vero e proprio quaderno di lavoro – con versioni multiple dello stesso passaggio, cancellature estese, paragrafi avviati in un punto, interrotti per la rielaborazione di un’altra sezione e ripresi diverse carte dopo etc. –, Armellini fu costretto ad operare un lavoro di edizione molto selettivo, dal quale rimase esclusa la trascrizione della nostra epigrafe. Ciampini, infatti, aveva steso due redazioni del ritrovamento di Bakkum 205 e 206, alle cc. 76 e 92; in entrambe trascrisse la prima iscrizione, ma quella falisca solo nella seconda, la quale fu disgraziatamente tagliata da Armellini. Infine, negli Addenda a CIL XI usciti nel 1926, al lemma n. 3161, Bormann aggiunse la notizia del resoconto ciampiniano menzionando entrambe le carte del manoscritto, ma pubblicò solo il testo dell’iscrizione latina.

La prima parte della storia degli studi – la quale anzi si potrebbe definire “preistoria”, essendo basata esclusivamente sull’apografo vaticano e, per questo, piuttosto scarna – si concluse quando si tornò nuovamente a studiare la tagliata di Fantibassi in situ. Questo avvenne solo negli anni ’5055, quando gli archeologi della British School at Rome condussero un’indagine sul sistema viario dell’Agro falisco, pubblicata nel 1957 da Martin Frederiksen e John Ward-Perkins. La riscoperta della tagliata diede nuova linfa allo studio delle sue iscrizioni, e due nuovi apografi di Bakkum 206 furono realizzati nel giro di pochi anni: nel 1957 da Joyce Reynolds e Russell Meiggs, con esigue correzioni, tramite confronto fotografico, di Massimo Pallottino56; nel 1965 da Gabriella Giacomelli57. Agli apografi sono da affiancare le fotografie contenute in Frederiksen-Ward Perkins 1957, tav. XLIa (fotografia di Ward Perkins, di difficile lettura), in Moscati 1985, pp. 128-29 (fotografia a colori di Marcello Bellisario, molto buona) e in Quilici 1990, tav. IIa (fotografia quasi illeggibile)58. Il primo apografo, definito «provisional» già dagli autori, presenta alcuni errori59, pertanto la lettura ]enạv[.]nẹionio proposta da Pallottino può essere scartata. La lettura della Giacomelli a[.]osenavenarionio (con r, c e s ugualmente plausibili in lacuna)60, invece, è stata accolta da tutti gli editori successivi con minime riserve: Di Stefano Manzella all’inizio legge ++Nọsena61; Bakkum, tramite confronto fotografico, sospetta che prima della a iniziale possano essersi perse alcune lettere, proponendo tentativamente [l]a o [m]a, e che la nona lettera possa essere una o invece che una e62.

L’entusiasmo per la riscoperta dell’epigrafe originale ha relegato, però, in secondo piano la tradizione manoscritta, alla quale solo la Giacomelli ha rivolto la sua attenzione, nel già più volte menzionato contributo del 1965. Nel suo articolo, la Giacomelli si proponeva di decifrare l’enigmatica pagina di della Rena alla luce delle nuove scoperte, accostando le proprie trascrizioni alla pagina vaticana: individuò alle righe 3-4 la nostra iscrizione, alle righe 5 e 6 le iscrizioni Bakkum 208 (puiatụ) e 209 (nạ) e a riga 8, l’ultima, Bakkum 207 (cauio lulio). Nondimeno, la studiosa ammetteva il proprio imbarazzo di fronte ai due segni che della Rena aveva riportato dopo la n alla fine di riga 4 (in corrispondenza, cioè, di quello che aveva individuato come l’inizio della trascrizione), ma non trovavano riscontro effettivo nell’epigrafe. Oggi, invece, possiamo osservare che non solo quei due segni, ma anche quelli tracciati nella riga successiva rivelano una coincidenza, seppur imperfetta, con quelli del ritrovato apografo di Buonarroti, e, pertanto, siamo in grado di concludere che essi dovevano costituire parte integrante dell’iscrizione. Quanto al resto della pagina, sembra plausibile, invece, che della Rena abbia trascritto Bakkum 207 a riga 663 e Bakkum 208 nell’ultima riga insieme a Bakkum 20964.

È venuto ora il momento di concentrarsi sul testo dell’iscrizione andato perduto dopo il ‘600 per tentarne una ricostruzione. Questa operazione è non solamente giustificata, ma si promette anche attendibile, grazie all’alto grado di affidabilità dimostrato, come si è avuto modo di rilevare, dal Buonarroti trascrittore, sia per questa singola iscrizione sia, in generale, nella sua attività di epigrafista. Si procederà nel seguente modo. Laddove si può ragionevolmente ritenere che i due apografi concordino, si reputerà la lettura risultante come altamente probabile. Laddove, invece, divergano, si tenterà di darne conto o combinando le due varianti oppure, qualora ciò non sia possibile, seguendo la lettura di Buonarroti o, nel caso vi siano basi sufficienti a ritenere quest’ultima inaffidabile, quella di della Rena. La preferenza accordata in linea di massima all’apografo marucelliano è giustificata dal fatto che al nostro scopo l’approccio galileiano di Buonarroti è sulla carta manifestamente più valido rispetto a quello di della Rena, e, come si è visto, si dimostra tale anche nella messa in pratica. Per questo motivo, inoltre, e anche per comodità di esposizione, la trattazione partirà sempre dall’apografo di Buonarroti.

Il primo segno è tratteggiato e cambia nel passaggio dalla trascrizione di prova (seconda riga) alla bella copia (terza riga): all’inizio Buonarroti delinea chiaramente una v, ma poi riporta solamente la diagonale di sinistra. Questa incertezza deriverà presumibilmente dal fatto che la lettera fosse poco visibile, forse perché la superficie rocciosa era molto rovinata o perché il segno si trovava in frattura. Non è da escludere, infatti, ed anzi è affatto possibile, che già nel ‘600 l’epigrafe non si presentasse intera. Della Rena prima dell’inizio della trascrizione, annota: «qui mancherà qualche lettera andata via con la scaglia del tufo». Questa indicazione, però, non è priva di problemi: se da una parte, infatti, della Rena segnala che quella porzione di parete tufacea presentava una screpolatura, dall’altra è vero anche che egli non copiò le prime tre lettere presenti nell’apografo marucelliano, in quanto verosimilmente non le vide65. Dunque la crepa non interrompeva l’iscrizione là dove della Rena iniziava a trascriverla, ma un po’ oltre66.

Anche il secondo segno resta abbozzato, ma in una forma che lascia alternativa soltanto fra e e z.

