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L’uso delle iscrizioni cristiane di Roma nelle Osservazioni del Buonarroti sui frammenti di vetro cimiteriali.

Epigrafia manoscritta: Filippo Buonarroti (1661-1733) e i suoi ambienti tra Firenze e Roma (parte 2)

 ARTICOLO SCIENTIFICO

  • Data ricezione: 29/08/2025
  • Data accettazione: 04/11/2025
  • Data pubblicazione: 19/01/2026

Abstract

La recente analisi sistematica dei manoscritti A43 e A195 della Biblioteca Marucelliana ha consentito di rintracciare una cospicua parte della documentazione impiegata da Filippo Buonarroti per la redazione delle Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di vetro ornate di figure trovati nei cimiteri di Roma (1716). Tra i materiali rintracciati, un ruolo fondamentale all’interno dell’opera è svolto dalle iscrizioni, accuratamente analizzate dall’erudito dal punto di vista paleografico, dei formulari e della lingua, al fine di sostenere le sue ricostruzioni sulla cronologia, nonché sulla funzione primaria e secondaria dei frammenti vitrei, oggetto della sua ricerca. L’indagine condotta consente inoltre di mettere in luce l’approccio adottato da Buonarroti nello studio dei reperti archeologici, che, pur risentendo talvolta dei limiti interpretativi del tempo, anticipa sotto vari aspetti i criteri metodologici della moderna ricerca epigrafica.


The recent systematic analysis of manuscripts A43 and A195 from the Biblioteca Marucelliana has made it possible to retrieve a substantial portion of the documentation employed by Filippo Buonarroti for the composition of Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di vetro ornate di figure trovati nei cimiteri di Roma (1716). Among these materials, inscriptions play a fundamental role in the work. They are meticulously analyzed by the scholar from paleographic, linguistic, and formulaic perspectives in order to support his reconstructions concerning the chronology, as well as the primary and secondary functions of the glass fragments at the center of his research. The investigation also highlights Buonarroti’s approach to the study of archaeological artifacts—an approach that, despite the interpretative limits of his time, anticipates in several respects the methodological principles of modern epigraphic research.


Parole chiave
Keywords

Le Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di vetro ornati di figure trovati ne’ cimiteri di Roma di Filippo Buonarroti, pubblicate a Firenze nel 1716, costituiscono il punto di arrivo di uno studio avviato dall’erudito durante il suo lungo soggiorno romano. Divenuto nel 1684 segretario del Cardinal Vicario Gaspare Carpegna nonché conservatore del suo museo, Buonarroti ebbe la possibilità di studiare le collezioni in esso contenute e, al contempo, di costruire le basi della sua formazione da archeologo1.

Nel 1698 diede alle stampe l’opera intitolata Osservazioni istoriche sopra alcuni medaglioni antichi, primo volume di una serie concepita per illustrare le antichità di quel museo. L’indagine sui frammenti di vetro dipinti, avviata verosimilmente in quello stesso periodo, avrebbe dovuto costituire il secondo volume. Tuttavia, il ritorno a Firenze nel 1699 e le responsabilità derivanti dalla sua nomina a senatore nel 1700 gli impedirono di portare a termine l’opera in tempo per presentarla a colui che l’aveva commissionata. La morte di Carpegna, avvenuta nel 1714, è infatti ricordata nella Dedica al granduca di Toscana Cosimo III, dove l’erudito dichiara di voler «soddisfare con essa [scil. l’opera] a quelle obbligazioni […] contratte con eminentissimo Personaggio, che mentre era in vita, aveva potuto meritare l’affezione, e la stima di V. A. R. e che fu posseditore della maggior parte degli antichi monumenti» che egli si apprestava a descrivere2.

L’opera, sostenuta da una solida struttura critica, si avvale, nell’analisi dei reperti, di buona parte dei materiali da lui stesso raccolti durante gli anni trascorsi a Roma, come risulta evidente dal confronto con i codici A.43 e A.195 della Biblioteca Marucelliana di Firenze.

Il codice autografo A.43 è quello che presenta i maggiori punti di contatto, sul piano contenutistico, con i materiali utilizzati a corredo delle Osservazioni: in esso si trovano non solo iscrizioni cristiane, accompagnate da dati di contesto funzionali all’inquadramento topografico e cronologico dei frammenti dei vasi di vetro cimiteriali da lui descritti ma anche altri studi, eterogenei per genere e argomento, utili a un’illustrazione chiara e articolata di questi reperti. Le numerose corrispondenze relative agli argomenti trattati (iscrizioni, estratti di testi, modelli alfabetici), insieme a elementi ricorrenti come le date, rendono plausibile l’ipotesi che il codice rappresenti una fase di rielaborazione e organizzazione di materiali precedentemente raccolti, finalizzata alla stesura delle Osservazioni. Nel manoscritto sono registrate 63 iscrizioni cristiane, copiate da Buonarroti a più riprese nel corso delle sue esplorazioni nei cimiteri romani, con una netta prevalenza di testimonianze provenienti dal cimitero di Ciriaca, visitato, sulla base delle annotazioni riportate nello stesso codice, nel 1696 e nel 1699. Da questo sito l’erudito trasse 45 iscrizioni cristiane, registrate nelle cc. 5 r-v e 67 r-68 r3. Sono inoltre utili al nostro discorso, perché menzionate anche nell’opera, la ricognizione, priva di data, presso la catacomba dei SS. Marcellino e Pietro sulla via Labicana (cc. 145 v, 390 v) e quella condotta nel 1694 nel cimitero di Gordiano ed Epimaco sulla via Latina (c. 288 r-v)4, durante la quale Buonarroti ricevette in dono dal cardinale Carpegna il “corpo santo” e l’epigrafe del presunto martire Sabbazio (ICVR VI, 15639), ricordati successivamente nel sacello di Villa Buonarroti a Settignano5.

Il codice A.195, esito di un assemblaggio di fascicoli sciolti redatti da mani diverse6, conserva alcune carte sicuramente attribuibili a Buonarroti, le quali furono in parte utilizzate come modello per la stampa delle Osservazioni. Tra i materiali appena descritti ricompaiono le iscrizioni provenienti dal cimitero di Ciriaca, trascritte nelle cc. 341 r-345 v in modo continuo ma in ordine inverso rispetto a quanto riscontrato nel codice A.43: anticipate da un’unica nota relativa alla sua visita al cimitero nell’anno 16997, le epigrafi di 67 r-v sono qui riportate per prime, seguite da quelle di c. 5 r-v, in una stesura che appare complessivamente meno ordinata. Anche l’iscrizione ICVR VI, 16999, proveniente dalla catacomba dei SS. Pietro e Marcellino e registrata – come detto – a c. 145 v di A.43, compare in questo manoscritto: fu infatti trascritta dal Buonarroti a c. 338 v assieme a ICVR VI, 15634 e 17001, provenienti dal medesimo cimitero. È infine opportuno segnalare, per quanto concerne i materiali conservati in A.195, la presenza, nelle serie di carte 323 r-336 v, 346 r-358 v e 362 r-375 v, dei 184 disegni di iscrizioni cristiane copiate in diversi cimiteri romani da Marcantonio Boldetti, Custode delle Reliquie e dei Cimiteri, e inviate a Buonarroti verosimilmente negli anni in cui quest’ultimo fece ritorno a Firenze8.

