Abstract
La collaborazione al A Pilot Project in the Digitisation of Epigraphic Manuscripts (ProDEM). Senator Filippo Buonarroti's Papers and Antiquarian Culture under the Last Medicis e la rilettura del codice BMF A43 ha ribadito l’importanza e la necessità di una consultazione autoptica delle fonti. Nel contributo si presentano infatti alcune novità di carattere epigrafico, ad esempio la dedica a Silvano (CIL VI 581) non più urbana ma pertinente a Gabii, e topografico (nuove informazioni di provenienze, riconsiderazioni su alcune vigne urbane), nonché una serie di altre annotazioni rimaste “nascoste” fino ad ora (vd. ad es. CIL VI 13037 e 19557).
The collaboration on the A Pilot Project in the Digitisation of Epigraphic Manuscripts (ProDEM). Senator Filippo Buonarroti's Papers and Antiquarian Culture under the Last Medicis and the re-examination of codex BMF A43 have reaffirmed the importance and necessity of autoptic consultation of sources. This contribution presents several new developments of an epigraphic nature - for example, the dedication to Silvanus (CIL VI 581), now understood to pertain not to Rome but to Gabii - as well as of a topographical nature (new provenance information, reconsiderations regarding certain urban vineyards). It also highlights a series of other annotations that had remained “hidden” until now (see, for instance, CIL VI 13037 and 19557).
Parole chiave
Keywords
Nell’impossibilità di offrire ancora considerazioni di insieme sul codice A43 conservato presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze, si presentano in questa sede una serie di rapide osservazioni su alcune novità emerse dalla rilettura del manoscritto per il suo progetto di digitalizzazione1.
È noto, soprattutto agli addetti del settore, come il senatore Filippo Buonarroti (1661-1733) fu un ottimo epigrafista, pur non avendo mai pubblicato alcun volume a stampa in merito. Con una iperbole, potremmo forse dire che la perizia di tali antiquari che hanno preceduto la nascita della vera e propria scienza epigrafica, emerga realmente proprio dai loro appunti manoscritti dove, a differenza delle opere stampate, potevano essere annotate anche tutte le varie caratteristiche paleografiche, i nessi e, soprattutto, dove era presente una visione d’insieme di testo e supporto (a mo’ di odierna fotografia), che invece andava inevitabilmente persa nei volumi stampati dove solo i reperti meglio conservati o più degni di considerazione artistica ricevevano una raffigurazione in tavole.
Nello specifico, il Fabretti aveva esplicitamente sottolineato l’attività di autopsia che il Buonarroti era solito compiere nelle vigne suburbane alla ricerca di iscrizioni2, mentre il Ciampini, nel suo resoconto sulla ricognizione di antichità nella campagna a nord di Roma del 1691 alla quale il nostro prese parte, ricorda come trovando «un cippo antico di travertino nel quale erano scolpite lettere talmente corrose che si rendeva difficile il leggerle, nondimeno ci facemmo dare acqua ed una sponga e lavammo bene la pietra…»3.
Forse, però, sono le parole del De Rossi nella prefazione al primo volume delle ICUR a portare il Buonarroti nella storia degli studi epigrafici veri e propri. Questi viene infatti ricordato per l’apporto che le sue schede manoscritte hanno fornito al lavoro dello stesso De Rossi, sia per il numero di testi allora ignoti che da queste aveva ricavato, sia per l’utilità nella valutazione e nel giudizio degli apografi di Marcantonio Boldetti4. Quel Boldetti, custode delle catacombe e delle reliquie e contemporaneo del Buonarroti, del quale invece il De Rossi dice «tantosque ejus errores detexi, adeo ignavam incuriam». Lo stesso Boldetti, a onor del vero, riconoscerà nelle sue Osservazioni sopra i Cimiterj de’ santi Martiri ed antichi cristiani di Roma il debito verso il Buonarroti in tema di erudizione ed epigrafia5.
Nonostante le qualità di antichista e archeologo del nostro siano state magistralmente delineate e messe in evidenza da uno studio ormai datato del Moretti - nel quale viene descritto come teso verso una «precisa, puntuale, globale conoscenza del documento archeologico...premessa indispensabile allo studio del medesimo, sia esso un vaso o un’iscrizione, una moneta o un avorio» - credo che la figura del Buonarroti, soprattutto quella di epigrafista, offra ancora spunti di approfondimento.