Il terzo segno è di più difficile interpretazione, poiché nulla di simile ricorre nelle iscrizioni falische. Un’ipotesi potrebbe essere di vedervi una p retroversa, ad indicare l’inizio di un nome femminile, secondo una pratica attestata in alcune iscrizioni del corpus falisco67: ma l’asta visibilmente inclinata a destra anziché diritta – in controtendenza, peraltro, con la leggera pendenza a sinistra del ductus del lapicida – e la forma inconsueta a occhiello chiuso68 ne fanno una suggestione piuttosto remota. Un’altra possibilità è immaginare che Buonarroti, come per i due caratteri precedenti, abbia trascritto il segno solo parzialmente. L’asta obliqua, allora, potrebbe rappresentare la porzione destra di una v o quella centrale di una n (più difficilmente di una m). L’ipotesi non è comunque priva di complicazioni, in quanto presuppone che si consideri l’occhiello come un’aggiunta posticcia del trascrittore, analogamente a quanto successo per la v e la n successive.

Il quarto segno sembra poter essere letto come i. L’aggiunta del trattino centrale non ne ostacola l’identificazione, in quanto nell’apografo tutte le altre i lo presentano. Se guardiamo la trascrizione di della Rena, inoltre, si notano altri due tratti aggiuntivi, indizio che la pietra qui doveva essere particolarmente screpolata. Si potrebbe essere portati a credere, invece, che l’apografo vaticano abbia conservato le vestigia di una lettera diversa dalla i, ovvero di una e, l’unica lettera a essa riconducibile. Ma due considerazioni lo sconsigliano: se della Rena l’avesse riconosciuta come tale – o avesse creduto di averlo fatto –, l’avrebbe senz’altro stilizzata in una e capitale, come ha fatto in casi analoghi più avanti nella trascrizione; l’apparenza di una e nell’apografo sarà dovuta, piuttosto, a quell’esagerazione e normalizzazione del tracciato che caratterizza tutta la trascrizione e che in questo caso avrà interessato piccoli screzi irregolari nella roccia scambiati per tratti effettivi – uno di questi, peraltro, era presente anche nell’apografo di Buonarroti, ma è stato eliminato nel passaggio alla bella copia.

I tre segni successivi sono di facile lettura: a, l ed e. La trascrizione di della Rena conferma tali letture, ad eccezione parziale del secondo segno. Esso è riportato come una semplice asta verticale che forma tutt’uno con il carattere precedente, in quella che ha l’aria di essere una strana legatura an. Conviene qui seguire il testimone più autorevole.

Il segno successivo presenta analogie con i caratteri che Buonarroti ha tracciato quando nell’iscrizione ricorre la lettera a. L’apografo di della Rena, invece, mostra una situazione alquanto differente. I segni che quest’ultimo ricopia fra la e e il successivo segno comune a entrambi gli apografi, cioè la z (vedi infra), sono due anziché uno. Di questi, il secondo potrebbe essere ricondotto – non senza un certo grado di perplessità – a una a, se si considera che: la parte ricurva potrebbe essere risegmentata nella sua porzione superiore come asta ricurva (unica o spezzata in due tratti) discendente di sinistra della a e nella sua porzione inferiore come traversa risalente a destra; il tratto verticale potrebbe rappresentare la porzione dell’asta verticale destra della lettera che va dall’attaccatura della traversa in giù; la trascrizione di della Rena dimostra, in generale, difficoltà nell’individuare il segno per a, che è stato sempre ricopiato con fogge diverse. Della Rena, dunque, potrebbe aver mal interpretato il tracciato della lettera, cosicché, nel ricomporre i suoi tratti in un carattere diverso tramite il consueto processo di stilizzazione, ne avrebbe deformato completamente il profilo con l’accentuazione vistosa di alcune caratteristiche del nuovo segno. A questo punto, il secondo dei due segni ricopiati da della Rena fra e e z sarebbe coincidente alla a di Buonarroti, mentre il primo – l’asta verticale – rimarrebbe privo di corrispondenza. E se da una parte saremmo portati a credere che questo segno sia in realtà una fenditura nella roccia scambiata da della Rena per lettera, ci sono pure, tuttavia, validi motivi per ritenere possibile che esso conservi traccia di un carattere dell’iscrizione sfuggito a Buonarroti. Quest’ultimo, infatti, tra la e e la a lascia uno spazio bianco eccezionalmente lungo, dell’estensione di un carattere, fatto che induce a credere che egli possa aver inserito un vacat nel testo della propria trascrizione69. L’informazione che entrambi gli apografi ci danno, dunque, è che nell’iscrizione alla e non seguisse immediatamente la a. A questo punto, le opzioni, in linea di principio, sono tre: ci troviamo di fronte a un autentico vacat nell’iscrizione; ci troviamo di fronte a due iscrizioni diverse separate da uno spazio bianco; il vacat nell’apografo cela in realtà un segno non registrato da Buonarroti. Per le prime due, si rende necessario ipotizzare che dopo la e ci sia fine di parola; -e costituirebbe, allora, la terminazione di una forma abbreviata o una non improbabile desinenza nominale70. Di contro all’idea di un vacat nell’iscrizione, invece, si pone la considerazione che esso dovrebbe costituire o un anomalo spazio divisorio interverbale laddove il resto dell’iscrizione sarebbe in scriptio continua71, o un elemento di separazione fra due blocchi autonomi della stessa epigrafe, ipotesi indubbiamente poco economica. Non più convincente è immaginare che due iscrizioni differenti, ma con caratteristiche paleografiche talmente simili da sembrare plausibilmente frutto di una stessa mano o di uno stesso progetto epigrafico72, fossero state incise a così poca distanza l’una dall’altra. È probabile, dunque, che si avvicini di più al vero la terza opzione: della Rena avrebbe conservato traccia di un carattere sfuggito all’occhio pur attento di Buonarroti, ostacolato forse da un danno notevole al supporto. Della lettera in questione, allora, a giudicare da ciò che ha copiato della Rena, si potrebbe immaginare un impianto verticale.

I tre segni successivi si lasciano riconoscere in entrambi gli apografi come z, i e n. Tutto ciò che viene dopo, dalla o in poi, si trova ancora sulla pietra. Non pare, dunque, confermata la lettura moderna ạ[.]osena dell’inizio dell’iscrizione dopo la frattura. In effetti, ciò che resta della prima lettera, compromessa dalla frattura nella sua porzione inferiore, è più facilmente riconducibile alla n dei trascrittori che a una a, proprio come legge Di Stefano Manzella73.

La nuova lettura proposta è dunque:


+++iale+aziosenavenaionio


Con possibilità di avere v in prima posizione, e o z in seconda, v o n in terza, una lettera di impianto verticale in ottava. Non si esclude, inoltre, che il testo sia incompleto all’inizio per rottura del supporto.