La cospicua documentazione epigrafica conservata nei codici A.43 e A.195 fu richiamata solo in parte all’interno delle Osservazioni. Da essa, infatti, il senatore fiorentino trasse complessivamente 43 iscrizioni: 16 tra quelle da lui stesso trascritte in entrambi i manoscritti9, 1 presente solo in A.4310 e 2 unicamente in A.19511. Le restanti 24 epigrafi provengono dai disegni di Boldetti, di cui 2 risultano attualmente irreperibili12.

Tutte queste iscrizioni, ancora in massima parte inedite al suo tempo, furono riprodotte da Buonarroti mediante un disegno dettagliato, inserito nell’opera con l’intento di restituire un’immagine quanto più fedele possibile della testimonianza citata (Figura 1). Lo stesso procedimento fu adottato anche quando egli possedeva una riproduzione più accurata rispetto a quella pubblicata nelle opere di altri eruditi o aveva accesso diretto all’originale, da cui poteva trarre un calco: è il caso, ad esempio, dell’iscrizione ICVR I, 2765, donatagli da monsignor Leone Strozzi e tuttora conservata presso Casa Buonarroti, che risultava già edita in Fabretti13. Dalla pubblicazione di quest’ultimo14, così come dalle principali opere sui cimiteri cristiani – in particolare quelle di Bosio e Aringhi – Buonarroti attinse inoltre laddove i suoi commenti ai vasi di vetro richiedevano integrazioni per le quali non disponeva di dati diretti. Va tuttavia evidenziato che, in tali circostanze, si limitò a una rapida menzione accompagnata da un rimando bibliografico in nota, senza approfondimenti testuali o grafici, e solo raramente trascrisse le testimonianze citate – mai corredate da disegno – talvolta inserendole direttamente nel corpo del testo15.

Buonarroti fece un uso strumentale di queste iscrizioni, traendone di volta in volta gli elementi funzionali a sostenere le sue argomentazioni, sia in relazione a questioni più generali della materia trattata, sia rispetto a dettagli specifici connessi all’analisi dei singoli frammenti oggetto delle sue Osservazioni. Una parte di esse fu infatti richiamata già nella Prefazione16, in cui l’erudito presentava questa classe di reperti archeologici con rigore scientifico, descrivendoli non solo nelle loro peculiarità materiali, ma anche, e soprattutto, ponendoli in relazione con il contesto storico che li aveva prodotti e con quello in cui erano stati successivamente rinvenuti, vale a dire le catacombe.

Dopo un’accurata descrizione delle tecniche di produzione di questi recipienti vitrei dipinti, delle loro forme in relazione al prevalente rinvenimento di alcune parti piuttosto che di altre, nonché della posizione dell’immagine all’interno dell’oggetto17, Buonarroti sostenne l’ipotesi di una loro funzione segnaletico-locativa del sepolcro18. Questa interpretazione – ripresa nel XIX secolo da Giovanni Battista de Rossi e oggi superata in favore di una lettura in chiave di “corredo esposto” della tomba19 – sarebbe, a suo dire, dimostrata anche dal testo delle iscrizioni ICVR VI, 12733 e ICVR VIII, 22570, in cui il termine signum costituirebbe una verbalizzazione della prassi di apporre oggetti nella calce di chiusura del loculo20. A proposito di queste due iscrizioni, è interessante richiamare quanto precedentemente osservato in merito alle diverse modalità adottate da Buonarroti nella pubblicazione delle epigrafi: la prima, esemplata da un disegno inviatogli da Boldetti (ms. A.195, c. 365), presenta una resa fortemente imitativa dal punto di vista grafico; la seconda, tratta da Fabretti, è invece trascritta con i convenzionali caratteri maiuscoli a stampa (Figura 2)21.

La puntualità e l’accuratezza di Buonarroti nell’illustrazione dei siti e degli oggetti dal punto di vista materiale e tecnico testimoniano un’attenzione quasi moderna al dettaglio. È tuttavia nel momento dell’interpretazione che emergono gli inevitabili limiti del suo approccio: le sue letture devono essere necessariamente considerate nell’ambito della giovane età degli studi sulle catacombe e della temperie apologetico-culturale che ancora guidava l’esplorazione di questi contesti. Questo si riflette in modo particolare nella cronologia assegnata ai vetri cimiteriali, altro cardine fondamentale del suo discorso introduttivo. Buonarroti sostenne infatti che la realizzazione e l’impiego della maggior parte di essi fossero precedenti alla persecuzione di Diocleziano e, precisamente, «dei tempi in cui la chiesa godé lunga pace, che fu nell’Imperio de’ Gordiani, e de’ Filippi, e dopo l’imperio di Valeriano»22.

Nel quadro di questa interpretazione, era per lui indispensabile dimostrare che il cristogramma, dipinto su molti frammenti inclusi nell’opera, fosse largamente in uso presso i cristiani già in epoca precostantiniana. Tra gli argomenti addotti a sostegno di una retrodatazione di questo segno23, Buonarroti ne evidenziò la presenza in iscrizioni rinvenute in loculi considerati afferenti a sepolture martiriali, in quanto contrassegnati dalla presenza del cosiddetto “vaso di sangue”24. Tuttavia, non disponendo nei mss. A.43 e A.195 di esemplari utili a sostenere questa ricostruzione, l’erudito fece ricorso – solo citandole – a epigrafi già pubblicate in opere precedenti, nelle quali il cristogramma accompagnava testi esplicitamente martiriali, talvolta recanti la menzione di imperatori di II secolo d.C.25. Ci si riferisce nello specifico alle epigrafi, successivamente rivelatesi false, di Alexander e Marius, confezionate dall’abate Giacomo Crescenzi e incluse da Severano nella Roma Sotterranea di Bosio26, così come quelle, parimenti false, di papa Gaio e del martire Primitivo pubblicate da Aringhi nella sua Roma Subterranea Novissima27. Sospetta è invece ICVR VIII, 23185, che il Buonarroti trasse da Fabretti28

Cospicua è al contrario la documentazione epigrafica cristiana, contenuta nei predetti manoscritti, utilizzata da Buonarroti nella dettagliata trattazione paleografica, funzionale a «tor via ogni dubbio, che potesse nascere nell’animo d’alcuni, sopra la forma di certe lettere particolari che si osservano in questi frammenti, differente non poco dalla figura ordinaria dell’Alfabeto Latino comune, e del buon secolo, l’andar dimostrando, e facendo vedere con esempj, che quelle lettere colla medesima forma, o simile, si trovano anco adoperate nell’antico»29.