Proprio quella visione d’insieme sottolineata dal Moretti, emerge ancor di più per quelle iscrizioni di cui nel Corpus non viene riportata altra notizia oltre al testo, ma delle quali invece dal manoscritto del Buonarroti si riesce ad individuarne la loro natura grazie all’attenta riproduzione.
È il caso di CIL VI 13037 e 19557: per la prima dal disegno del Buonarroti deduciamo che, con ogni probabilità, ci troviamo di fronte ad una lastra con fenestellae di cui si conservava quella di destra; per la seconda che si trattava di una stela pseudo timpanata con acroterii, con al centro del timpano una classica coroncina vittata (figg. 1-2).
Alla fedele riproduzione del supporto di quest’ultima, non corrisponde invece un altrettanto felice terminologia nella sua descrizione: in questo come in altri casi analoghi le stele vengono infatti definite tabulae, in maniera analoga ad esempio alle vere e proprie lastre con i Rendiconti dei Fratelli Arvali rinvenute sulla Portuense nel 1699 (Fig. 3).
È necessario, invece, soffermarsi più approfonditamente su una dedica sacra ad Apollo che il Buonarroti trascrive nel codice non una, ma ben due volte, sia nel foglio 62r che nel 63r (figg. 4-5).
Il documento, CIL VI 581, è presentato dagli autori del Corpus come un vaso marmoreo, proveniente da Roma, trovato nel 1695 nell’area di Vigna Nari sulla via Salaria e nello specifico dalla cd. Villa di Grotta Pallotta.
Una zona questa, come ben noto, feconda di ritrovamenti epigrafici: lo stesso Buonarroti nel foglio in esame riporta tutta una serie di iscrizioni che «sono state trovate nella vigna de signori Nari a Grotta Pallotta fuori di Porta Pinciano [sic] nel 1695» (Fig. 6). Una simile specificazione oggi vuol dire tutto e niente, aprendosi fuori Porta Pinciana un’area immensa e ormai densamente urbanizzata: provando a definire meglio, la vigna si estendeva, tra le altre, uscendo dalle Mura Aureliane, tra via Salaria e via Pinciana6, mentre per Villa di Grotta Pallotta - da non confondersi con la Località Grotta Pallotta sulla Via Latina - possiamo essere ancora più precisi, sorgendo il casino tra via Allegri e via Pinciana7.
Tornando all’iscrizione, le informazioni prima ricordate si ritrovano in letteratura in chi si è occupato o ha discusso del documento. Questo viene riprodotto (testo e disegno) qualche decennio dopo, nel 1739, dal Muratori nel Novus Thesaurus, dove non è riportato il luogo di provenienza ma solo l’appartenenza alla collezione Ciampini8 (Fig. 7). Anche il Lanciani per il 1695 ricorda «scavi a Vigna Nari a Grotta Pallotta» e tra le varie iscrizioni ivi rinvenute cita anche la nostra CIL VI 5819.
Stando al lemma, gli autori del Corpus non erano però ignari degli appunti del Buonarroti nell’A43, seppur non sembrano o averne tenuto conto o piuttosto aver fatto confusione con l’informazione sottostante riferita ad altre iscrizioni, nonostante una netta cesura le separi dalla nostra.
Rileggendo il f. 62r, l’unico dei due dove è copiata l’epigrafe e in cui si riporta un dato topografico, il nostro infatti annota: «vas ex lapide Tiburtino repertum ad D(ivi) Antonii anno 1696 me(n)se martio», specificando poi «in urbe Gabii». Siamo presso quella che anche il Nibby due secoli dopo chiama Torre S. Antonio, ossia sul diverticolo che univa la «vecchia Prenestina con la Labicana», ossia tra la stessa Prenestina e la moderna via Casilina, a metà tra Osteria dell’Osa e contrada Finocchio10.
L’iscrizione quindi non è urbana, ma da ricondurre a Gabii e al suo territorio: togliere un’iscrizione sacra a Silvano da quelle di Roma, non altera certo il computo generale che, secondo quanto messo in luce anni addietro da S. Panciera, vede Silvano quale la divinità più venerata nell’Urbs in età imperiale11. Diverso invece è il caso per Gabii, il cui Pantheon e la cui vitalità religiosa sono decisamente scarsi rispetto a quello di altri centri del Latium vetus; tra le divinità venerate (Giunone, Fortuna, Ercole, Apollo, gli Dei Consenti) si conosce solo un’altra dedica sacra a Silvano, nota peraltro da testimonianza indiretta12. Mi riferisco al documento copiato, insieme ad altri, nel 1792 dallo Uhden sub signo Silvani, che il Dessau rinvenne nei manoscritti del Museo di Berlino e che ricorda il voto di un tale Q. Veranius Mystis13.