Veniamo ora all’interpretazione del testo nella sua nuova forma. Restando la parte finale dell’iscrizione invariata, si mantiene per essa l’interpretazione corrente, avanzata per la prima volta dalla Giacomelli74, che individua in venarionio una formula onomastica bimembre prenome Ve() + gentilizio Narionio al nom. sg. Ve() è forma abbreviata dei prenomi di origine etrusca Vel o Venel, mentre Narionio è accostabile ai gentilizi latini Narius e Naronius, al nome del vicino fiume Nar (odierno Nera) e alla base onomastica etrusca nar-75.

Quanto alla porzione di testo precedente, invece, l’esegesi si rivela più complicata. In base alla tipologia testuale individuata, si può affermare con sicurezza che essa conservi almeno il nome di un altro curatore dell’opera. Già gli studiosi precedenti, infatti, avevano visto in ạ[.]osena una formula onomastica analoga alla successiva, proponendo di segmentare il testo A() [.]osena76, interpretazione che, tuttavia, non si concilia con la nuova lettura. Nondimeno, anche la sequenza aziosena è plausibilmente suscettibile di essere analizzata come formula prenome + gentilizio, sebbene di più difficile identificazione. Non sembra possibile, infatti, isolare una forma di prenome, abbreviata o non, e una di gentilizio attestate nel corpus falisco: l’unica forma attestata, A(), abbreviazione per Aulus o Aufilus77, darebbe come risultato un gentilizio Zinosena di ardua comparazione; Az, abbreviazione di prenome etrusco, creerebbe lo stesso problema; N() potrebbe essere considerata abbreviazione per Numerius78, in parallelo alla pratica latina, fornendo un gentilizio Osena che potrebbe trovare confronti con i lat. Os(s)en(n)ius (e simili), Usen(i)us (e simili) e l’etr. huśinies79, ma ciò lascerebbe la parola precedente con una terminazione -azi di difficile spiegazione80; si potrebbe, ancora, pensare a correggere la lettura di z in t, due lettere che presentano una struttura molto simile, ricavando così l’attestato prenome Ti()81 e un gentilizio Nosena confrontabile con etr. nuzinaia e nurznei82, ma ciò comporterebbe il dispendioso rifiuto di una lettura su cui i due apografi concordano apertamente; un’ultima possibilità potrebbe essere la segmentazione del testo in prenome Azino e gentilizio Sena, nessuno dei quali attestato ma comunque confrontabile rispettivamente con lat. Asinius (e simili), etr. aznie (per i quali, tuttavia, non esistono le relative forme di prenome83) e lat. Saena (e simili), Senius, etr. śainal, seinei. In margine, si può aggiungere che dal testo +azi, in linea di principio, si potrebbe ricavare il prenome lazi, forma peculiare di larθi, controparte femminile del prenome etrusco lars, registrata in due iscrizioni etrusche provenienti dall’Agro falisco84; la presenza di un nome di donna in questo contesto, tuttavia, sarebbe di difficile spiegazione85.

Per quanto riguarda la parte iniziale dell’iscrizione, ogni tentativo di interpretazione è estremamente dubbio. Qui si dirà solamente che la tipologia testuale suggerisce di leggervi un'altra formula onomastica. Nel corpus falisco, infatti, le poche iscrizioni ufficiali di opera pubblica giunteci contengono generalmente solo i nomi dei magistrati responsabili, e le poche eccezioni presentano comunque le formule onomastiche a inizio iscrizione86. Va sottolineato, tuttavia, che questa considerazione non è priva di risvolti problematici, dal momento che nel corpus non vi sono altri esempi di iscrizioni pubbliche contenenti più di due nomi di magistrati. Sulle magistrature falische, comunque, specialmente quelle precedenti la fondazione di Falerii novi, abbiamo pochissime informazioni87.

In conclusione, l’apporto dell’apografo di Buonarroti è notevole sul piano della costituzione del testo, risultando esso superiore a quello dell’apografo già noto di della Rena, ma la nuova lettura qui proposta non produce sostanziali modifiche per l’interpretazione corrente dell’iscrizione.


Fig. 1) La trascrizione di Bakkum 206 realizzata da Buonarroti nel ms. BMF, A 43, c. 31 r; su concessione del Ministero della Cultura / Biblioteca Marucelliana di Firenze; è vietata ogni ulteriore riproduzione o duplicazione con qualsiasi mezzo. Il ms. Vat. lat. 9140 è consultabile in forma digitalizzata al link https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9140.


 

Fig. 2) L'Agro falisco.


 

Fig. 3) Apografo di Bakkum 206.


 

Fig. 4) Dall’alto verso il basso: Bakkum 208 e 209, Bakkum 209 (a sinistra), l’iscrizione vei. (a destra), Bakkum 210. Ringrazio i proff. Carlo Slavich e Lucio Benedetti per le fotografie.

Note
  • 1

    Questo contributo riproduce il mio intervento al seminario ‘Epigrafia manoscritta’, tenuto presso l’Università degli Studi di Firenze il 29 gennaio 2025, in una versione opportunamente ampliata e aggiornata, nonché corredata di una sezione di approfondimento di un argomento solamente accennato nel corso della relazione. Colgo l’occasione per ringraziare gli organizzatori del seminario, in particolar modo il prof. Giovanni Alberto Cecconi, per l’invito a partecipare, e tutti coloro che vi sono intervenuti con suggerimenti e spunti di riflessione. Desidero, inoltre, esprimere un ringraziamento particolare ai proff. Carlo Slavich, David Nonnis e Lucio Benedetti, i quali mi hanno fornito preziosi consigli per la preparazione di questo contributo. Naturalmente, resto il solo responsabile di tutti gli errori qui contenuti.

  • 2

    Su Giuseppe Maria Suarez (ovvero Joseph-Marie de Suarès) vedi Rémy 2019.

  • 3

    Su Cosimo della Rena (o dell’Arena) vedi Toccafondi Fantappiè 1989 e infra.

  • 4

    Cfr. Giacomelli 1965, p. 154.

  • 5

    Diversa l’interpretazione della Giacomelli 1965, la quale ritiene che della Rena abbia trascritto l’iscrizione solo alle righe 3 e 4; vedi infra.

  • 6

    Su Filippo Buonarroti vedi Gallo 1986, Parise 1972, Cristofani 1983, pp. 23-29, e infra.

  • 7

    Su Giovanni Giustino Ciampini vedi Grassi Fiorentino 1981 e infra; per ulteriori riferimenti bibliografici specifici sulla sua attività di animatore della vita intellettuale romana vedi Gallo 1989, p. 939, nota 8.