La sua notevole sensibilità paleografica era frutto di un’esperienza diretta con manoscritti (libri e documenti) e dello studio delle pionieristiche e all’epoca recentissime opere di Jean Mabillon e Bernard de Montfaucon, come attestato dalla presenza, nelle cc. 125 v-143 r del ms. A.43, di modelli alfabetici corredati dall’indicazione della fonte da cui erano ricavati (Figura 3). Tuttavia, anche in questo caso, tale preparazione risulta piegata a una lettura preconcetta dei reperti analizzati. Ciò nonostante, alcuni elementi della sua analisi – al netto di certe distorsioni interpretative – risultano in parte ancora oggi validi nello studio paleografico delle epigrafi. Ne è un esempio il ragionamento a proposito dell’occorrenza di alcune lettere «guaste» in iscrizioni di impianto capitale, conseguenza non tanto di un’imperizia del lapicida, quanto piuttosto riflesso di forme grafiche corsive ormai diffuse nella pratica usuale di scrittura già «nel tempo in cui si servivano comunemente del buono antico tondo»30. Parimenti fondata appare la considerazione relativa alla coesistenza, nelle testimonianze considerate e per l’epoca cui egli le riferisce, di due sistemi di scrittura, uno maiuscolo capitale e l’altro corsivo31, opportunamente dimostrata dall’erudito attraverso la pubblicazione del calco – inviatogli da Francesco Bianchini e non ritracciato nella documentazione consultata – dell’epigrafe funeraria di Gaudentia (ICVR VII, 17426), datata al 338 d.C. in base alla menzione del consolato di Urso e Polemio32. In essa, infatti, le prime tre righe, redatte in una maiuscola di impianto capitale, sono seguite da una quarta e ultima riga che presenta forme grafiche di origine corsiva, pressoché minuscole33.

Poste queste premesse, Buonarroti fornì una dettagliata rassegna di tutte le varianti grafiche di una stessa lettera rintracciate durante l’analisi delle iscrizioni dei frammenti vitrei, ponendole in relazione con quelle di oggetti iscritti afferenti a diverse classi di materiali (medaglie, fibule, statue, ecc.)34. Ma furono soprattutto le iscrizioni cristiane cimiteriali contenute nei suoi manoscritti a costituire il termine di paragone più efficace. Le rappresentazioni grafiche di queste varianti, da lui incluse nel testo, sono accompagnate, tanto nella Prefazione, quanto nei commenti ai singoli frammenti, da disegni imitativi delle scritture degli originali, realizzati sul modello di quelli presenti nel ms. A.195 (Figura 1).  Tra gli esempi più significativi del suo approccio metodologico si segnalano i seguenti casi (cfr. Tabella 1):

  • A maiuscola con traversa montante sporgente verso destra o sinistra, riconosciuta in un cammeo ricopiato a c. 68 r di A.43 e in ICVR VII, 17416. In questa iscrizione, datata al 295 per la menzione del consolato di Tusco e Anullino, Buonarroti ravvisò anche l’assenza del tratto orizzontale di alcune T35, spiegato quale esito di una probabile confusione con I nei casi in cui la traversa, appena accennata, sfuggiva all’occhio, come accade nella capitale del Virgilio Mediceo36.
  • S in due tratti, alternata alla sua tipica forma maiuscola anche nell’ambito di una stessa iscrizione, come visibile in ICVR VII, 18653 e 1896937. Si tratta di una variante di origine corsiva e di forma ormai minuscola, spesso realizzata con due tratti rigidi perché derivata dalla pratica di scrittura a sgraffio tipica delle tavolette cerate. Talvolta questa stessa S – osservò Buonarroti – è attestata anche nella variante con secondo tratto orizzontale «quasi a formare un angolo retto coll’asta simile ad un Γ de’ Greci», come provato dalla già menzionata ICVR VII, 1741638.
  • T «fatto a forma d’un C», ossia con tratto verticale che curva sull’ideale rigo di scrittura e una traversa orizzontale, riscontrabile in ICVR VII, 1866939, nonché nel ms. noto come Ilaro Basilicano40. Buonarroti ne attribuì l’origine a un tipo di T con tratto orizzontale obliquo ascendente e sbilanciato a destra, come quello visibile in ICVR VII, 1875241, anch’esso deformato da una pratica corsiva di scrittura che aveva portato l’asta verticale a incurvarsi e il tratto superiore a spostarsi verso destra.
  • V «tondeggiato», ossia già nella sua forma minuscola, ampiamente attestata in epigrafi pagane «molto antiche»42, in iscrizioni cristiane cimiteriali, come ad esempio in ICVR VII, 1947243, e «ne’ manoscritti più antichi de’ due Vergili, del Terenzio, e del Prudenzio della Vaticana, e delle Pandette Fiorentine […]»44.

L’excursus paleografico si conclude con i disegni di quattro iscrizioni (ICVR VII, 19292, 18696, 19150, 23058) che, a suo avviso, confermano il generale processo di «mutazione delle lettere», avviato con la pratica di scrittura corsiva. Tale fenomeno, secondo Buonarroti, non deve pregiudicare la datazione alta da lui assegnata ai frammenti vitrei analizzati, poiché in atto già nella prima età imperiale. Ne scaturisce una delle sue osservazioni più acute e “moderne” sulla derivazione di queste varianti grafiche da una cultura scrittoria usuale45: egli ipotizzò che gli artefici di questi oggetti fossero «poco pratichi della buona scrittura, e non tanto diligenti a seguitare le regole del buono antico»46.

Come già accennato, le iscrizioni cristiane furono richiamate da Buonarroti anche nei commenti ai singoli frammenti per sostenere le sue interpretazioni e giustificare eventuali anomalie riscontrate nel corso della sua analisi. È quanto si nota nel commento di Tav. II, Fig. 1 e in quello di Tav. XXIV, Fig. 2 in cui l’erudito, interrogandosi sulla funzione originaria di questi recipienti, avanzò l’ipotesi di un loro utilizzo durante i conviti in onore dei defunti, sulla base delle corrispondenze tra i formulari dei vetri e quelli delle iscrizioni. Per quanto concerne il primo caso, tale impiego del recipiente vitreo in analisi poteva essere confermato – a suo avviso – anche dall’epigrafe riportata su di esso: Spes hilaris zeses cum tuis (ILCV 874). All’interpretazione di spes come nome personale, Buonarroti preferì difatti quella di sostantivo indicante la speranza dei cristiani nella resurrezione, sostenuta dalla presenza in ICVR VI, 17001 della formula ispes in Christo47. Relativamente al secondo caso, l’analisi di alcuni vasi decorati unicamente con lettere offrì all’erudito la possibilità di apportare un ulteriore elemento a sostegno della medesima interpretazione funzionale. A partire, infatti, dalla formula Irene vivas, apposta sul fondo di bicchiere appartenente alla collezione dell’abate Benedetto Bacchini, egli ritenne che tale espressione, tipicamente conviviale, associata alla prossimità fisica dei recipienti vitrei alle sepolture catacombali, costituisse un chiaro indizio della loro produzione mirata all’impiego esclusivo durante le agapi funerarie, al termine delle quali sarebbero stati intenzionalmente defunzionalizzati e affissi al sepolcro48.