L’attenzione del Buonarroti verso questo documento risulta evidente dal fatto che, oltre a riprodurlo come detto per ben due volte nel nostro manoscritto, lo ricorderà anche nelle Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di vetro, ornati di figure trovati ne' cimiteri di Roma quando, parlando di due frammenti riproducenti scene con il Buon Pastore, stabilirà un rapporto tra il recipiente che questi teneva in mano e quelli che dice in greco chiamarsi pella, analoghi agli skyphoi. Cito dallo stesso Buonarroti: «Un altro vaso da latte era nominato fino il quale secondo la forza del nome sarà stato più grande del nostro piccolo vaso, e può essere che fosse della forma, che qui sotto si pone, cavata da un vaso antico di travertino, veduto già da me nel Museo di Monsignor Ciampini» e ancora «Dal vaso del Museo di Monsignor Ciampini si vede, che oltre al cipresso, tre altre piante erano consecrate a quel Dio, cioè l'alloro, la quercia, ed il pino»14.
Emerge da queste parole l’attenzione comparativa del Buonarroti antichista; riapplicandola, vediamo come la tipologia del supporto in questione si ritrovi anche in altre dediche e che tali vasi potori siano spesso offerti a Silvano15.
Basterà ricordare in questa sede come crateri e skyphoi risultino offerti alla divinità magari insieme a signa16, ma nello specifico più interessanti risultano i seguenti tre confronti con quelli che, forse più propriamente, è meglio chiamare vasi con anse orizzontali:
- quello conservato a Villa Albani, di provenienza ignota, che il Gasparri ritiene fortemente interpolato in età moderna, non soltanto nel coperchio sicuramente non pertinente, dal Piranesi e dalla sua bottega17. Il corpo, a campana, per un’altezza di 36,5 cm è riccamente decorato da animali (un cane, una pantera) che si muovono tra elementi vegetali. Il Piranesi ci ha lasciato uno splendido disegno del manufatto senza però ricordare l’iscrizione che, come nel nostro caso, correva lungo il bordo superiore del vaso, in questo caso affermando: Silvano sacrum Epinicus Corn[---]18;
- quello al Museo Nazionale Romano, anche in questo caso con corpo, di altezza di 32 cm, fittamente decorato con scene a rilievo (viti e rami di pino, animali e Pan-Silvano con capra e cane) e con un’iscrizione che corre sull’orlo piatto ma anche sulle due anse, di cui quella di sinistra andata perduta. Il documento dovrebbe provenire da Rignano Flaminio, l’antica Capena, stando a quanto affermato dal Paribeni che lo comprò dal mercato antiquario19;
- infine un ultimo esemplare, visto a Parigi all’inizio del secolo scorso, proveniente dalla collezione Martinetti, oggi di conservazione ignota, che richiama anch’esso gli elementi finora elencati: un vaso marmoreo con rilievi vegetali e di vita animale (uccelli per lo più) sul corpo, dove è presente la dedica: M(arcus) Iun(ius) Cerial(is) sacro Silvano, d(onum) d(edit), che si differenzierebbe dagli altri per le dimensioni minori, solo 12 cm di altezza20.
Confrontando il disegno buonarrrotiano con gli esemplari appena presentati, direi che il nostro documento rientra senza dubbio in questa categoria di offerte di vasi, pur non sapendo le sue dimensioni, non potendo essere certi a questo punto del materiale (marmo o travertino? travertino con inserti in marmo?) e risultando decisamente più parco quanto a decorazioni sul corpo.
Altrettanto significativa è stata la rilettura di una trascrizione nel foglio 63v: si tratta di una stele in travertino relativa ad un corporis custos21 (Fig. 8). Nel lemma del CIL si legge in vinea de Iuni, olim Ginetta. Se, come vedremo, la vinea Ginetta, pur con le dovute precauzioni, si può grossomodo localizzare nell’area dell’Aurelia, di difficile interpretazione per la storia degli studi e del collezionismo risulta una vinea de Iuni. Il Buonarroti, però, non scrive come ha interpretato il Bormann (ossia de Iuni), ma de Turri: il riferimento in questo caso risulta di più facile spiegazione, essendo il proprietario in questione Paolo Girolamo Torre, marchese genovese, banchiere, allievo del Collegio Clementino, che dal 1667 al 1695 e ancora da questo stesso anno al 1707, ebbe l’appalto per le miniere della Tolfa22. Questi, proprio nei decenni conclusivi del XVII secolo, aveva rilevato dalla famiglia Ginetti, con a capo quel Cardinal Marzio che aveva sottoscritto l’accusa di eresia a Galileo Galilei23, proprio quella vigna più o meno all’incrocio tra via Aurelia antica e via delle Fornaci.