  • 8

    Di questa escursione Ciampini aveva progettato di pubblicare una relazione in forma epistolare con il titolo di Lettera famigliare al Rev.mo P.re Fra Enrico De Noris Professore publico della Sagra Scrittura, ed Historia Ecclesiastica nello Studio di Pisa, e Teologo del Serenissimo Cosimo III Gran Duca di Toscana, scritta da Mons.r Ciampini, nella quale si da soccinto ragguaglio di quanto curioso questo habbia osservato nel soggiorno da esso per breve tempo fatto in alcuni luoghi intorno alla Città di Roma. La relazione fu più volte rielaborata in varie stesure, conservate nel ms. ciampiniano Vat. lat. 12075 (consultabile in forma digitalizzata al link https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.12075) alle cc. 57 v-118 v, ma trovò la via della stampa solo due secoli dopo la morte di Ciampini e in forma incompleta, ad opera di Mariano Armellini (Armellini 1891-93). Ciampini stilò il resoconto del ritrovamento della nostra iscrizione in due redazioni, alle cc. 76 e 92, riportandone nella seconda la trascrizione, che con ogni probabilità è una copia di quella di Buonarroti.

  • 9

    Cfr. Giacomelli 1965, pp. 156-57.

  • 10

    Per una panoramica sulle caratteristiche geografiche e topografiche dell’Agro falisco vedi Bakkum 2009, pp. 19-23. Per un inquadramento archeologico vedi Biella 2014 e Tabolli-Neri 2018, storico Briquel 2014. Sulla linguistica e l’epigrafia falisca il testo di riferimento è Bakkum 2009; un’ottima introduzione è Rigobianco 2020.

  • 11

    Sulle quali vedi Quilici 1990. In generale sul sistema viario falisco vedi Frederiksen-Ward Perkins 1957 e Moscati 1985.

  • 12

    Un’esauriente analisi degli aspetti topografici e tecnici della via cava di Fantibassi si trova in Quilici 1990, pp. 197-208.

  • 13

    I segni di lavoro sono ampiamente descritti da Quilici 1990, p. 204, in CIE 8333, 8427 e in Cozza-Pasqui 1981, p. 248. Si tratta perlopiù di aste verticali affiancate, frecce e croci. Va rilevato che della Rena ne trascrisse quattro alla riga 7 della medesima c. 327 v, dividendoli in due coppie e aggiungendo fra di esse la seguente indicazione: «Distante l’una dall’altra p. 12». La resa è qui più incerta, sicuramente a causa dell’esiguità grafica dei tratti e della loro considerevole altezza nella parete («[iscrizioni] altissime tutte corrose» nota della Rena nel suo resoconto, alla c. 327 r), ma non per questo priva di quella fantasiosità e velleità estetica che si riscontra anche negli altri apografi.

  • 14

    Delle altre iscrizioni falische della via cava (Bakkum 207-210) si riporta qui in nota il testo, rimandando per ulteriori dettagli e bibliografia alla trattazione di Bakkum 2009, pp. 489-91. Bakkum 207: cauio lulḷio; 208: puiatụ; 209: n+; 210: cauio latinaio. Per Bakkum 208-210 vedi le fotografie di Fig. 4. Sembra che della Rena abbia visto e trascritto le prime tre alle righe 6 e 8 della stessa pagina (vedi infra), ma, poiché le condizioni di visibilità di tali iscrizioni sono assai inferiori rispetto a quelle di Bakkum 205 (sulla quale cfr. nota successiva) e di Bakkum 206, la metodologia da lui seguita ha inficiato in misura molto maggiore la qualità della trascrizione, a tal punto che la bizzarria del risultato rende un vero rompicapo la loro identificazione.

  • 15

    Una delle due iscrizioni, CIL XI, 3161 (= CIE 8333 = SupplIt 1, 3161 = AE 1996, 661 = Bakkum 205) furc.t.p.c.efi.vei, destrorsa in caratteri latini, fu copiata sia da della Rena (alle righe 1-2 della c. 327 v) che da Buonarroti (poco sotto l’apografo di Bakkum 206, in piccolo). Conviene sottolineare che l’occasione di un ulteriore confronto fra apografi conferma il quadro che verrà tracciato per l’iscrizione falisca: diversamente da Buonarroti, della Rena non si preoccupa di disporre il testo su un unico rigo e dota le lettere di grazie, ma l’epigrafe originale dà ragione in entrambi i casi al primo. Che tutti e due, poi, sbaglino a riportare in maniera fedele i segni divisori, è errore comprensibile date le molte spaccature nel tufo. Quanto all’iscrizione in sé (sulla quale vedi soprattutto Di Stefano Manzella 1996), a causa dell’oscurità delle abbreviazioni e della presenza del termine vei, essa fu a lungo sospettata di essere un falso latino, fabbricato in età moderna dai fautori dell’identificazione del sito di Civita Castellana con quello dell’antica Veii, di cui si erano perse le tracce. Questa ipotesi fu avanzata per la prima volta da Ciampini nella sua relazione, anche se dubbi sull’autenticità erano già stati accennati sia da della Rena («netta come fusse fatta presentemente», c. 327 r), ripresi poi da Suarez nella sua lettera (c. 328 r), che da Buonarroti (il quale, prima di trascriverne le lettere, commenta: «vi sono anche queste false»); dello stesso parere era anche Angelo Pasqui a fine ‘800 (vedi Gamurrini et al. 1972, p. 248). Ultimamente, invece, la questione sembra essere stata risolta a favore della sua autenticità, ma resta il problema dello scioglimento delle sigle e, quindi, dell’interpretazione di tutta l’iscrizione. Il tentativo ermeneutico ad oggi più completo, ma non del tutto soddisfacente (cfr. le obiezioni di Bakkum 2009, p. 490), è quello di Di Stefano Manzella, il quale propone di vedervi un’iscrizione latina di testo Furc(ulam) T(itos) P(---) c(ensor) ef(fodi) i(ussit) vei(culis). In mancanza, comunque, di un’interpretazione inequivocabile, non possiamo essere sicuri che si tratti di un’iscrizione latina piuttosto che di una falisca recente in caratteri latini (cfr. Giacomelli 1963, p. 70).

  • 16

    Non è chiaro se sia stata vista da Gasperini 1989, pp. 69-71, il quale nelle pagine dedicate alle iscrizioni latine rupestri della tagliata riporta l’apografo di Bakkum 205 con sotto la trascrizione FVRC·T·P·C·EF·I·VEI e accanto ma separata VEI, anche se nella trattazione scritta parla solamente di Bakkum 205 e dei segni di lavoro. 

  • 17

    Gamurrini et al. 1972, pp. 248, 376; sulla Carta Archeologica vedi nota 55.

  • 18

    La grandezza molto simile dei caratteri, l’uso dell’interpunto triangolare e la forma della e con le traverse estreme divergenti inducono a ritenere che la mano sia la stessa. Un’unica differenza sta nella forma della v, che qui appare curvata al congiungimento delle due diagonali. Vedi la fotografia di Fig. 4.