Alla luce di ciò, i frammenti vitrei, oltre alla funzione segnaletico-locativa già indicata nella Prefazione, avrebbero talvolta assolto – secondo Buonarroti – anche al compito di sostituire l’epigrafe incisa sui dispositivi di chiusura dei loculi catacombali49, come sembrerebbe emergere ancora dal confronto con i testi delle iscrizioni cimiteriali tratte dai suoi manoscritti, nei quali egli rilevò simili acclamazioni o espressioni «affettuose» rivolte ai defunti50. Sono annoverate tra queste: le costruzioni testuali basate sulla formula in pace (ICVR VI, 16969; ICVR VII, 18646, 18669, 18709,19485)51, talvolta introdotta dai verbi requiesco (ICVR III, 8876) e quiesco (ICVR VI, 16999)52 o accompagnata da un augurio di benedizione (in pace et in benedictione, ICVR II, 6456 = ICVR VII, 19386, ICVR VII, 1904853); le locuzioni indicanti la vita eterna (vibe in eterno, ICVR III, 8839) e il vivere in Dio (ἐν θεῷ ζήσῃς, ICVR VII, 19773; vivas in Deo, ICVR VII, 19434)54; le formule che sottolineano i meriti del defunto con epiteti quali dulcis, anima dulcis, anima innox (ICVR VII, 18561, 18948, 19113, 19653)55; le richieste di intercessione fatte dai dedicanti al defunto, introdotte dai verbi petere e rogare, attestate in ICVR VI, 15639 e ICVR III, 8965 = ICVR VII, 1891956. Relativamente a quest’ultima iscrizione, Buonarroti rilevò inoltre la presenza, sul medesimo supporto, dell’epitaffio pagano Caius Popillius Optatus57, osservazione funzionale a introdurre – seppur brevemente – la dibattuta questione relativa al rinvenimento di iscrizioni pagane all’interno delle catacombe, che l’erudito motivò con il loro riuso da parte dei cristiani58. Una simile stratificazione fu da lui rilevata anche per le epigrafi cristiane ICVR III, 9291; ICVR VII, 18473, 18686, 18957, 1918159, a suo parere realizzate in momenti diversi su una medesima lastra ma successivamente trattate dagli editori delle ICVR come iscrizioni autonome su cinque supporti diversi (Figura 4)60.

Ancora valide risultano infine alcune considerazioni sulla ripresa da parte dei cristiani di formule e termini già attestati nelle epigrafi dei Gentili, come quelle relative alla mortalità dell’essere umano (οὐδὶς ἀθάνατος, ICVR II, 5978 = ICVR IV, 12858; ICVR VII, 19844)61. Tale continuità fu da lui osservata anche nel riferimento al refrigerium nelle iscrizioni, che a suo avviso rappresenterebbe un altro esempio significativo del trasferimento su supporto materiale di locuzioni mutuate dalle acclamazioni tipiche dei conviti. Nell’ambito di questa ricostruzione, Buonarroti osservò che il verbo refrigerare, già documentato nell’epigrafia pagana, era stato successivamente impiegato presso i cristiani all’interno di moduli espressivi fortemente connotati, con accezione di «ristoro col cibo nella pace del Signore»62, come dimostrato dall’epigrafe Hilaris vivas cum tuis feliciter semper refrigeris in pace Dei (ILCV 2304 = 2304A), dipinta su un fondo di bicchiere riportato nella Tav. XX, fig. 2

Tra gli aspetti analizzati da Buonarroti in relazione ai vetri cimiteriali, rientrano anche quelli linguistici: la presenza nel testo delle epigrafi di volgarismi desunti dalla lingua parlata – descritta come quella «pronunzia seguitata dagli artefici, che, o non sapevano, o non attendevano alle regole prescritte nel suo ripulimento, alla Lingua Latina» – gli fornì una giustificazione per spiegarne l’occorrenza nei testi che accompagnavano i temi dipinti sui singoli frammenti vitrei63. Ad esempio, lo scambio tra le lettere I e Z nella scritta Zesus Cristus, letta nel fondo riportato a Tav. VII, fig. 1, fu da lui rintracciato anche in ICVR III, 8956 (Zobino per Iovino), ICVR VII, 18853 (Zoulia per Ioulia, cioè Iulia), ICVR VIII, 23201 (mazas per maias)64. Invece, per ICVR IV, 12655, la reiterata sostituzione delle Z alle I nell’indicazione del numero LIII non fu riconosciuta da Buonarroti come esito di un fenomeno fonetico ma fu ricondotta a un errore del primo editore dell’iscrizione nell’interpretazione degli apici, verosimilmente molto estesi, delle I, che l’erudito rintracciò anche in alcuni manoscritti già altrove menzionati, come il Virgilio Mediceo, il Terenzio Vaticano e le Pandette fiorentine65. Un altro caso analizzato è l’aggiunta della I davanti a parole che iniziavano con due consonati, talvolta con raddoppiamento della prima di esse, fenomeno che rintracciò nella didascalia Istefanus della Tav. XVII, fig. 1 e in ICVR IX, 24041 (Istefanu per Stefanus), dove è applicato allo stesso nome, nonché in ICVR III, 8571 (istetit per stetit), ICVR VI, 17165 (isspirito per spirito), ICVR VI, 17001 (ispes per spes), ICVR IX, 23826 (issculpi per sculpi)66. Una simile deformazione fu osservata anche nel frammento in cui Buonarroti volle riconoscere un ritratto di sant’Agnese (Tav. XXI, fig. 1), sulla base delle varianti del nome attestate nelle varie recensioni del Martirologio della santa (Agnes, Agne, Hagne) o anche, sulla scorta di Fabretti, Anne. La dizione Ane nella didascalia da lui analizzata sarebbe quindi l’esito dello scambio GN-NN, da lui riscontrata anche nel termine signum-zinnum dell’epigrafe ICVR IV, 1273367.

Conclude questo quadro d’uso il ricorso, seppur  meno frequente, delle iscrizioni cristiane in funzione interpretativa rispetto a certi elementi figurativi. Un esempio è dato dall’epigrafe ICVR VI, 15634, contenente l’acrostico ΙΧΘΥΣ (Ἰησοῦς Χριστός Θεοῦ Υἱός Σωτήρ), seguito da una Νι greca letta come ν(ικᾷ): essa fu utilizzata per richiamare la lettura allegorica del pesce come figura di Cristo nel commento al frammento decorato con una scena tratta dal libro di Tobia (Tav. II, fig. 2)68. Allo stesso modo ICVR VII, 17418, datata al 298 d. C. per la menzione del consolato di Fausto e Gallo, fu presentata come prova a favore della lettura della Tav. VI, fig. 1 quale scena di battesimo. Nell’intento di dimostrare che durante questo rito i neofiti assumevano un nuovo nome, Buonarroti fraintese il significato del termine καλώνυμος, sostenendo che si trattasse del nome pagano di Σιμπλικία69. Particolare è infine il confronto tra la seduta «fatta a somiglianza dei letti antichi» su cui sono raffigurati i tre personaggi – identificati dalle didascalie come i santi Pietro, Paolo e Lorenzo – nella Tav. XVI, fig. 2 e il disegno posto a chiusura del testo di ICVR I, 2765, anch’esso erroneamente considerato dall’erudito la stilizzazione di un letto70. Nel suo commento, l’interpretazione forzata delle immagini di entrambe le testimonianze mirava a riconoscere, nella scena dipinta sul vetro, la rappresentazione simbolica del riposo eterno di san Lorenzo dopo il martirio subito, veicolata dal versetto 5-6 del Salmo 149: «Exsultabunt sancti in gloria, laetabuntur in cubilibus suis»71.

