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Fraterno rimpianto: Gadda e Pasolini

 ARTICOLO SCIENTIFICO

  • Data ricezione: 05/10/2024
  • Data accettazione: 18/02/2025
  • Data pubblicazione: 18/03/2025

Abstract

Il saggio si concentra sulle ripercussioni che Gadda e Pasolini hanno subito a causa della perdita dei loro rispettivi fratelli. Questi due lutti hanno segnato i due autori nello spirito e nella loro produzione letteraria.

 

The essay focuses on the repercussions Gadda and Pasolini suffered from the loss of their respective brothers. These two bereavements marked the two authors in spirit and in their literary production.


Parole chiave
Keywords
Tremendo legame aver avuto la vita nelle medesime viscere, da una madre sventurata, da un padre infelice. Perciò, anima mia, volenterosamente prendi parte alle sventure di chi volere non può più; viva per chi è morto il cuore ove pulsa ugual sangue1. - Antigone all'Araldo.


Le vite di Gadda e Pasolini sono purtroppo accomunate da un terribile lutto che entrambi vissero durante la loro gioventù; i due scrittori persero il proprio fratello minore in circostanze drammatiche e, nel caso di Guido Pasolini, mai completamente chiarite. Gadda, stravolto dal lacerante dolore e desideroso di mantenere un'immagine immacolata d'Enrico, non volle mai sapere i dettagli dell'incidente a causa del quale il fratello era morto e si accontentò della versione ufficiale, mentre Pasolini fu costretto ad accettare svariate versioni spesso frutto di compromessi politici.

Enrico Gadda e Guidalberto Pasolini morirono rispettivamente nel primo e nel secondo conflitto mondiale: il Gadda giovane, bello e sorridente fu vittima di un incidente aereo successivo ad una missione di scorta, il più giovane dei Pasolini, chiamato dai suoi compagni partigiani con il nome di battaglia di Ermes, fu una delle vittime dell'eccidio di Porzûs, perpetrato da un gruppo partigiano facente parte delle Brigate Garibaldi. Gadda e Pasolini, ritrovatisi da soli, senza più l'appoggio dei   rispettivi fratelli, dovettero sostenere le famiglie sia finanziariamente che emotivamente.

L'eco di queste premature e drammatiche perdite si ripercosse certamente su tutta la vita degli scrittori e su quella dei loro parenti; ne condizionò pesantemente sia la biografia che la bibliografia. Il supporto concesso loro dalla letteratura riuscì solo in parte a tamponare le loro ferite: sia Gadda che Pasolini ricordarono per tutta la vita i due fratelli scomparsi; il loro ricordo sembra essere indelebile, ma anche fonte di continuo dolore e di rimorso.

Si tratta ovviamente dell'afflizione dei sopravvissuti, di coloro che non si sentono meritevoli di esser ancora in vita, che ritengono soprattutto di non aver combattuto abbastanza e che vorrebbero – più o meno inconsciamente - sostituirsi ai fratelli caduti.

Gadda e Pasolini per tutta la vita testimoniano ideali per cui pensano di non aver mai abbastanza lottato. Se infatti le vicende di Gadda durante la prima guerra mondiale sono celebri, certo non si può dire lo stesso per quelle pasoliniane nel contesto della fase finale della seconda guerra mondiale. Lo scrittore friulano nella sua gioventù partecipò solo marginalmente alla resistenza armata; dopo essere stato catturato, decise infatti di affrontare il morente regime solo con le armi offertegli dalla cultura; in un passo di Pasolini, una vita Nico Naldini ci riassume in poche righe la breve avventura militare vissuta dal poeta friulano:

Il primo settembre [Pasolini] è a Pisa per la prima chiamata alle armi. Col grado di caporale maggiore frequenta il corso Allievi Ufficiali di completamento. L'8 settembre lo sorprende a Livorno, dove il suo reparto, dopo una resistenza appena accennata contro i tedeschi, viene catturato. «Eccomi là: in fondo alla scarpata, vestito da soldato. Intorno a me c'è la mia compagnia […] Io sono terrorizzato, letteralmente. Ho paura della morte. Una paura che mi stringe talmente le viscere che non so proprio come faccio a nasconderla.» Durante il trambusto di un mitragliamento aereo si butta in un fosso assieme a un compagno, nascondendosi finché la fila dei prigionieri riprende la marcia e loro possono darsi alla fuga nella direzione opposta. […] «Fu quello il mio unico contatto fisico con la guerra, con una guerra che poi non si fece o meglio si fece in altra forma».2