  • 19

    Non sembra possibile stabilire con certezza se tutte le iscrizioni della via cava, o perlomeno la maggior parte di esse, siano riferibili a un progetto di costruzione unitario (Di Stefano Manzella 1996, p. 224), e quindi a un unico momento storico, o se piuttosto ciascuna rimandi a un’iniziativa edilizia intrapresa in fasi storiche differenti (Quilici 1990, pp. 206-7). L’ipotesi che si tratti di nomi di curatori di opere pubbliche è la più accreditata fra gli studiosi (cfr., oltre ai passi citati in precedenza, Giacomelli 1963, p. 71, ead. 1978, p. 534, Moscati 1985, p. 95, Cristofani 1988, p. 19, Bakkum 2009, p. 489, Rigobianco 2020, p. 312), ma non l’unica: è stato anche proposto di vedervi elementi di propaganda elettorale (cfr. Giacomelli 1963, p. 71, ead. 1978, p. 534) oppure, almeno per Bakkum 207-210, firme di passaggio (cfr. Giacomelli 1978, p. 534, Di Stefano Manzella 1996, p. 224). È da escludere, invece, che si tratti di iscrizioni funerarie, in quanto resti di tombe in corrispondenza delle epigrafi non sono mai stati rilevati. Le indagini archeologiche, infatti, hanno messo in luce solo una tomba a camera di età romana, priva di iscrizioni, scavata nella parete destra all’inizio della tagliata; cfr. Quilici 1990, p. 200.

  • 20

    Per i dati materiali completi di Bakkum 206 vedi infra.

  • 21

    Vedi, ad esempio, Giacomelli 1963, pp. 69-71 e Bakkum 2009, pp. 303, 317, 490.

  • 22

    Giacomelli 1965, p. 155. Per una fotografia molto buona, si veda quella di Marcello Bellisario in Moscati 1985, pp. 128-29.

  • 23

    Oltretutto, come fa notare la Giacomelli, ibidem, della Rena non si è accorto dell’andamento sinistrorso del testo: per questo ha riportato nella prima riga la parte finale del testo e viceversa.

  • 24

    La differenza nel numero di caratteri trascritti è difficile da spiegare; vedi infra.

  • 25

    Un’intera fascia di tufo, che si estende più o meno dall’altezza della nostra iscrizione fino a terra, è caduta a partire dalla lettera n fino all’imboccatura della tagliata.

  • 26

    Vedi infra. Diversamente, la Giacomelli, ibidem, riteneva che «nella n sinistrorsa, tagliata da un trattino» della trascrizione di della Rena si potesse riconoscere «il completamento della a iniziale».

  • 27

    Il valore del disegno nell’opera di Buonarroti appare manifesto sia dalla qualità, notevole per un “letterato”, dei disegni che illustrano i suoi taccuini (per un’antologia vedi Gallo 1986) sia dall’importanza che egli accordava a questa tecnica, oltre che come rudimento propedeutico indispensabile per l’acquisizione di una padronanza tecnica nel campo delle arti figurative (custodendo in ciò, quasi come eredità familiare, l’indirizzo classicistico della scuola pittorica fiorentina, di cui Michelangelo era stato uno dei massimi esponenti; cfr. le considerazioni espresse nel ms. della Biblioteca Medicea Laurenziana 135, fasc. 12, alle cc. 9-13 sul modo «di insegnare l’arti liberali» e riportate in Gallo 1989, pp. 960-67) anche, e soprattutto, come complemento inscindibile alla dissertazione teorica nello studio delle antichità (cfr. Gallo 1989, pp. 958-59). A questo riguardo è eloquente la decisione di dare largo spazio all’illustrazione dei documenti antichi che successivamente informerà la composizione delle sue opere maggiori.

  • 28

    Sul metodo dell’epigrafista, e in generale dello studioso, Buonarroti vedi le considerazioni di Parise 1972, p. 147 e di Cristofani 1983, pp. 23-37.

  • 29

    Possono essere viste come facili congetture le poche correzioni che Buonarroti apporta alla prima trascrizione. Si vedano, ad esempio, le due a alla riga superiore dell’apografo oppure la correzione del quindicesimo carattere da destra, il quale nella prima stesura sembra addirittura richiamare la forma di uno ‘ayin ebraico (Buonarroti si esercitò sullo studio degli alfabeti orientali durante il suo apprendistato con Ciampini; cfr. Gallo 1986, p. 12), ma nella trascrizione definitiva assume il profilo di una n. Verosimilmente, però, tali semplici rettifiche saranno da attribuire a una seconda osservazione dell’iscrizione.

  • 30

    Questa franchezza d’animo e modernità di metodo saranno resi espliciti nella prefazione alle sue Osservazioni Istoriche sopra alcuni Medaglioni Antichi, uscite sette anni più tardi, nel 1698, ma considerabili come una «summa di venti anni di studio e di soggiorno» a Roma (Gallo 1986, p. 15). Vi si legge, infatti, che «lo studio dell’antichità e dell’erudizioni è differente da molti altri, ne’ quali non pare che in rigor di metodo si ricerchi, che l’adattare le conclusioni a quel solo principio, da cui dependono; dovecchè in questo non si può sperare di seguitare un metodo così semplice» (p. II); di conseguenza, se allo studioso di tali discipline potrà accadere talvolta di «confessar sinceramente di non poter sapere» (ibidem), non se ne dovrà fare motivo di biasimo. Difatti, «se veruna scienza ha bisogno d’un sì fatto preparamento d’intelletto e cautela, lo studio dell’erudizione e dell’antichità è quello che ne ha una necessità particolare, non solo per le cagioni addotte, ma ancora per il gran numero degli scrittori, e per la varietà dell’opinioni che ci sono» (p. V).

  • 31

    Quilici 1990, pp. 206-7.

  • 32

    Potrebbero essere interpretati come segni divisori le tre piccole incisioni piuttosto marcate che compaiono in alto prima della n iniziale, tra la o e la s e tra la e e la n (caratteri 8-9) (vedi apografo). Per via della loro forte irregolarità nella forma e nel tracciato, tuttavia, sembra più realistico pensare a errori del lapicida o a spaccature naturali del tufo. Anche Buonarroti le registra: nel tratto mediano che egli assegna al carattere precedente la n bisogna verosimilmente riconoscere la prima; per la seconda, l’erudito scorge tra la o e la s un punto anche in basso; la terza è posizionata a mezza altezza. Per il vacat apposto da Buonarroti fra i caratteri 7-8 vedi infra.

  • 33

    Vedi la forma della n, priva del prolungamento verso il basso della prima asta tipico dell’età arcaica e quella della s, a tre tratti, di contro al tipo a quattro, cinque o sei tratti in uso in età arcaica.

  • 34

    La forma quadrangolare è utilizzata anche nelle altre due iscrizioni della tagliata che presentano la o, Bakkum 207 e 210.

  • 35

    L’unico altro riscontro di o quadrangolare puntata è in Bakkum 154, per la quale, però, non si può escludere con certezza che il punto sia casuale; cfr. Giacomelli 1963, p. 34.