In conclusione, le Osservazioni di Buonarroti, pur con i limiti dovuti al contesto socioculturale in cui furono redatte, ben visibili nella natura fortemente congetturale di alcune interpretazioni, rivelano una metodologia attenta, spesso acuta e talvolta persino pioneristica, da cui scaturiscono intuizioni non prive di validità. Tuttavia, molte delle sue acquisizioni – come la cronologia dei frammenti vitrei, oggi per lo più datati al IV secolo d.C. – furono già riviste criticamente nella pubblicazione di Garrucci72, che affrontò sistematicamente la medesima classe di materiali. Il presente contributo si è concentrato esclusivamente sul rapporto tra l’opera e le iscrizioni cristiane di Roma ma un confronto più ampio e puntuale con le testimonianze riportate nei manoscritti dell’erudito potrebbe offrire spunti preziosi anche per altri ambiti d’indagine.



Figura 1) In alto: disegno di ICVR VII, 18653 in ms. A.195, c. 343 r (mano di Buonarroti) e in Buonarroti 1716, p. xix. In basso: disegno di ICVR VII, 17416 in A.195, c. 323 r (mano di Boldetti) e in Buonarroti 1716, p. xviii. Foto su concessione del Ministero della Cultura / Biblioteca Marucelliana di Firenze.



Figura 2) Differenze nella rappresentazione delle epigrafi nelle Osservazioni (da Buonarroti 1716, p. x).


Figura 3) I modelli alfabetici redatti da Buonarroti in ms. A.43, c. 132 r. Foto su concessione del Ministero della Cultura / Biblioteca Marucelliana di Firenze.


Figura 4) Disegno di ICVR III, 9291; ICVR VII, 18473, 18686, 18957, 19181 in ms. A.195, c. 323 r (mano di Boldetti). Foto su concessione del Ministero della Cultura / Biblioteca Marucelliana di Firenze.


Tabella 1.

Note
  • 1

    Un profilo esaustivo del Buonarroti è in Parise 1972.

  • 2

    Buonarroti 1716, Dedica (senza numero di pagina). Con il tempo il materiale da lui raccolto era aumentato: ai vetri della collezione Carpegna si erano aggiunti infatti anche quelli di Raffaele Fabretti, di Flavio Chigi (passati poi al Sig. Principe Don Augusto), i pochi esemplari presso di sé e altri singoli, afferenti a diverse collezioni. L’appartenenza di ciascun oggetto a una collezione era indicata, all’interno dell’opera, con una lettera, vedi Buonarroti 1716, pp. xxvi-xxvii.

  • 3

    Nella serie di carte 5 r-v, introdotta dalla nota In Coemeterio S(ancti) Laurenti(i) mens(e) martio 1696 furono registrate 19 epigrafi cristiane. Per 14 di queste iscrizioni fu confermata in ICVR la provenienza da quel cimitero (ICVR VII, 18448, 18538, 18561, 18669, 18677, 18853, 18943, 18984.a, 18984.b, 19472, 19473, 19514, 19779, 19806); delle restanti 5, 4 furono registrate tra i tituli qui in coem(eterio) Callisti reperti traduntur (ICVR III, 8906, 9010, 9308, 9317) e 1 fu assegnata al cimitero di S. Ippolito (ICVR VII, 19947). Nella serie 67 r-68 r furono trascritte 27 iscrizioni cristiane, anticipate dalla nota in Coemeterio Domini Laurentij in Vinea Ill(strissimi) Piccolominei (ICVR VII, 17418, 17443, 18453, 18540, 18646, 18653, 18677, 18681, 18685, 18709, 18764, 18767, 18813, 18924, 18972, 18995, 19048, 19090, 19113, 19286, 19292, 19434, 19450, 19485, 19775, 19813, 19844). È utile segnalare, ai fini del conteggio, che ICVR VII, 18677 compare in entrambe le serie di carte, dato che suggerisce che Buonarroti si sia recato, in entrambe le occasioni, nello stesso settore catacombale.

  • 4

    Per quanto riguarda la catacomba dei SS. Marcellino e Pietro, furono registrate: a c. 145 v, ICVR VI, 16999 e a c. 390 v, ICVR VI, 17033 e 17154. Dal cimitero di Gordiano ed Epimaco, invece, Buonarroti trasse le epigrafi ICVR VI, 15649 e 15639. In entrambi i casi, tuttavia, la visita alla catacomba appare segnalata esclusivamente da note apposte in corrispondenza della trascrizione delle epigrafi, e non costituisce una sezione distinta all’interno delle carte, come rilevato per le iscrizioni del cimitero di Ciriaca.

  • 5

    Il disegno dell’epigrafe di Sabbazio all’interno delle Osservazioni è tratto verosimilmente da un calco eseguito dallo stesso Buonarroti sull’originale. Per la notizia del trasferimento nella villa di Settignano, vedi Buonarroti 1716, p. 167 e il lemma ICVR.

  • 6

    Il manoscritto è redatto quasi completamente da Anton Francesco Gori. I suoi fascicoli sono intervallati da serie di carte di Buonarroti, Marcantonio Boldetti e Giovanni Battista Doni.

  • 7

    La nota C(o)emeterio Divi Laurenti(i) Anno 1699 è a c. 341 r, la prima del fascicolo.

  • 8

    In questa documentazione, la mano di Boldetti si alterna a quella dei suoi collaboratori. È noto che il Custode fece più volte ricorso all’erudizione di Buonarroti per la lettura e l’interpretazione delle iscrizioni cristiane, vedi IC I, pp. xxvii-xxviii. Si può d’altronde ritenere che loro corrispondenza epigrafica fosse divenuta più frequente in vista della stesura dell’opera dei Boldetti sui cimiteri cristiani di Roma, cfr. Boldetti 1720.

  • 9

    ICVR VI, 16999; ICVR VII, 17418, 18561, 18646, 18653, 18681, 18709, 18853, 18669, 19048, 19113, 19292, 19434, 19472, 19485, 19844.

  • 10

    ICVR VI, 15639.

  • 11

    ICVR VI, 15634, 17001.