I fratelli minori, avendo perso le loro giovani vite in nome di quegli ideali di cui i maggiori dichiaravano di farsi promotori (i valori risorgimentali, nel caso di Gadda, quegli antifascisti, nel caso di Pasolini), si tramutarono in modelli irraggiungibili: Enrico incarna infatti la tipologia di eroe temerario e d'azione che Gadda aveva sempre desiderato d'essere nei suoi sogni d'infanzia; d'altro canto Guido viene sempre visto da Pasolini alla stregua di un martire, di un ragazzo eroico che si è offerto come vittima sacrificale in nome di alti ideali; basti pensare al Corus in morte di Guido (Còrus in muart di Guido), in cui vengono rappresentati tutto il disinteressato eroismo del giovane e lo struggente dolore provato dai suoi cari:

[versione tradotta in italiano nel Meridiano] […] Potevi salvarti ma tu sei tornato lassù, camminando. Tua madre, tuo padre, tuo fratello, lontani con tutto il tuo passato e la tua vita infinita, quel giorno non sapevano che qualcosa di grande più di loro ti chiamava, con il tuo cuore innocente.3

Stravolto da un lutto che non lo ha mai abbandonato per tutta la sua esistenza, anche Gadda tentò di trovare un senso alla morte dell'adorato fratello Enrico, appellandosi agli ideali che il primo conflitto  avrebbe dovuto concretizzare. Infatti ogni singola morte, anche la più crudele ed insensata, può trovare un senso se osservata dalla prospettiva della “grande storia”, là dove si intravedano giustificazioni più alte:

[...] il suo fratello più giovane, Enrico, era caduto in combattimento e Gadda si sentiva come un inutile fantasma nella desolata casa milanese […].

Qual è, mezzo secolo dopo, in questi giorni che festeggiano il cinquantenario della vittoria, il significato di quella guerra per uno scrittore maturo, sanguigno come Gadda? «Il tempo è trascorso in un ribollire» mi dice. «Con quello che è accaduto dopo, lo sterminio degli ebrei, i campi di eliminazione, la bomba atomica, dovrei dire che la guerra del '15 non lascia traccia nella storia del mondo. In realtà quella guerra atroce che ci trovò impreparati sia dal punto di vista tecnico, sia da quello psicologico, ebbe un significato profondo perché favorì l'unificazione morale degli italiani mancata in cinquant'anni di regno».4

La morte dei fratelli minori produsse certamente a livello emotivo degli sconvolgimenti radicali che si ripercossero sui nostri scrittori. Non è qui necessario ricordare quanto la volontà autodistruttiva sia marcata in tutta la produzione pasoliniana, palese riflesso del rimorso del sopravvissuto; né tanto meno risulta difficile capire come la morte di Enrico sia stata una delle svariate concause per cui Gadda si definì “un romantico preso a calci dal destino”5.

La guerra è purtroppo da sempre la più triste cassa di risonanza dei sentimenti umani.

La fitta corrispondenza tra i Gadda durante il primo conflitto mondiale è una preziosa testimonianza per mezzo della quale possiamo non solo rivivere la storia vissuta dai suoi diretti protagonisti, ma anche - cosa parimenti interessante – dedurre e delineare la rete d'affetti che legava i membri di questa sfortunata famiglia.