  • 36

    Cfr. Giacomelli 1963, p. 34, la quale parla di «ricerca di raffinatezze esotiche» a partire dal modello etrusco.

  • 37

    Della Rena, invece, trascrive una n, accorpando in un unico segno i tratti che vengono generalmente interpretati come r e i (nell’apografo, dunque, la i seguente costituisce una dittografia erronea). Lo stato attuale dell’epigrafe, comunque, non permette di squalificare in via assoluta la trascrizione di della Rena. Niente ci porta ad escludere con sicurezza, infatti, che l’inizio del tratto discendente che ancora si intuisce si estendesse in lacuna fino a congiungersi con l’estremità inferiore dell’asta verticale successiva. In questo modo ci troveremmo di fronte al gentilizio Nanonio, nomen di area lucana attestato sia nell’epigrafia epicorica (ImIt Potentia 9, 10: νανονιc, da Rossano di Vaglio, primo quarto del II sec. a.C.) che in epoca romana nella forma latinizzata Nanonius (CIL X, 318, 331, da Teggiano e Atena Lucana, I sec. d.C.; AE 1991, 497, da Sinuessa, I-II d.C.). Poiché comunque il margine sinistro della spaccatura che si registra oggi può dare l’impressione di essere la continuazione del tratto discendente della r – e non si può nemmeno escludere che lo sia, cioè che la crepa abbia ricalcato il tracciato dello scalpello (in questo caso, però, andrebbe esclusa la n, poiché esso non si congiunge con l’asta verticale successiva) –, può darsi che la spaccatura fosse già presente nel ‘600 e che i due eruditi abbiano interpretato il suo margine sinistro come tratto effettivo.

  • 38

    Bakkum 2009, pp. 375, 378, nota 183.

  • 39

    La forma etrusca è riscontrabile anche in una manciata di iscrizioni mediofalische da Civita Castellana: Bakkum 25, 26, 37 (più probabilmente etrusca), 69-71; cfr. Giacomelli 1963, p. 35.

  • 40

    Nello specifico, queste peculiarità sono compatibili con l’alfabeto etrusco di tipo IB ‘capitale’ (in particolare nella sua versione ‘quadrata’, per la quale vedi ad es. CIE 5474, 5479), alfabeto che nasce in area tarquiniese-vulcente nel IV secolo a.C. e si diffonde nel corso del III secolo anche in area settentrionale, per il tramite di Chiusi, in contemporanea con il suo graduale abbandono nei luoghi di origine; cfr. Maggiani 1990, pp. 186-7 e Benelli 2012. Fenomeni di interferenza e prestito dall’etrusco sono riscontrabili in diverse iscrizioni falische e a più livelli, da quello puramente grafico-ortografico a quello testuale, all’onomastica, al lessico e alla sintassi; cfr.  Bakkum 2009, pp. 322-30. La presenza degli Etruschi nell’Agro falisco, d’altronde, è ben nota e studiata, soprattutto per i centri di Narce e Corchiano (vedi Cristofani 1988, Colonna 1990, Peruzzi 1990, Maras 2013), i quali ci hanno restituito rispettivamente 20 e 14 iscrizioni etrusche; altre 12 iscrizioni provengono da Civita Castellana, datate tra il V e l’inizio del III secolo a.C., e costituiscono un corpus non ancora approfondito (cfr. comunque Bakkum 2009, pp. 599-601). La documentazione epigrafica etrusca dell’Agro falisco è raccolta in Bakkum 2009, pp. 593-608, oltre che negli ET e nel vol. 2.2.1 del CIE con l’Additamentum pubblicato nel 2006 da Giovanni Colonna e Daniele Maras.

  • 41

    Giacomelli 1963, p. 31, Bakkum 2009, p. 383.

  • 42

    Giacomelli 1963, p. 65, Bakkum 2009, p. 386.

  • 43

    Questo è il confine tra paleo- e mediofalisco fissato in Bakkum 2009, pp. 11, 366, il quale, tuttavia, è puramente convenzionale, mancando sufficienti basi storiche o linguistiche a determinarlo con sicurezza (cfr. Bakkum 2009, p. 11 e Rigobianco 2020, p. 303); la Giacomelli 1978, p. 511, invece, lo individua nel V secolo a.C.

  • 44

    Vedi Quilici 1990, p. 208, il quale aggiunge: «la via si dimostra indipendente dal sistema viario creato da Roma con la fondazione di Falerii Novi, rivelandosi con questo anteriore alla fondazione di quella città». Diversamente Di Stefano Manzella 1996, pp. 223-25, secondo cui la costruzione della tagliata sarebbe riferibile a un unico progetto di ispirazione romana, messo in atto nell’arco di qualche anno dalle autorità di Falerii novi tra la fine della Guerra annibalica (202 a.C.) e l’inizio del Bellum sociale (91 a.C.).

  • 45

    La guerra del 241 a.C. fa da spartiacque tra l’epigrafia medio- e neofalisca, ma solo per quei siti che furono abbandonati con la conquista romana o quelli che, al contrario, sorsero allora; cfr. Bakkum 2009, pp. 11-12, 365-66.

  • 46

    Quilici 1990, pp. 206-8.

  • 47

    Similmente, l’epigrafe è classificata come ‘Middle or Late Faliscan’ da Bakkum.

  • 48

    Grazie a della Rena, peraltro, la nostra iscrizione detiene il record di prima epigrafe falisca ad essere registrata. Non, però, quello di prima iscrizione falisca edita, che spetta a Bakkum 79, pubblicata proprio da Filippo Buonarroti nelle sue Explicationes et Conjecturae del 1726. Si è visto, infatti, che né la trascrizione vaticana né quella marucelliana furono pubblicate nel ‘600.

  • 49

    La copia di Ciampini si distanzia solamente per la mancata registrazione dei primi due caratteri da destra e per l’inserimento fra il settimo e l’ottavo di un segno simile a una s preceduto e seguito da tre punti allineati in verticale, sul quale vedi nota 69.

  • 50

    Ringrazio il prof. Lucio Benedetti per la segnalazione.

  • 51

    Riguardo alle lettere dell’iscrizione, Suarez, nella lettera precedentemente ricordata, scriveva: «hanno assai delle Etrusche», e Ciampini, nella propria relazione (Armellini 1893, fasc. III, p. 41), pur esprimendo forti dubbi sulla loro autenticità: «dimostrano aver qualche corrispondenza con le lettere etrusche». D’altronde, lo studio dell’epigrafia e della lingua falisca come ambito indipendente dall’etruscologia prenderà avvio solamente in pieno XIX secolo, con la pubblicazione nel 1854 delle prime iscrizioni falische riconosciute come tali (Bakkum 220-233 in Orioli 1854); cfr. Bakkum, pp. 14-17.

  • 52

    Deecke 1888, p. 156, sub n. 35.