Seguire l’avvicendarsi delle proprietà, e quindi delle varie scoperte, nell’area in questione non risulta sempre così lineare. In primis perché la storia di questa parte dell’agro romano fuori Porta San Pancrazio - l’antica Porta Aurelia, che oggi risulta più avanzata rispetto alla sua posizione nell’antichità, dopo gli interventi di papa Urbano VIII - è dominata dall’aura e dall’obiettiva importanza di Villa Doria Pamphilj, tanto per il ruolo di questa famiglia quanto per il prestigio artistico della tenuta in sé24.
Proprio la decisione di Camillo Pamphilj nel 1644 di trasformare il proprio possedimento in una villa grandiosa sotto la direzione dell’Algardi, segnò una svolta in un’area dove già sorgevano dimore raffinate, ma non tanto quanto quelle future, e che aveva avuto per via della vicinanza con il Vaticano e la protezione offerta dalla vicina Porta Aurelia, una continuità di insediamento per tutto il tardo impero, l’età medioevale e quella moderna25.
La situazione appena evidenziata è ben rilevabile nella mappa, contenuta nel Catasto Alessandrino, redatta da Domenico Legendre nel 1661 Pianta et Descrittione della Strada che da Porta S. Pancratio passa per la Pisana et arriva a Maccarese, dove si evince l’assetto stradale seicentesco dell’area e, per quel che ci riguarda, la sola presenza del Casino del Bel Respiro26. Sarà infatti qualche decennio dopo Camillo Pamphilj che anche il cardinal Neri Corsini acquisterà «una vigna posta in Roma fuori porta san Pancrazio» e, aggiungendovi altri appezzamenti, arriverà a formare una vasta proprietà, la Villa Corsini, confinante da un lato con quella Pamphilj - nella quale dal 1856 venne inglobata, nella situazione che vediamo oggi - dall’altro con l’Aurelia antica27.
Se giustamente la situazione topografica della zona di villa Pamphilj non può essere considerata a se stante rispetto al territorio circostante, ossia al comprensorio a destra dell’Aurelia antica, credo che lo stesso debba valere anche a parti inverse. Torniamo così alla vigna Ginetti, successivamente Torre, che sebben non trovi tutti concordi costituirà il nucleo originario dove sorgerà l’odierna Villa Abamelek, residenza dell'ambasciatore russo in Italia28.
Tutta l’area, cui bisogna aggiungere anche quella relativa a Villa il Vascello29, infatti, formava una vasta zona suburbana a ridosso delle mura aureliane che, già dalla tarda età repubblicana, si contraddistinse per una specifica vocazione funeraria. Se famosi e noti sono i ritrovamenti nei pressi del Casino del Bel Respiro, tra la Palazzina Corsini e l’arco dei Quattro Venti, anche per le opere di Pietro Sante Bartoli che non sempre però consentono un’esatta ubicazione delle scoperte da lui indicate, tornando alla trascrizione del Buonarroti, la stele del corporis custos ivi registrata non è casuale30. Tutta una serie di iscrizioni funerarie della guardia personale degli imperatori giulio-claudi, infatti, provengono dall’area in questione, l’odierna via Aurelia antica che, quasi con certezza, ricalca il tracciato dell’Aurelia vetus31.
Nello specifico, proprio il settore della vigna Ginetti - poi come detto vigna Torre, dalla metà del XVIII secolo proprietà Ferroni (toponimo con cui è indicata nella pianta del Nolli e nella Forma Urbis del Lanciani), per arrivare dopo ulteriori cessioni di proprietà ad essere acquistata dal principe russo Abamelek Lazerev agli inizi del ‘90032 - può essere individuato come quello che, dopo la via Appia e prima della via Portuense, viene deputato dall’età di Claudio ad essere il sepolcreto dei corporis custodes33 (ricordiamo come ancora oggi CIL VI 8802= EDR168841 e CIL VI 8803= EDR168842 siano murate nell’ingresso di Villa Abamelek).