Leggendo le tante lettere che ruotano attorno ad Enrico, possiamo ipotizzare qualcosa non solo sulla sua stessa personalità, ma anche molto sull'ascendente che egli sicuramente esercitava su Carlo Emilio e sugli altri parenti. Sebbene fossero entrambi convinti interventisti, Enrico precedette il fratello maggiore sul fronte arruolandosi come volontario nel 5° Reggimento Alpini. Le sue imprese iniziarono a trovare un'eco ammirata tra i parenti e gli amici di famiglia, quando Gadda ancora si dedicava al suo periodo d'addestramento. Enrico, spinto forse (almeno agli inizi) dal desiderio di non alimentare le ansie materne, e al contempo anche da un certa teatralità senz'alcun dubbio insita nel suo animo, in alcune lettere dimostra di possedere la scanzonata temerarietà caratteristica delle tipologie virili dei suoi tempi e spesso indora i suoi resoconti con svariati dettagli gustosi: la guerra raccontata da lui presenta dei tratti eroici ed ardimentosi, a volte accade addirittura che si lamenti dell'inazione a cui lui e i suoi uomini vengono obbligati, altre volte racconta di occasioni in cui si trova faccia a faccia con personaggi od eventi unici:

[Enrico a Gadda, 26 agosto 1915] Ti scrivo dalla tavola di un buon ristorante, unito al Grand Hôtel Bagni Nuovi, ove siamo accantonati.[...] Al Grand Hôtel è alloggiato lo Stato Maggiore: due giorni fa venne e si fermò una notte, S.M. Il Re. Come vedi mi circonda gente non del tutto trascurabile, e che mi pone qualche soggezione: il formidabile appetito, e il disastroso stato del mio vestiario mi costringeranno forse a disturbar di nuovo la mamma […] Vorrei ancora sapere se ti giunse quel pacco che ti mandai domenica 22 a Edolo contenente 2 pezzi granata 105, una spoletta idem, e la mia posta. Ci tengo parecchio, specialmente al più gran bossolo, che cadde e sfasciò la tenda mia vicina ferendo un mio compagno di plotone. – Se puoi cerca di farle arrivare a casa –.6

Enrico è ben consapevole dell'entusiasmo con cui i suoi resoconti di guerra sono accolti dagli amici e dai parenti: infatti nella lettera successiva Gadda non solo assicura di avere delle lire disponibili per le spese necessarie al fratello, ma afferma pure di aver fatto tutto il possibile per far sì che i trofei di guerra d'Enrico (denominati da Gadda stesso come “i sacri cimeli di quest'anno fortunato”) arrivino sani e salvi a casa7. Nello stralcio della lettera appena citata constatiamo un'altra caratteristica tipica del Gadda minor: egli, a differenza di C. E., non si fa mai scrupoli a chieder aiuto alle sostanze dei parenti; se agli inizi tali richieste appaiono più che comprensibili (una delle prime fu un appello alle signore di Galliano, affinché inviassero delle calze di lana al plotone terribilmente sprovvisto8), con il passar del tempo Enrico cominciò a farne anche per l'acquisto di beni che appaiono ben poco indispensabili9.  Tale tendenza lo portò addirittura ad accumulare presto alcuni debiti:

Il 27 ottobre [1915 (quindi agli inizi della guerra)] Clara riceve da Enrico, che si dichiara astretto dal bisogno («Oltretutto non ho che gran debiti: spero che presto arriveranno i denari che chiesi per espresso alla mamma»), una cospicua lista di oggetti che le chiede di far trovar pronti in caso di una sua sosta a Milano (AL, I/B-24-44). E sempre il 27 Adele annuncia a Gadda: «Chiede un vaglia telegrafico per uso già consunto e per nuovi bisogni. - Al vaglia di ieri di £. 20 aggiungo oggi uno di £. 50 sperando che per qualche tempo gli possa bastare» (CEG.I.289.86): cfr. GGP, p.482.10

[Clara a Gadda, 18 ottobre 1916] Enrico è qui con me, egli pure intento a scriverti. Sta bene, ma è un po' scoraggiato perché non ha soldi in tasca, ed io non lo posso più aiutare, perché delle 30 lire che mi ha lasciato la mamma, non mi rimangono che £. 2. Ho dovuto fare qualche spesa anche per la casa; tuttavia io potrei scusare fino alla fine del mese, quando me li manda la mamma. Ma Enrico?11