  • 12

    ICVR II, 6456 (= ICVR VII, 19386), 5978 (= ICVR IV, 12858); ICVR III, 8839, 8876, 9291; ICVR IV, 12733; ICVR VI, 16969; ICVR VII, 17416, 18473, 18686, 18696, 18752, 18948, 18957, 18969, 19150, 19181, 19501, 19653, 19773; ICVR VIII, 23058, 23201. I disegni attualmente irreperibili sono di ICVR III, 8956, 8965 (= 07, 18919).

  • 13

    Fabretti 1702, p. 736; Buonarroti 1716, p. 106: «L’ho riportata qui volentieri, benche sia stata data fuori da Monsig. Fabretti, per notare il letto tralasciato da lui […]».

  • 14

    Fabretti 1702.

  • 15

    Cfr. Tabella 1, al termine del contributo, per le concordanze tra le edizioni in ICVR, le Osservazioni e i mss. A.43 e A.195. Da Fabretti: ICVR I, 3111 = ICVR VIII, 22493.a; ICVR VIII, 22570, 23185; da Bianchini: ICVR VII, 17426; da Bosio e Aringhi: ICVR IV, 12655; ICVR IX, 24752; da altri generici: ICVR VIII, 20760.

  • 16

    Buonarroti 1716, pp. i-xxvii.

  • 17

    Ivi, pp. iii-viii. I dettagli relativi alla materialità di questi recipienti vitrei e alle tecniche di lavorazione confluivano originariamente nelle schede descrittive che Buonarroti preparava per ciascun reperto. Ciò è confermato dall’analisi del fondo di vaso, rinvenuto nel cimitero di Priscilla nel 1693 e pubblicato in Tav. XXVIII, fig. 3 delle Osservazioni, la cui bozza – rintracciata alle cc. 84 r-87 r del ms. A.43 – presenta una stesura più articolata rispetto a quella poi inclusa nel commento dell’autore, cfr. Buonarroti 1716, pp. 193-206.

  • 18

    Ivi, pp. viii-xi.

  • 19

    De Rossi definì gli oggetti affissi nella calce di chiusura dei loculi “segni mnemonici” e li analizzò ampiamente ne La Roma Sotterranea Cristiana, vedi de Rossi 1867, pp. 164-165, 254, 284-293; de Rossi 1877, pp. 169-179, 259-260, 305, 326-330, 340-341, 346, 499-500, 574-625, 678-679. Un’attenta ricostruzione sugli studi del de Rossi su questo argomento è in De Santis 1998, pp. 339-350. Relativamente alla più recente interpretazione di questi oggetti come corredo esposto, vedi Felle, Del Moro, Nuzzo 1994, pp. 89-158.

  • 20

    ICVR IV, 12733: Zinnum (:signum) loci Quintini et / Marturiae; ICVR VIII, 22570: Nabira in pace anima dulcis / qui bixit anos n(umero) XVI m(enses) V / anima Meleiea titulu factu / a parentes signum nabe ((navis velis passis)).

  • 21

    Buonarroti 1716, p. x.

  • 22

    Ivi, p. xii. Buonarroti, basandosi su quanto personalmente visto durante le esplorazioni nel suburbio romano, avanzò l’ipotesi che questi vetri provenissero da loculi obliterati dall’innalzamento del terreno risultante dall’escavazione di nuove gallerie catacombali, resasi necessaria per accogliere la sepoltura dell’ingente numero di cristiani morti durante la persecuzione di Diocleziano, iniziata nel 303 d. C.

  • 23

    Buonarroti sosteneva che il cristogramma, essendo composto da lettere greche, risalisse ai tempi della «primitiva Chiesa, e quando forse ella ancora uscita non era dall’Oriente». Per approfondire la questione, faceva riferimento da un lato a fonti scritturistiche, come l’Apocalisse di san Giovanni e il libro del profeta Ezechiele – in relazione al cosiddetto “segno degli eletti”, dall’altro, a fonti patristiche, in particolare al racconto di Eusebio sulla visione di Costantino, cfr. Buonarroti 1716, pp. xii-xv.

  • 24

    Sul vaso di sangue, vedi principalmente Ferrua 1944, Ghilardi 2008. A questo proposito, Buonarroti riportò l’iscrizione con monogramma apposta su un «bicchiere di sangue» da lui visto nel Cimitero di Callisto, che aveva ricopiato a c. 145 v del ms. A.43 e a c. 338 v del ms. A.195. Questa iscrizione è stata successivamente interpretata come pertinente a un presbitero cristiano di nome Asinius, in cui il cristogramma assolveva alla funzione di compedium scripturae, vedi Martigny 1865, p. 555. Sull’uso del cristogramma come compedium scripturae, vedi Ferrua 1991, pp. 40-42.

  • 25

    Il decreto del 1668, emanato dalla Congregazione cardinalizia Indulgentiis Sacrisque Reliquiis praeposita, aveva individuato nel vaso di sangue uno dei segni più affidabili per il riconoscimento delle sepolture martiriali. Sull’argomento vedi Ferrua 1944, pp. xviii-xix; Ferrua 1946-1947, pp. 319-321 e da ultimo Ghilardi 2020, pp. 121-122. Sui predetti segni distintivi, vedi Ghilardi 2010.

  • 26

    Buonarroti 1716, p. xii. Sulle iscrizioni falsae cristiane, vedi Ambriola 2024a. Per le iscrizioni di Alexander e Marius, nelle quali si menzionava il loro martirio avvenuto rispettivamente sotto Antonino Pio e Adriano, vedi ivi, pp. 156-158; Felle-Ambriola 2019, pp. 174-177.

  • 27

    Per l’epigrafe di papa Gaio, vedi Ambriola 2024a, pp. 178-179. Per l’iscrizione di Primitivus, vedi ivi, pp. 158-162 e Ambriola 2024b, pp. 54-57.

  • 28

    Fabretti 1702, p. 738, n. 491; Buonarroti 1716, p. xii.

  • 29

    Ivi, pp. xvi-xxv; la citazione è a p. xvi.

  • 30

    Ivi, p. xxiii.

  • 31

    Ivi, p. xvi. Come si è accennato Buonarroti tende a retrodatare le iscrizioni sui frammenti vitrei; tuttavia, questa sua intuizione sulle scritture in uso nei contesti di produzione delle stesse resta sostanzialmente valida.

  • 32

    Buonarroti 1716, p. xvi. Per un riscontro visivo delle iscrizioni menzionate nel testo, è possibile consultare online l’opera di Buonarroti, disponibile al seguente link:
    https://books.google.it/books?id=avVZLbzMo6wC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

  • 33

    Su questa iscrizione, vedi Carletti 2012, pp. 229-230 (= Carletti 2022, pp. 361-362).

  • 34

    Buonarroti 1716, pp. xvii-xxv.

  • 35

    La prima T di Statilia (r. 1), in mortua (r. 2) e in sept(embres) (r. 3).

  • 36

    Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 39.1; il f. 76 di questo manoscritto è conservato nel Virgilio vaticano (Vat. Lat. 3225). Buonarroti non lo esplicita ma si intuisce che lui stia correttamente ipotizzando a una confusione avvenuta nel passaggio dalla minuta all’incisione, cfr. Buonarroti 1716, pp. xvii-xix.