La ricostruzione proposta non è superflua, se si considera come uno dei principali studi sui corpi militari urbani così riporta le informazioni sulle iscrizioni dei corporis custodes nell’area: «anders als die sechs frühen, verstreut gefundenen tituli der Germani corporis custodes wurden die sechzehn erhaltenen Grabstelen in kleinen Ensembles in der Villa Doria Pamphilj, an der Via Portuensis und auf dem Gelände der Villa Abameleck, nördlich der Via Aurelia, entdeckt. Weitere Stücke stammen aus der Vigna Ginnetti, die nicht weit von der ersten Fundstelle entfernt liegt»34.
L’aspetto più interessante, però, che credo emerga dalle informazioni che ricaviamo dalla trascrizione del Buonarroti, è quello relativo ad un momento specifico dei vari passaggi di proprietà dell’area, un momento forse spesso sottovalutato, perché sarà proprio Paolo Girolamo Torre a commissionare «belle e rare pitture» nel suo casino, quello che diverrà l’odierna Palazzina Belvedere, dove durante la sua proprietà il 22 agosto del 1700 si svolgerà una riunione dei cardinali in vista dell’imminente Conclave35.
Il Buonarroti quindi, qui come anche nel foglio 64r dove trascrive l’ormai famosa iscrizione “circense” decurionibus et familiae panni Russei, ricordata «In stipite ianua(e) in vinea. Via qu(a)e ab Aurelia ad via(m) fornacu(m) regreditur retro vinea(m) Torri» (e non vinea Torsi come nel lemma del CIL)36, fissa questa situazione dell’ultimo quarto del XVII secolo, senza però purtroppo aiutarci a definire meglio la cronologia che ricaviamo dalle Taxae Viarum che ricordano ancora nel 1668 la vigna come proprietà Ginetti e nel 1695 di proprietà Torre37.
Un terminus post quem, il 1679, potrebbe forse ricavarsi da quanto afferma il Bartoli nelle sue Memorie di varie escavazioni fatte in Roma e nei luoghi suburbani quando, parlando della via Aurelia, al punto 120 ricorda il ritrovamento «nella vigna mi pare de’ Ginnetti» di una «una cassa di marmo, entrovi una di piombo; e dentro quella una di cristallo con liquore»38. Infine, un’eco e direi anche un’ulteriore conferma della situazione appena delineata, si ritrova in una delle guide di Roma più famose di quegli anni, Il Mercurio Errante di Pietro Rossini da Pesaro, la cui prima edizione si data al 169339.
Sempre il foglio 63v, già ricordato in precedenza, ha poi consentito di localizzare una serie di iscrizioni che il CIL lascia sine loco, ma che il manoscritto di Buonarroti in esame ‒ pur citato dagli autori del Corpus, ma consultato chissà da quale dei collaboratori ‒ indica precisamente come provenienti «extra porta(m) maiore(m) via qu(a)e ducit a Torre Schiava in cuiusdam vinea(m)»40.
Non siamo certamente di fronte ad una geolocalizzazione, ma riusciamo a circoscrivere l’area al III-IV miglio della via Prenestina: ormai certo che il toponimo Tor de’ Schiavi si riferisca nello specifico al monumentum della c.d. Villa dei Gordiani, ossia al mausoleo rotondo con portico tetrastilo, sappiamo anche che sineddoticamente esso andrà a indicare anche il quarto della tenuta di Tor Sapienza, all’interno della quale tra fine ‘500-inizi ‘600 verrà ricompresa. Riesaminare la documentazione d’archivio relativa a questo settore dell’agro romano, significa però trovarsi di fronte ad un dato toponomastico usato ambiguamente. La dicitura Tor Sapienza infatti si ritrova utilizzata tanto per l’intera tenuta (vasta ca 400 ettari da via di Tor de Schiavi fino a Tor Tre Teste), quanto nello specifico del quarto eponimo al V miglio della Prenestina: così nel lasso temporale dal 1600 al 1800 in cui Tor de’ Schiavi fu ricompresa all’interno di tale tenuta, salvo indicazioni puntuali, rimane sempre il dubbio se il riferimento ad indagini archeologiche svolte a Tor Sapienza, possa riferirsi se non al quarto di Tor Sapienza, proprio a Tor de’ Schiavi41.
Nel periodo che ci interessa abbiamo notizia di concessioni di licenza di scavi nella «Tenuta di Tor Sapienza, passata l’acqua Bullicante, prima di arrivare a Tor de Schiavi» rilasciata ad un tale Antonio Scafati il 15 marzo 1697; concessione rinnovata allo stesso personaggio in data 26 novembre 169842. Purtroppo, di queste indagini non ci è dato sapere nulla.