Gadda d’altra parte, eternamente preoccupato sia per la salute del fratello che per le finanze di casa, dimostra di essere abbastanza sollecito nei confronti di entrambe ed invia dal fronte quanto più denaro possibile. Spesso Carlo Emilio si accontentava infatti dello stretto indispensabile, pur di aiutare i parenti bisognosi; una dimostrazione eclatante è riscontrabile in  una lettera datata 6 ottobre 1915, indirizzata proprio ad Enrico. In essa leggiamo come Gadda, pur di inviare dei soldi al fratello, si era privato dell'acquisto di un sacco a pelo, per comprare invece delle più economiche pelli con cui ne improvvisò uno12. Gadda non si lamentava mai direttamente delle spese del fratello, anzi, sovente le appoggiava e le giustificava come ovvie per un soldato dagli atteggiamenti dannunziani quale Enrico: le volte in cui tentò di frenare le tendenze dispendiose del fratello si mosse molto timidamente: ne è perfetto esempio la sua reazione quando Enrico gli annunciò che avrebbe voluto comprare una moto per raggiungere con tranquillità Longone13. La storia della moto ebbe un epilogo fin troppo scontato: Enrico ottenne il suo nuovo “giocattolo” e Gadda cercò di ripianare le spese del fratello con i suoi denari:

[Gadda ad Adele, 4 novembre 1916] Da casa ho discrete notizie, sebbene Enrico abbia chiesto a Clara £. 70 per riparazioni alla motocicletta: e l'abbia mandata da Emilio Gadda per chiedergli 50 lire per l'abbonamento ferroviario. Clara si trovò poi senza un soldo, e perciò io pensai di non far male mandandole 50 lire. - Mi permetto pregarti di avvertire Enrico di essere più prudente nelle spese, di eliminare quelle superflue, e in ogni modo di invitarlo a pensare che se alla solitudine tua e di Clara, alla vostra difficile situazione, si aggiunge l'imbarazzo finanziario, le cose non potranno andar bene e si avranno dispiaceri continui.14

L'ammirazione per il fratello, insieme ad un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, fece sì che Gadda nelle sue lettere si preoccupasse continuamente della salute di Enrico; in molte pagine del suo diario egli si augura addirittura di morire in sua vece. Enrico era visto alla stregua di un autentico eroe romantico, meritevole di monopolizzare non solo l'attenzione di Carlo Emilio, ma anche quella del loro piccolo mondo borghese lombardo. Sebbene fosse il fratello minore, egli era colui che per primo era partito per il fronte e quindi di conseguenza “il primo in grado” (in tutti i sensi15): Carlo Emilio tendeva a minimizzare sempre le proprie azioni; se si trattava invece delle gloriose imprese fraterne, egli si congratulava vivamente con lui e chiedeva sempre che gli venissero riferiti tutti i dettagli: quando Enrico ottenne la medaglia d'argento al valore, volle pure che i familiari a casa collezionassero una copia del giornale che riportava le gloriose vicende16. Gadda era talmente convinto del consolidato carisma fraterno da non riuscire nemmeno ad accorgersi delle occasioni in cui in realtà le persone si interessavano esclusivamente a lui17.

Il fratello minore, forte dell'autorità legata alla sua esperienza sul campo e al suo premiato eroismo,  paradossalmente si atteggiava ad educatore nei confronti del maggiore e gli scriveva lettere ricche di suggerimenti. Quest'ultimo d'altro canto dava sempre grandissimo credito alle parole d'Enrico e tentava di seguirne i consigli, non solo perché desiderava facilitarsi la vita militare, ma anche perché era spinto da un fin troppo palese desiderio d'emulazione:

Già il 4 settembre [1915] Enrico aveva consigliato al fratello: «Di te, io trovo che il meglio che puoi fare è cercare di prendere il binoccolo: è molto utile, indispensabile al fronte. Un nostro tenente, decorato di due medaglie al valore, ecc. ecc. diceva che il binocolo e la macchina fotografica sono necessarî  almeno come le armi. […]

Gadda, che ancora il 23 giugno 1916 esprimerà alla madre il “vivissimo desiderio” di averne una (AGL.I.127.166), di fatto la riceverà solo a luglio del 1916: «splendido il West-pocket e relativo necéssaire» scriverà il 18 luglio ad Adele (AGL.I.127.175), e il 1° settembre 1916: «Oggi il tempo è però magnifico e ho fatto parecchie belle fotografie con la magnifica macchina: chissà se riusciranno! Spero di sì» (AGL.I.127.192).18