  • 53

    La copia fu realizzata a partire da una fotografia scattata da Bartolomeo Nogara nel 1909. Lo stesso Nogara trasmise a Herbig le trascrizioni dei segni di lavoro della via cava pubblicati in CIE 8427, traendole da una notizia rinvenuta tra i materiali manoscritti concernenti la Carta Archeologica (sulla quale vedi nota 55).

  • 54

    Vetter 1953, p. 310.

  • 55

    In realtà, la tagliata era già stata ispezionata alla fine del XIX secolo, quando un’équipe di archeologi italiani guidata da Gian Francesco Gamurrini, Adolfo Cozza, Angelo Pasqui e Raniero Mengarelli avviò un poderoso lavoro di ricognizione, rilievo e documentazione completa e sistematica dell’area dell’Etruria e della Sabina, all’interno del progetto editoriale noto come Carta Archeologica d’Italia. Tuttavia, il consistente materiale raccolto in quegli anni rimase a lungo inedito, fino a quando nel 1923 l’iniziativa riprese vigore e, con il nome di Forma Italiae, cominciò a produrre i primi volumi. Sulla storia del progetto vedi Castagnoli 1972, Marchi 2023, pp. 16-19 e, con focus sul periodo 1881-1897, Cozza 1972. Nel volume del 1972 (Gamurrini et al. 1972) – che insieme a quello del 1981 (Cozza-Pasqui 1981) raccolgono i materiali dell’Etruria, della Sabina e dell’Agro falisco – è contenuta la descrizione che Angiolo Pasqui dà della tagliata di Fantibassi, nella quale, però, sono menzionati e trascritti solamente le due iscrizioni in caratteri latini e alcuni segni di lavoro (Gamurrini et al. 1972, pp. 246-48, 375-76).

  • 56

    Frederiksen-Ward Perkins 1957, p. 142. Vedi Giacomelli 1961 per gli apografi delle altre iscrizioni della tagliata.

  • 57

    Giacomelli 1965, p. 155.

  • 58

    La riproduzione fotografica dell’iscrizione è inficiata in primo luogo dalle dimensioni della stessa in rapporto all’angustezza dello spazio circostante, nonché dalla mancanza di luce nella tagliata e dalle cattive condizioni del supporto, caratteristiche che non consentono una resa complessiva soddisfacente che sia al contempo nitidamente intellegibile in tutte le sue parti.

  • 59

    Cfr. Giacomelli 1965, p. 155, nota 8, Bakkum 2009, p. 490.

  • 60

    Giacomelli 1963, p. 69, ead. 1965, p. 156, ead. 1978, p. 533.

  • 61

    Di Stefano Manzella 1996, p. 224, il quale rileva prima di n «due solchi paralleli verticali, il primo di circa 9 cm, il secondo di 25, entrambi compromessi dalla frattura del tufo». All’esame autoptico, però, risulta che i due solchi in frattura siano proprio le aste verticali della n.

  • 62

    Bakkum 2009, p. 490.

  • 63

    Non senza un considerevole sforzo interpretativo – analogo, comunque, a quello di chi si trova di fronte un’iscrizione così rovinata – si possono identificare nel primo segno da sinistra la o finale del gentilizio, nel secondo una coalescenza di lul, nel terzo forse quel segnetto uncinato riportato in alto dopo il prenome nell’apografo della Giacomelli e nell’ultimo una fantasiosa fusione di c e a.

  • 64

    Bakkum 208 dovrebbe essere riconoscibile nei primi cinque segni da sinistra, mentre Bakkum 209 negli ultimi due; i restanti due centrali sembrano essere la trascrizione delle incisioni presenti nello spazio fra le due iscrizioni (vedi Fig. 4). Questa ipotesi risulta rafforzata dal fatto che le due iscrizioni si trovano sulla stessa parete, quella di destra per chi scende, a soli 0,40 m circa di distanza. Proprio sopra queste trascrizioni, inoltre, della Rena annota: «Dirimpetto vi sono le seguenti lettere». Ciò verosimilmente sta a indicare che egli trasse questi apografi dalla parete opposta a quella in cui aveva trovato non tanto i segni di lavoro flebilmente tracciati a riga 7, bensì le iscrizioni riportate alle righe 1-6 (Bakkum 205, 206 e 207), le quali si trovano, appunto, tutte sulla parete di sinistra.

  • 65

    Si può facilmente immaginare che l’erudito sia stato disturbato dalla vegetazione coprente o da condizioni di luce sfavorevoli, oltre che da un supporto là particolarmente rovinato (come pure l’apografo di Buonarroti lascia supporre).

  • 66

    Non si può nemmeno escludere, d’altra parte, che la spaccatura non avesse intaccato affatto il testo.

  • 67

    Vedi Bakkum 2009, p. 388.

  • 68

    Nella maggior parte dei casi, infatti, l’occhiello rimane totalmente aperto; vedi Giacomelli 1963, p. 35 e Bakkum 2009, p. 385.

  • 69

    Anche Ciampini, nel ricopiare l’apografo, sembra indicare la presenza di un vacat (su istruzione di Buonarroti stesso?) tramite un segno simile a una s preceduto e seguito da tre punti allineati in verticale.

  • 70

    -e è desinenza nominale attestata dei seguenti casi: II decl. voc. sg. (voltene), nom. pl. < *-oi (lete); III decl. nom. sg. di temi in -i < *-is (ortecese), gen. sg. di temi in -i < *-is (o *-es o *-eis, cfr. Bakkum 2009, pp. 144-5) (felicinate, [---]fate); nom. sg. etruscoide in -(i)e (satelie, cesi+e, cfr. ivi, p. 325). A questi va aggiunta la possibilità di un nom. sg. di III decl. di tema in vibrante con radice terminante in -e, qualora la terminazione sia omessa nella scrittura per motivi fonologici, come ad es. in mate. Di dubbia interpretazione sono: tulie, I decl. gen. sg. < -ai o piuttosto forma etruscoide di nom. sg. in -(i)e (cfr. ivi, p. 121); arute e larise, III acc. sg. < *-em o nom. sg. con -e epitetica (cfr. ivi, pp. 145, 326); efile, III decl. nom. pl. < -es, accanto a efiles, o piuttosto errore dello scriba (cfr. ivi, p. 145); i+ice, pf. III pers. sg. o cognomen (cfr. ivi, pp. 168, 281). Un’ultima, remota, possibilità è che si tratti di una forma avverbiale terminante in -e in seguito ad apocope, come ad es. per le forme he e fe di hec.

  • 71

    Non sono, tuttavia, assenti nell’epigrafia falisca esempi di incoerenza nell’uso degli espedienti di divisione delle parole in una medesima iscrizione; cfr. Giacomelli 1963, pp. 37-38, Bakkum 2009, p. 387.