  • 37

    In ICVR VII, 18653, vedi le S di sexs (r. 3) alternate a quelle maiuscole di annos (r. 3) e Diogenes (r. 4); parimenti, in ICVR VII, 18969, S in due tratti in karissimo (rr. 2-3) e maiuscola in Ricentius (r. 1), posuit (r. 2), annos (r. 3) e dies (r. 4).

  • 38

    La prima S di cons(ulibu)s (r. 3). Per la citazione, cfr. Buonarroti 1716, p. xx.

  • 39

    Vedi la prima T di fecit (r. 3).

  • 40

    Biblioteca Apostolica Vaticana, Arch.Cap.S.Pietro.D.182.

  • 41

    Vedi la T di Bitalianus (r. 1) e Felicianeti (rr. 1-2). Buonarroti 1716, pp. xix-xx.

  • 42

    Tra gli esempi riportati ci sono le iscrizioni dei Fratres Arvales rinvenuti sulla via Portuense nel 1699, vedi Buonarroti 1716, p. xxii.

  • 43

    La V in questa forma è l’unica variante attestata nell’iscrizione.

  • 44

    Buonarroti 1716, p. xiii. I manoscritti citati sono: i sopraddetti Virgilio Mediceo e Virgilio Vaticano; il codice di Terenzio, Vat. lat. 3226; il codice di Prudenzio, definito Vaticano forse per errore, è verosimilmente il Paris. Lat. 8084, datato al VI d.C.; le Pandette Fiorentine corrispondono al noto Codex Florentinus della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze.

  • 45

    Sull’argomento, vedi Fioretti 2010.

  • 46

    Buonarroti 1716, p. xxv. Accanto all’ipotesi “sociale”, legata cioè all’educazione grafica degli scriventi, Buonarroti ne proponeva anche un’altra, suggestiva benché meno attendibile, che potremmo definire “geografica”, in virtù della quale i modelli scrittori alternativi a quello capitale testimoniavano una provenienza periferica degli artefici dei recipienti vitrei rispetto al centro dell’Impero o una produzione da botteghe provinciali.

  • 47

    Buonarroti 1716, pp. 15-16. ICVR VI, 17001: ((monogramma Christi)) Ispes in Cristo Bonoso qui vixit an(nis) p(lus) m(inus) LXX / qui fecit cum Platilla ann(is) d(e)p(ositus) X kal(endas) maias /benemerenti in pace.

  • 48

    Buonarroti 1716, pp. 163 (nell’opera, per errore è indicata come p. 166).

  • 49

    Ivi, pp. 163-164.

  • 50

    È opportuno segnalare che solo in un caso (ICVR VII, 18681) Buonarroti rilevò la presenza di un’acclamazione non soltanto sulla lastra di chiusura del loculo ma anche graffita sulla calce che sigillava la tomba. Tale osservazione testimonia l’attenzione parimenti riservata al testo, agli aspetti materiali – supporto, tecnica, paleografia – e al contesto d’uso delle iscrizioni, rivelando una concezione delle stesse come manufatti complessi, attualmente alla base degli studi epigrafici.

  • 51

    ICVR VII, 19485: Victori in pace; ICVR VI, 16969: Acilleu in pace; ICVR VII, 18669: Domiti / in pace / Lea fecit; ICVR VII, 18646: Demetrius / filiae carissimae / Demetria in pace; ICVR VII, 18709: Euhodioni marito / Tuche cum quem / fecit annos XVIII / spiritus tuus in / pace.

  • 52

    ICVR III, 8876: ((culter sutorius)) Exuperi req(uiescit) / in pace qui vixit / ann(os) XXIII et m(enses) III d(ies) VI ((acus sutorius)) ((calceus)); ICVR VI, 16999: bene que/squenti ((monogramma Christi)) fratri Bac/chylo in pace / fratres ((palma)), cfr. Buonarroti 1716, p. 165 e 170. Invero, si tratta di formule obituarie diffuse a partire dall’età costantiniana, nelle quali il modulo in pace ha la funzione di richiamare la condizione di tranquillità del defunto nel sepolcro, vedi Carletti 2008, p. 52.

  • 53

    ICVR II, 6456 = ICVR VII, 19386: in pace et benedictione / Sufsuate vixit annis XXX plus minus / reddidit XI kal(endas) febr(uarias); ICVR VII, 19048: in p(a)c(e) et ben(e)dic(tione) Lundinaria b(ene)m(erenti) / b(ixit) a(nnis) X p(lus) m(inus). Buonarroti 1716, p. 165.

  • 54

    ICVR III, 8839: Dioscore / vibe in et/erno; ICVR VII, 19434: Val(eria) Sabina / vixit ann(is) VIII m{a}e(n)s{s}ib(us) / VIII dies XXII / vivas in deo dulcis ((avis cum olea)); ICVR VII, 19773 = Ἀφθόνα ἐν θεῷ ζή/σῃς. Buonarroti 1716, p. 166.

  • 55

    ICVR VII, 18561: Calenice (: Callinice) dulces / in pace; ICVR VII, 18948: ((cupa)) Iulio filio pater doliens fecit ((cupa)) / bene merenti qui bixit annis XVI / menses VII dies V anima innox / cesquas bene in pace; ICVR VII, 19113: Mercuri anima / dulcis ((palma)); ICVR VII, 19653: anima dulcis in/comparabili filio q(ui) vixit / annis XVII non meritus vita / reddit in pace Domini cfr. Buonarroti 1716, p. 166. Su queste espressioni, vedi Carletti 2008, p. 58.

  • 56

    Janssen 1981, pp. 298-300. ICVR III, 8965 = ICVR VII, 18919: Ioviane vibas in Deo et / rog(a); ICVR VI, 15639: ((ramus)) Sabbati dulcis / anima pete et ro/ga pro fratres et / sodales tuos ((corona)), del presunto martire Sabbazio dal cimitero di Gordiano ed Epimaco, donatogli con l’iscrizione dal Carpegna nel 1694.

  • 57

    È verosimile, come evidenziato nel commento a questa iscrizione in ICVR, che le due epigrafi fossero su due facce opposte dello stesso supporto.

  • 58

    Buonarroti 1716, pp. 167-168. Per il dibattito relativo all’identità dei defunti sepolti nelle catacombe, vedi Ambriola 2024a, pp. 164-165, 172.

  • 59

    ICVR III, 9291: Βικεντιους ἐν ἰρήνῃ /προάγι ((avis cum olea)); ICVR VII, 18473: Augustina que vixit anno III; ICVR VII, 18686: Discolio in pace; ICVR VII, 18957: Iustini coniugi merenti in pace; ICVR VII, 19181: Petronius qui vixit ann(is) IIII m(ensibus) IIII d(iebus) XXVI.