Il fratello maggiore non era però l'unico ad essere persuaso dai consigli di Enrico; perfino la madre ne rimaneva profondamente impressionata, così tanto da ritenerli sensati senza mostrar alcun dubbio. Nonostante che Gadda - forse per amor proprio, forse per non far preoccupare il fratello, forse perché non voleva sfigurare con un ufficiale modello come lui - in alcune lettere mentisse ad Enrico e lo rassicurasse facendogli intendere di non aver alcun problema a comandare i suoi uomini19, il fratello minore, consapevole della spiccata sensibilità di C.E., non si limitò a scrivere diversi consigli direttamente a lui, ma cercò pure d'ottenere l'appoggio materno20: a Gadda capitò infatti di ricevere da Adele una lettera in cui ella non affermava soltanto di appoggiare apertamente le raccomandazioni di Enrico, ma lo invitava anche a leggerle attentamente21. I suggerimenti che Gadda a sua volta s'azzarda a dare al fratello sono per lo più dettati dalla premura che Carlo Emilio nutre per la madre; per non farla preoccupare più del dovuto, egli chiede infatti al fratello di mentire riguardo al proprio invio al fronte22. Consapevole della grande pena che Adele provava per Enrico quand'egli era il solo a combattere23, Carlo Emilio non voleva che ella provasse qualcosa di simile anche per lui. D’altro canto sua madre però non pareva preoccuparsi molto delle condizioni emotive di Gadda, ma solo di quelle fisiche: quand'egli era ancora a Parma per l'addestramento e si lamentava che i suoi amici si fossero dimenticati di lui, ricevette da Adele una risposta dal tono alquanto freddo: se era stata sempre severa con lui, lo aveva fatto soltanto per prepararlo a sopportare momenti difficili come quelli che stava vivendo:

[...] Non capisco la tua amnesia e temo che la reclusione ti abbia prostrato. - Scrivimi subito come stai. L'ultima cartolina di Enrico è del 17; il maltempo perseguita la zona alpina, tuttavia egli dice di star bene. […] Addio, Caro Carlo, sta in guardia anche per la disciplina – i punti di demerito gravano sempre sulle promozioni. Se la mamma t'è parsa qualche volta esigente, ora comprenderai se aveva torto o ragione. - Bisogna saper volere e volere ciò che si deve fare per riuscire ai nobili intenti.

Con affetto la tua Mamma.24

Già da una simile lettera si può intuire il modo differente con cui Adele si riferisce ai due figli: da un lato abbiamo un Enrico che, pur essendo già in guerra, dimostra di essere perfettamente adattabile a tutte le avversità, dall'altro un Carlo che, pur non avendo ancora visto il fronte, agli occhi della madre potrebbe già avere problemi di natura disciplinare.

Si può facilmente dedurre come il senso di colpa che Gadda provava continuamente per la propria inazione non fosse soltanto il frutto delle sue sole ansie, ma anche di simili missive materne, le quali erano spesso accompagnate da altre lettere in cui Adele mostrava apprensione (ed al contempo malcelata ammirazione) per lo spirito d'iniziativa d'Enrico.

Difatti, spentosi prematuramente ogni entusiasmo interventista, l'esperienza bellica diviene agli occhi di Gadda insopportabile, non solo per la crudeltà della guerra e per i continui screzi con alcuni sottoposti, ma anche per l'impietoso confronto tra i propri sforzi bellici e quelli del fratello.

In una lettera del 14 dicembre 1915 Enrico accenna a Carlo Emilio per la prima volta non solo il proposito di unirsi al corpo d'aviazione, ma anche la prospettiva di continuare la sua carriera militare partecipando attivamente alla guerra contro la Libia che tutti pensavano sarebbe scoppiata subito dopo il primo conflitto mondiale.25

Un'iniziativa così ardimentosa – fortemente osteggiata dall'ansiosa madre – è motivata dallo scarso entusiasmo che Enrico mostra nei confronti di “una guerra di fanteria che ha poco di divertente”26. Nella stessa lettera il fratello minore auspica pure di finire gli studi al Politecnico nel suo periodo sotto le armi, prospettiva fin troppo ottimistica che egli abbandonò poco dopo, visto che non riuscì mai a dare più di tre esami.