Potrebbero i documenti del Buonarroti riferirsi a queste? Ma la domanda può e deve porsi anche in linea generale per le altre simili annotazioni del Buonarroti: devono intendersi come ‘notizie d’archivio’, di ritrovamenti cui aveva assistito personalmente o di cui aveva avuto comunicazione? Anche verso questa direzione, nel tentativo di rispondere a tali quesiti, dovrà muoversi la ricerca in merito.
Fig. 1) CIL VI 13037 (BMF A43, f. 389v, part.). Su concessione del Ministero della Cultura - Biblioteca Marucelliana di Firenze.
Fig. 2) CIL VI 19557 (BMF A43, f. 63v, part.). Su concessione del Ministero della Cultura - Biblioteca Marucelliana di Firenze.
Fig. 3) CIL VI 2099 = 32386 = CFA 94 (BMF A43, f. 69v). Su concessione del Ministero della Cultura - Biblioteca Marucelliana di Firenze.
Fig. 4) CIL VI 581 (BMF A43, f. 62r, part.). Su concessione del Ministero della Cultura - Biblioteca Marucelliana di Firenze.
Fig. 5) CIL VI 581 (BMF A43, f. 63r, part.). Su concessione del Ministero della Cultura - Biblioteca Marucelliana di Firenze.
Fig. 6) BMF A43, f. 62r. Su concessione del Ministero della Cultura - Biblioteca Marucelliana di Firenze.
Fig. 7) CIL VI 581 (L.A. Muratori, Novus Thesaurus Veterum Inscriptionum, I, 1739 p. LXVII, n. 3).
Fig. 8) CIL VI 8804 BMF A43, f. 63v, part.). Su concessione del Ministero della Cultura - Biblioteca Marucelliana di Firenze.
Note
-
Un ringraziamento particolare va ai colleghi del progetto ProDEM - Valeria Ambriola, Carlo Slavich e Lucio Benedetti - che con gentilezza e perizia mi hanno sostenuto e consigliato in queste ricerche.
-
Fabretti 1699 (prefazione); cfr. Moretti 1970, p. 445.
-
Armellini 1893, p. 58.
-
ICUR, I, p. XXVII.
-
Boldetti 1720 (prefazione).
-
Vd. Lanciani 2007, foglio 3.
-
Belli Barsali 1970, pp. 413-414.
-
Muratori 1739, p. LXVII, n. 3.
-
Lanciani 1994, p. 312.
-
Nibby 1848, p. 82. Un’ulteriore conferma a questa interpretazione viene dalla segnatura 430/2 del Catasto Alessandrino (ASR, Presidenza delle strade, Catasto Alessandrino, 430/2) relativa alle Tenute di Pantano, presentata in data 25/04/1660 dall’agrimensore Giusto Quaranta, dove nella dechiaratione in alto a sinistra si legge al punto N «Quarto di S. Antonio» e, più nello specifico, al punto LL «Pedica della Chiesa di S.Antonio» (https://imagoarchiviodistatoroma.cultura.gov.it/Alessandrino/alessandrino.php?lar=1536&alt=864); si veda anche il riferimento al Casal S. Antonio in Fabretti 1680, p. 5; sulle evoluzioni toponomastiche dell’area cfr. Passigli 2004, pp. 273-275.
-
Panciera 2006, p. 531 e nt. 103.
-
Vd. in generale Pasqualini - Garofalo 2023, pp. 357-390.
-
CIL XIV 2791 = EDR154450: Q(uintus) Veranius Mystis / Silvano votum; cfr. Pasqualini - Garofalo 2023, p. 382.
-
Buonarroti 1716, pp. 31-32.
-
Un accenno in Dorcey 1992, p. 87 nt. 19.
-
AE 1925, 15; CIL VI 610, 612, 36777.
-
Gasparri 1994, pp. 444-447 n. 538.
-
CIL VI 600 = EDR170190.
-
CIL XI 7764 = AE 1913, 37 = EDR072564: [Silva]no // sacrum. // Q(uintus) Caecilius Amandus scrib(a) libr(arius) q(uaestorius) III dec(uriarum) et Q(uintus) Tullius Q(uinti) f(ilius) Pal(atina) Caecịḷịụṣ Amandus d(onum) d(ederunt).
-
AE 1913, 38 = EDR072565: M(arcus) Iun(ius) Cerial(is) sacro Silvano / d(onum) d(edit).
-
CIL VI 8804.
-
Benocci 2001, p. 139; Palma Venetucci 2006, p. 106.
-
Sul personaggio: Tabacchi 2000.