  • 60

    L’interpretazione di Buonarroti si basava sul disegno inviatogli da Boldetti, nel quale le iscrizioni erano rappresentate insieme, come pertinenti a un medesimo supporto. Lo studio delle carte di Boldetti conservate nel ms.  A.195, attualmente in corso da parte della scrivente, ha permesso di rilevare che si tratta dell’unico caso di “assemblaggio” di iscrizioni, un dato che risulta indubbiamente meritevole di ulteriori approfondimenti.

  • 61

    ICVR II, 5978 = ICVR IV, 12858: εὐψύχι Σεκοῦνδα οὐ/δὶς ἀθάνατος Ῥηγιτανά ((avis)); ICVR VII, 19844: θάρσι Τάτα μήτηρ / οὐδεὶς ἀθάνα/τος. Si tratta di formule consolatorie afferenti a una retorica funeraria, attestate nell’epigrafia tardoromana sia in epigrafi di committenza cristiana sia in quelle pagane, vedi Carletti 2008, p. 73.

  • 62

    Buonarroti 1716, pp. 142-145, la citazione è a p. 143.

  • 63

    Ivi, p. 120. 

  • 64

    Ivi, p. 53. 

  • 65

    Ivi, p. 54. 

  • 66

    Ivi, p. 112. 

  • 67

    Ivi, p. 118-120.

  • 68

    Ivi, p. 16-18.

  • 69

    Ivi, pp. 40-48.

  • 70

    Nel commento a ICVR è infatti preferita una sua interpretazione come strumento da fabbro: «In imo titulo signum quoddam adpictum, quod lectum significare censuit Buonarroti, sed certe fabrile instrumentum aliquod».

  • 71

    Buonarroti 1716, pp. 104-110.

  • 72

    Garrucci 1858. L’opera del Buonarroti sui vetri cimiteriali costituisce tuttavia un punto di riferimento per lo studio di questi reperti già prima del Garrucci: Gaetano Marini ne fece infatti ampio uso nel suo corpus di iscrizioni cristiane conservato nei codici Vat. lat. 9071-9074. Il caput XII, dedicato ai Tituli minores in vitro, è difatti redatto attingendo in larga misura allo scritto del Buonarroti, come testimoniato dai ritagli delle tavole delle Osservazioni conservati nel codice Vat. lat. 9071; sull’argomento vedi Lega 2015, pp. 1211, 1219.

Bibliografia
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  • Ambriola 2024b = Valeria Ambriola, Falsae cristiane da Roma. L'epitaffio di Gaudenzio, architetto cristiano del Colosseo, in De transmissione epigraphica: Medios y métodos de difusión y reutilización de las inscripciones, a cura di Maria del Rosario Hernando Sobrino e Silvia Gómez Jiménez, Madrid, Guillermo Escolar, pp. 49- 65.

  • Aringhi 1651 = Paolo Aringhi, Roma Subterranea Novissima in qua post Antonium Bosium antesignanum, Jo. Severanum Congreg. Oratorii Presbyterum, et celebres alios scriptores antiqua Christianorum et praecipue Martyrum Coemeteria, tituli, monimenta, epitaphia, inscriptiones, ac nobiliora Sanctorum Sepulchra sex libris distincta illustrantur et quamplurimae res ecclesiasticae iconibus graphice describuntur, ac multiplici tum sacra, tum profana eruditione declarantur opera et studio Pauli Aringhi Romani Congreg. ejusdem presbyteri cum duplici indice, capitum & rerum locupletissimo, Romae Typis Vitalis Mascardi.

  • Boldetti 1720 = Marcantonio Boldetti, Osservazioni sopra i cimiteri de’ santi martiri ed antichi cristiani di Roma. Aggiuntavi la serie di tutti quelli, che fino al presente si sono scoperti, e di altri simili, che in varie parti del mondo si trovano: con alcune riflessioni pratiche sopra il culto delle sagre reliquie. Libro primo. Alla santità di nostro signore Papa Clemente XI, Roma, presso Gio. Maria Salvioni Stampatore Vaticano.

  • Bosio 1632 = Antonio Bosio, Roma sotterranea. Opera postuma di Antonio Bosio Romano antiquario ecclesiastico singolare de’ suoi tempi. Compita, disposta & accresciuta dal M. R. P. Giovanni Severani da S. Severino sacerdote della Congregatione dell’Oratorio di Roma. appresso Gaspare Facciotti, Roma, appresso Guglielmo Facciotti.

  • Buonarroti 1716 = Filippo Buonarroti, Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di vetro ornati di figure trovati ne’ cimiteri di Roma, Firenze, nella stamperia di S. A. R. per Jacopo Guiducci, e Santi Franchi.

  • Carletti 2008 = Carlo Carletti, Epigrafia dei cristiani in Occidente dal III al VII secolo: ideologia e prassi, Bari, Edipuglia.

  • Carletti 2012 = Carlo Carletti, Minuscole lapidarie. A proposito un'iscrizione funeraria urbana dell'anno 330, in Storie di cultura scritta. Studi per Francesco Magistrale, a cura di P. Fioretti, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, t. I, pp. 223-242.

  • Carletti 2022 = Carlo Carletti, Minuscole lapidarie. A proposito un'iscrizione funeraria urbana dell'anno 330, in Farrago Epigraphica. Scritti di epigrafia cristiana e altomedievale, a cura di A.E. Felle, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, pp. 355-380.

  • Ciampini 1693 = Giovanni Giusto Ciampini, De Sacris Aedificiis a Constantino Magno constructis. synopsis historica Joannis Ciampini Romani, Magistri Brevium Gratiae, ac in utraque Signatura Referendarii, Romae, apud Joannem Jacobum Kornarek Bohemum Typographum, et characterum Fusorem apud S. Angelum Custodem.

  • De Santis 1998 = Paola De Santis, La teoria dei 'segni mnemonici' negli scritti di Giovanni Battista de Rossi, in Atti del XIII Congresso Internazionale di Archeologia Cristiana, Split-Poreč, 25 settembre -1° ottobre 1994, a cura di Nenad Cambi ed Emilio Marin, Città del Vaticano-Split, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, pp. 339-350.

  • Fabretti 1702 = Raffaele Fabretti, Inscriptionum antiquarum quae in aedibus paternis asservantur explicatio et additamentum una cum aliquot emendationibus Gruterianis et indice rerum, et verborum memorabilium, Roma, Ex officina Dominici Antonii Herculis.

  • Felle, Ambriola 2019 = Antonio Enrico Felle, Valeria Ambriola, Falsae a fin di bene. Manipolazioni, invenzioni, copie devotionis causa tra le epigrafi dei cristiani di Roma, in False notizie…fake news e storia romana. Falsificazioni antiche, falsificazioni moderne, Studi sul Mondo Antico, 13, a cura di Simonetta Segenni, Firenze, Mondadori Università, pp. 165-189.

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  • Ferrua 1944 = Antonio Ferrua, Sulla questione del vaso di sangue: memoria inedita con introduzione storica e appendice di documenti inediti, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana.

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Sitografia
  • EDB = Epigraphic Database Bari, <https://www.edb.uniba.it/>

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