Iniziato l'addestramento da aviatore, Enrico vive sulla sua pelle l'esperienza di una guerra dai tratti più eroici di quella di un fante, e si vanta di questo suo status in lettere in cui afferma senza mezze misure di essere il migliore del suo corso. Sebbene sia consapevole di mettere in grave apprensione sia la sorella Clara che la madre Adele, nelle sue lettere descrive dettagliatamente gli incidenti che gli capitano guidando i suoi apparecchi27 e non mostra alcun rispetto per l'opinione del suo istruttore, da lui descritto come un povero “nevrastenico”28. L'apprensione di quest'ultimo in realtà sembrerebbe giustificata dalle ricorrenti punizioni ricevute da Enrico per la temerarietà delle sue azioni durante l'addestramento29.

Tali comportamenti avventati sono purtroppo il presagio della sua fine: secondo Roscioni il giovane e sorridente Gadda sarebbe infatti morto proprio a causa di una manovra azzardata con cui avrebbe voluto impressionare il pubblico a terra30.

I successi del fratello riempiono di gioia il cuore di Gadda, ma al contempo gli infondono un grande senso d'inferiorità percepibile in tutto l'epistolario; l'inazione e la lontananza dal fronte (per cui Gadda incolpa spesso l'italico guazzabuglio burocratico responsabile degli spostamenti delle truppe31) sono motivo di vergogna e di sensi di colpa: il destino pare non voler concedergli alcuna possibilità di gloria. Carlo Emilio partecipò infatti a poche azioni militari e ben presto non nutrì più alcuna speranza di ottenere una promozione: fu proprio il fratello a informarlo quasi a sorpresa di aver guadagnato dei nuovi gradi; Gadda combatté per ben due mesi senza sapere di esser divenuto nel frattempo tenente!32 Basta questo per capire quanto fossero scarse le speranze che nutriva al riguardo. Quando fu finalmente al corrente della propria promozione, C. E. volle correggere suo fratello affermando con un certo orgoglio di essere ufficiale di complemento, non di territoriale33.

Quando successivamente le assurde concause del destino vollero che Carlo Emilio cadesse prigioniero, i suoi complessi d'inferiorità e i suoi sensi di colpa peggiorarono drasticamente.

C.E. visse la sua prigionia come una grandissima onta e tutti i suoi familiari, conoscendone la personalità malinconica, tentarono invano di risollevarne l'animo affranto34. Ma a questo punto non poteva più esserci riscatto che risollevasse il suo provato morale. Gadda ormai era come “impaludato”, egli era stato privato di qualsiasi possibilità di brillare. L'unica chance sarebbe stata tentare la fuga (cosa che pianificò per davvero durante il suo internamento), ma ciò pareva sempre più un alibi, un disperato espediente tramite cui riscattarsi da un sentimento di mediocrità tragicamente percepito fin dal primo momento del conflitto.

In una lettera al fratello (10 febbraio 1918), Gadda ci pare completamente arreso, sconfitto sia fisicamente che emotivamente, quasi desidera la propria morte. L'unica cosa che lo rincuora in parte è il promettente destino del fratello. Non poteva certo sospettare che da lì a poco la moira lo avrebbe derubato pure di quella unica e agrodolce rivalsa. L'invidia che Gadda aveva sempre provato nei confronti di suo fratello si sarebbe presto trasformata in un irrefrenabile senso di colpa che lo avrebbe tormentato per tutta la vita:

Mio carissimo Enrico, grazie delle tue amorose parole, delle esortazioni di coraggio che mi rivolgi. Non lasciarmi mancare mai tue notizie, le consolatrici della mia disgraziata vita. Quanto alle espressioni di conforto che hai per me, da uomo posso dirti che nulla vale a risolvermi dall'orrore de' miei pensieri: le sensazioni di mille dolori confluiscono sul mio animo, travolgendo la possibilità di distrarsi. Che faccio qui? Perché devo vivere, chiuso in un bastione, mentre altrove si opera? Il futuro non mi vale, non mi varrà mai di compenso all'azione che oggi non posso esplicare. L'anelante amore all'azione e al pericolo, che in questi ultimi tempi furono un bisogno per me, era la mia vita. Ora, impaludato qui, ho la sensazione della morte in cui ancora è lecito di soffrire, con il corpo e col cuore. -