-
Sulla villa basti il rimando all’ottima raccolta di saggi in Benocci 2005.
-
Sull’area ancora valida la ricostruzione di Verrando 1995.
-
ASR, Presidenza delle strade, Catasto Alessandrino, 433 bis/19 (https://imagoarchiviodistatoroma.cultura.gov.it/Alessandrino/scheda.php?r=433bis/19).
-
Benocci 2003, p. 17.
-
Status quaestionis in Anguissola 2008, p. 55 e nt. 74; in generale sulla villa: Benocci 2001.
-
Benocci 2003.
-
Ambrogi 2001; Cacciotti 2001.
-
Sulla topografia antica: Calza 1977, pp. 21-28; Verrando 1995, pp. 10-26.
-
In generale: Belli Barsali 1970, p. 441; sull’ultimo passaggio di proprietà nello specifico: Ippolitova 2006; Väisänen 2006.
-
Al riguardo da ultimo Geluk - Gregori 2020, part. pp. 247-248, 259.
-
Busch 2011, p. 127.
-
Benocci 2001, p. 13.
-
CIL VI 10045 = EDR137169.
-
Vd. Benocci 2003, p. 11.
-
Bartoli 1790, p. CCLVII.
-
Rossini 1693, pp. 130-131; sulla figura e la fortuna di questo antiquario: Fabiane 1999.
-
Mi riferisco a: CIL VI 3415 (cfr. p. 3394) = EDR183892; 9786 = EDR194061; 14110 = EDR160362; 14406/7 = EDR194064; 14645 = EDR194062; 16275 = EDR167464; 19557 = EDR194060; 21445 (cfr. pp. 3526, 3916) = EDR118724; 23170a = EDR194056; 23587 = EDR194063.
-
Su tutta la questione fondamentale Maiuro 2005, ripreso pedissequamente da Di Fazio 2019.
-
Rispettivamente: ASR, Presidenza delle Strade, registro 54, 128r; ASR, Presidenza delle Strade, registro 54, 55, 50r, 63v; vd. Maiuro 2005, p. 32.
Bibliografia
-
Ambrogi 2001 = A. Ambrogi, Il territorio della Villa Doria Pamphilj, in B. Palma Venetucci (ed.), Villa Doria Pamphilj. Storia della collezione, Roma 2001, pp. 13-25.
-
Anguissola 2008 = A. Anguissola, La storia della collezione Lancellotti di antichità, in M. Barbanera - A. Freccero (eds.), Collezione di antichità di Palazzo Lancellotti ai Coronari. Archeologia, architettura, restauro, Roma 2008, pp. 47-81.
-
Armellini 1893 = M. Armellini, Viaggio archeologico nella campagna di Roma. Documento inedito del Ciampini, «Cronachetta mensuale di archeologia e storia», serie VI [1893], IV, pp. 49-61
-
Bartoli 1790 = P.S. Bartoli, Memorie di varie escavazioni fatte in Roma e nei luoghi suburbani, in C. Fea, Miscellanea filologica critica e antiquaria, Roma 1790, pp. CCXXII-CCLXXIII.
-
Belli Barsali 1970 = I. Belli Barsali, Ville di Roma, Milano 1970.
-
Benocci 2001 = C. Benocci, Villa Abamelek, Milano 2001.
-
Benocci 2003 = C. Benocci, Villa Il Vascello, Roma 2003.
-
Boldetti 1720 = M. Boldetti, Osservazioni sopra i Cimiterj de’ santi Martiri ed antichi cristiani di Roma, Roma 1720.
-
Buonarroti 1716 = F. Buonarroti, Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di vetro, ornati di figure, trovati ne' cimeteri di Roma, Roma 1716.
-
Busch 2011 = A.W. Busch, Militär in Rom. Militärische und paramilitärische Einheiten im kaiserzeitlichen Stadtbild, Wiesbaden 2011.
-
Cacciotti 2001 = B. Cacciotti, Scoperte di antichità tra Cinquecento e Seicento, in B. Palma Venetucci (ed.), Villa Doria Pamphilj. Storia della collezione, Roma 2001, pp. 31-40.
-
Calza 1977 = R. Calza, Antichità di Villa Doria Pamphilj, Roma 1977.
-
Di Fazio 2019 = C. Di Fazio, Tor Sapienza e Tor de’ Schiavi. Storia degli scavi e delle scoperte di antichità tra il medioevo e il XIX secolo, in D. Palombi (ed.), La “villa dei Gordiani” al III miglio della via Prenestina. La memoria, il contesto, Roma 2019, pp. 147-184.