  • 72

    È il silenzio dei due eruditi secenteschi sulla possibilità di avere di fronte due epigrafi diverse che ci obbliga a ritenere che tutte le lettere da essi registrate fossero talmente simili nella paleografia da poter essere facilmente considerate come facenti parte di un’unica iscrizione.

  • 73

    Cfr. nota 61.

  • 74

    Giacomelli 1963, pp. 71, 207.

  • 75

    Cfr. Bakkum 2009, p. 268. Cfr. anche Serv., in Aen., VII, 517 (commentando l’origine dell’idronimo Nar): «Sabini lingua sua nar dicunt sulphur» e il toponimo cilentano Nares Lucanae o Pagus Naranus (su cui vedi Battisti 1964, p. 289). Il gentilizio Narius sembra essere riconducibile all’area umbra, in particolare alla città di Narnia (cfr. Schulze 1904, p. 480), poleonimo a sua volta derivato dall’idronimo Nar e collegabile agli etnonimi lat. Nahartes e umbro naharkum (cfr. Pellegrini 1978, p. 107). Il gentilizio Naronius compare in due iscrizioni latine: una risalente ai primi decenni del III a.C. e proveniente da Paestum, che attesta un M(arcus) Naronius (La Greca 2001, pp. 6-8, Turi 2025; ringrazio il prof. David Nonnis per la segnalazione); una ravennate di età imperiale (CIL XI, 83) relativa a una Fortunata Naronia, il cui nomen sembrerebbe rimandare a una provenienza famigliare da Narona, colonia romana della Dalmazia situata sul fiume Naro o Narenta (La Greca 2001, p. 7, Turi 2025, p. 519, nota 19). Il suffisso -(i)onius, inoltre, sembrerebbe essere stato impiegato di frequente per derivare gentilizi latini dai corrispettivi etruschi terminanti in -(i)u (cfr. Schulze 1904, pp. 305-7). La base onomastica etrusca nar- è attestata a Perugia e Chiusi (vedi ad es. ET Pe 1.1126 nari, 1.813 narial, Cl 1.2007 narei, 1.2006 nareσ’a, 1.2008 naria). Sconsigliato, invece, è l’accostamento al toponimo Narce, sito dell’Agro falisco meridionale, il quale probabilmente è denominazione nata in epoca postclassica tramite risegmentazione della locuzione «in Arce» (cfr. Colonna 1990, pp. 115-17).

  • 76

    Giacomelli 1963, pp. 70-71, la quale accanto a questa possibilità, in cui il pronome abbreviato potrebbe essere Aulus e il gentilizio Sosena o Cosena, propone l’interpretazione alternativa A[r](runs) Osena; Bakkum 2009, pp. 225, 239.

  • 77

    Cfr. Bakkum 2009, p. 239. Le attestazioni (Bakkum 174?, 234, 242, 325, 389), comunque, non sono numerose e spesso malcerte.

  • 78

    Una possibile abbreviazione del prenome Numerius è forse da vedersi in nu() di Bakkum 202 e 309, ma entrambe le occorrenze sono dubbie; cfr. Bakkum 2009, pp. 246-47.

  • 79

    Cfr. Giacomelli 1963, p. 70.

  • 80

    In questo contesto, una possibilità – comunque poco allettante – è l’apocope grafica di un nome terminante in -azios < -asios, con sonorizzazione della sibilante come in folcozeo e +olcuzeo di Bakkum 329 e 330 (su cui cfr. Bakkum 2009, p. 85).

  • 81

    Attestato un'unica volta (Bakkum 155), ma per un prenome femminile, forse come abbreviazione di Titia o, con meno probabilità, di Tiberia; cfr. Bakkum 2009, p. 251.

  • 82

    La prima forma è attestata una sola volta (le letture nuzinaie di ET Ve 3.2 e nuzinas di Cr 2.43 presenti nella prima edizione di ET sono state corrette nella seconda in zinaie e nutinas), in ET Cr. 2.1. Per la seconda, attestata solo in Cl. 1.2021, si può immaginare un rapporto simile a quello che lega etr. marcna a fal. macena (su cui vedi Peruzzi 1990, pp. 281-83).

  • 83

    Ma cfr. l’abbreviazione di prenome As() in CIL I2, 3228 (Corfinium, prima metà del I a.C.) As. Acaes L. l. e in I2, 3261 (Teate Marrucinorum, metà del II-metà del I a.C.) Sa. Alies As.

  • 84

    ET Fa 2.6-10 = Bakkum XI-XV (cinque iscrizioni identiche databili alla fine del V a.C., da Narce) e Fa 2.14 = Bakkum XVII (prima metà del III a.C., da Narce). Sulla forma lazi vedi Cristofani 1988, pp. 15-16.

  • 85

    Nomi femminili nell’epigrafia falisca sono attestati solo in iscrizioni di possesso e iscrizioni funerarie; sull’onomastica femminile falisca vedi Bakkum 2009, pp. 227-30.

  • 86

    Cfr. Bakkum 2009, p. 317. La designazione della magistratura è presente solo nell’iscrizione neofalisca Bakkum 213, mentre formule più complesse sono registrate solo in iscrizioni latine (Bakkum 291, 456). Particolarmente stringente è il confronto con un’altra iscrizione incisa sulla parete di una via cava, Bakkum 290, la quale presenta solo i nomi dei due curatori dell’opera. Confrontabili sono anche i casi di due iscrizioni etrusche dalla tagliata di Sant’Egidio, vicino Corchiano, che riportano soltanto una formula onomastica (Fa 5.1, 5.2 = Bakkum XXXVIII, XXXIX).

  • 87

    Cfr. Bakkum 2009, pp. 30-31.

Abbreviazioni
  • AE = L’Année épigraphique, Paris, 1888-.

  • Bakkum = Bakkum 2009

  • CIE = Corpus Inscriptionum Etruscarum, Lipsiae-Florentiae-Romae, 1893-.

  • CIL = Corpus Inscriptionum Latinarum, Berolini, 1863-.

  • ET = Gerhard Meiser, Etruskische Texte. Editio minor, 2 voll., Hamburg, Baar, 2014.

  • ImIt = Michael H. Crawford et al., Imagines Italicae. A Corpus of Italic Inscriptions, 3 voll., London, Institute of Classical Studies, University of London, 2011.

  • SupplIt = Supplementa Italica, nuova serie, Roma, 1981-.

Vedi tutto
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  • Rémy 2019 = Bernard Rémy, L’apport des manuscrits de Joseph-Marie de Suarès à l’élaboration du Corpus des inscriptions latines de Vaison-la-Romaine et de son territoire, in Altera pars laboris. Studi sulla tradizione manoscritta delle iscrizioni antiche, a cura di Lorenzo Calvelli - Giovannella Cresci Marrone - Alfredo Buonopane, Venezia, Edizioni Ca’ Foscari - Digital Publishing, 2019, pp. 255-78. (https://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni4/libri/978-88-6969-375-5/, visto il 15/07/2025).

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