Ma non pensare a me, altro che per darmi tue notizie. Vivi la tua vita, tanto ben iniziata; con il criterio lucido, chiaroveggente, che mi mancò. Serbati puro in questi tempi così gravi e pensa alla mamma e alla Clara.  Ti abbraccia il tuo Carlo.35

Queste parole, che rivelano come C. E. proietti sulla figura del fratello le sue ben poche residue speranze, furono presto smentite dai pensieri generati dalla morte di Enrico:

Milano, 25 marzo 1919. Ore 13.- 2, Via S. Simpliciano 2. Vita famigliare: L'animo è dominato dalla sensazione di terrore e solitudine per la fine di Enrico: provo come un senso doloroso di fine e morte anche per me: come se anch'io avessi finito di vivere, o la miglior parte di me stesso mi fosse stata tolta: «Non c'è più nulla da fare: la nostra generazione ha finito: mio fratello non c'è più: l'Enrico dov'è?» In altre parole il senso di solidarietà fraterna era così vivo, l'amore così intenso, che avendolo perduto ho perso la ragione di vivere. Così in infiniti pensieri e dettagli: (figli, famiglia, ecc.); i miei figli vi potranno essere, ma i suoi non più; perché lavorare e arricchire o farmi un nome o fare delle opere di costrutto? Lui non mi vede più.36

Allontanandoci dalla biografia gaddiana, inoltrandoci invece nella sua produzione letteraria, possiamo trovare una traccia della presenza di Enrico?

Come Guido Cavalcanti nel decimo canto dell'Inferno dantesco, Enrico è il “grande assente” de La cognizione del dolore di Gadda: la sua è una presenza/assenza, proprio come quella del poeta fiorentino, sì accennata in pochi passi, ma palpabile in ogni pagina.

La figura di Enrico viene non a caso citata nelle ultimissime pagine del romanzo, laddove vengono mostrate al lettore le conseguenze indirette (o forse, nel peggiore dei casi dirette) delle azioni di Gonzalo Pirobutirro, il protagonista dell'opera. La madre, l'impossibile oggetto dell'odio/amore di quest'ultimo, è stata irrimediabilmente ferita ed adesso giace morente sul letto matrimoniale; non c'è la figura del figlio ancora vivo a sostenerla, al suo posto c'è invece la foto di quello morto molti anni prima: è il figlio aviatore ad occupare la stanza di Gonzalo e pure il ruolo che lui dovrebbe svolgere accanto alla madre.  Anche stavolta, fino all'ultimo momento, è la compagnia di Enrico di conforto e di sostegno per la madre, non quella di Gonzalo/Gadda, il quale è assente non solo nella realtà dei fatti ma anche negli affetti materni:

Allora accesero le luci elettriche, salirono al piano superiore, gli uomini davanti, bussarono alla camera del figlio, lo chiamarono «señor...., señor....» non ebbero risposta, entrarono: la Peppa accese la luce elettrica: nessuno. Il letto intatto. Il grande tavolo liscio. Sul tavolo un libro aperto, una fotografia del fratello di lui, ragazzo dal volto sorridente, dopo tant'anni!: con una mano sul manubrio della mitragliatrice: era visibile, in parte, la struttura del velivolo. Uno degli intrusi indugiò a guardare la fotografia, e lesse poi alcune righe nel libro aperto: «.... Ma le leggi della perfetta città devono.....».37