-
Dorcey 1992 = P.F. Dorcey, The Cult of Silvanus. A Study in Roman Folk Religion, Leiden 1992.
-
Fabiane 1999 = A. Fiabane, Un antiquario nella Roma di fine '600: Pietro Rossini da Pesaro, «Roma moderna e contemporanea. Rivista interdisciplinare di storia», 7, 1999, pp. 281-294.
-
Fabretti 1680 = R. Fabretti, De aquis et aquaeductibus veteris Romae dissertationes tres, Romae 1680.
-
Fabretti 1699 = R. Fabretti, Inscriptionum antiquarum quae in aedibus paternis asservantur explicatio et additamentum una cum aliquot emendationibus gruterianis & indice rerum, & verborum memorabilium, Romae 1699.
-
Gasparri 1994 = C. Gasparri, Nr. 538, in Forschungen zur Villa Albani. Katalog der antiken Bildwerke IV, Berlin 1994, pp. 444-447.
-
Geluk - Gregori 2020 = K. Geluk - G.L. Gregori, The Germani corporis custodes: a “unit in motion”?, in C. Wolff - P. Faure (eds.), Corps du chef et gardes du corps dans l'armée romaine, Lyon 2020, pp. 235-260.
-
Ippolitova 2006 = G. Ippolitova, I proprietari di Villa Abamelek e la loro cerchia, «Studi Germanici», n.s., 44, 2006, pp. 129-176.
-
Lanciani 1994 = R. Lanciani, Storia degli scavi di Roma e notizie intorno le collezioni romane di antichita. Dalla elezione di Paolo 5° alla morte di Innocenzo 12° (16 maggio 1605-27 settembre 1700), V, Roma 1994 (ed. orig. in più volumi, Roma 1902-1912).
-
Lanciani 2007 = R. Lanciani, Forma urbis Romae, Roma 2007 (ed. orig., Roma 1893-1901).
-
Maiuro 2005 = M. Maiuro, s.v. Gordianorum villa, in V. Fiocchi Nicolai - M.G. Granino Cecere - Z. Mari (eds.), Lexicon Topographicum urbis Romae. Suburbium, III, 2005, pp. 31-39.
-
Moretti 1970 = L. Moretti, Note sull’archeologo Filippo Buonarroti, in Studi in onore di A. Corsano, Manduria 1970, pp. 443-450.
-
Muratori 1739 = L.A. Muratori, Novus thesaurus veterum inscriptionum in praecipuis earumdem collectionibus hactenus praetermissarum, collectore Ludovico Antonio Muratorio ... Tomus primus, Mediolani 1739.
-
Nibby 1848 = A. Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma, II, Roma 1848.
-
Palma Venetucci 2006 = B. Palma Venetucci, Le accademie sul Gianicolo tra archeologia e collezionismo, «Studi Germanici», n.s., 44, 2006, pp. 87-109.
-
Panciera 2006 = S. Panciera, Epigrafi, epigrafia, epigrafisti. Scritti vari editi e inediti, 1956-2005 con note complementari e indici, I-III, Roma 2006.
-
Pasqualini - Garofalo 2023 = A. Pasqualini - P. Garofalo, Gabii: storia e istituzioni, Tivoli 2023.
-
Passigli 2004 = S. Passigli, Topografia storica di alcuni casali duecenteschi in area tuscolana, in S. Carocci - M. Vendittelli (ed.), L'origine della Campagna Romana casali, castelli e villaggi nel XII e XIII secolo, Roma 2004, pp. 258-304.
-
Rossini 1693 = P. Rossini, Il Mercurio Errante. Delle Grandezze di Roma, tanto antiche, che moderne, Roma 1693.
-
Tabacchi 2000 = S. Tabacchi, s.v. Ginetti, Marzio, in Dizionario Biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 15-18.
-
Väisänen 2006 = M. Väisänen, La famiglia Helbig e il principe Abamelek-Lazarev, «Studi Germanici», n.s., 44, 2006, pp. 177-192.
-
Verrando 1995 = G.N. Verrando, Topografia viaria e sepolcrale del tratto suburbano delle due vie Aurelie, «Archivio della Società Romana di Storia Patria», 118, 1995, pp. 5-46.
Informazioni
- Data ricezione: 29/08/2025
- Data accettazione: 04/11/2025
- Data pubblicazione: 11/01/2026
- DOI: 10.35948/DILEF/2026.4387
- © Autori |
- Licenza: CC BY-NC-ND |