Non è certo casuale che la foto del figlio venga ritrovata accanto alle Leggi di Platone. Tale accostamento presenta svariati significati; la più palese – ma non per questo banale – constatazione è la consapevolezza di un paradosso che affligge ogni vita: un uomo non è mai all'altezza degli ideali per cui combatte, o in nome dei quali spera semplicemente di condurre la propria esistenza: Enrico, felice e sorridente, rappresenta il modello di figlio perfetto che Gonzalo/Gadda non è mai riuscito ad incarnare, l'effigie lontana ed incorruttibile che canalizza ogni affetto della madre. Gadda/Gonzalo tenta più volte di trovare conforto nella filosofia, ma il tempo trascorso nella solitudine lo allontana sempre più dal mondo e dalla tanto agognata e al tempo stessa temuta compagnia materna. V'è solo dolore. Alla foto ritrovata vicino al testo di Platone possiamo attribuire però anche altri messaggi ed uno di essi è connaturato al tipico malinconico umorismo gaddiano: l'inutilità della fine di Enrico, l'impossibilità di trasporre nel reale gli ideali per cui si è sacrificato. Difatti, questo eroico fratello aviatore è quasi morto invano: sebbene Gadda ripeta nelle interviste e a se stesso che la morte di Enrico e quella di tanti eroi come lui ha creato per la prima volta (e forse l'unica?) un'autentica unità nazionale, in realtà è ben consapevole a quale esito sarebbe andata incontro la sua Italia, dopo il grande conflitto: essa è divenuta un paese infestato da guardie notturne, controllato da un tirannico Nistitúo provincial de vigilancia para la noche; la morte di tanti uomini come Enrico non ha potuto insomma evitare che l'Italia cadesse preda del Fascismo, un movimento fintamente promotore d'ordine, in realtà destinato a far sprofondare la penisola nel caos più completo. Proprio l'insoddisfazione e la precarietà di molti reduci di guerra furono tra le concause dell'ascesa del Fascismo. Molti guardiani notturni sono infatti ex-soldati, ex-eroi (alcuni, se non la maggioranza, solo di facciata, a dir il vero) costretti, per disperazione o per insoddisfazione, a prendere parte alle ronde. L'ultima, ma non ultima, interpretazione che possiamo proporre per la vicinanza della foto di Enrico a un testo di Platone potrebbe corrispondere a un desiderio del soggetto narrante, che ha dell'utopistico: Gadda, disperato figlio perennemente secondo ad un fratello ormai morto, e quindi cristallizzato nella mente materna in una perfezione inarrivabile, si appella alla filosofia e alle sue impossibili speranze. Ne La Repubblica Platone infatti spinge alla creazione di una società in cui ogni persona sia uguale all'altra, in cui tutti i cittadini si amino come parenti, poiché in essa non esistono più palesi legami di sangue: una società insomma in cui tutti i figli sono amati ugualmente e pienamente.

«E questo» disse «è un discorso misurato; ma come potranno riconoscersi tra loro i padri e le figlie e i parenti di cui stavi parlando?» «In nessun modo» dissi io. «Ma a partire dal giorno in cui ognuno di loro ha consumato le nozze, i bambini che nasceranno nel decimo e nel settimo mese seguente li chiameranno tutti figli se maschi, figlie se femmine, e quelli chiameranno lui padre; allo stesso modo egli chiamerà “nipoti” la loro prole, e questa dal canto suo “nonni” e “nonne” lui e i suoi coetanei. Tutti i giovani nati nel periodo in cui i loro padri e le loro madri erano in età riproduttiva si chiameranno fra loro sorelle e fratelli, sicché, come ora dicevamo, non si prenderanno fra loro. [...]».38

Ma una società armoniosa è di per sé solo una vana speranza. C. E. ha difatti perso completamente la fiducia non solo in se stesso, ma anche nel prossimo: Gonzalo/Gadda è chiuso in una solitudine esistenziale pressoché totale. Per lui ogni utopia che ha come fondamento l'etica personale dei singoli individui va contro la stessa natura umana. Non è possibile alcun punto di contatto tra i cittadini modello descritti da Platone e la anaffettiva madre, i peones parassiti o l'irraggiungibile fratello. Come ben dice il nostro autore nell'Eros e Priapo:

L'atto di coscienza al quale vogliamo e dobbiamo pervenire comporta un'analisi delle maialerie umane che resulti la più permeante possibile. Noi vogliamo ricostruire, meglio anzi, costruire una buona società: facciamo di bei ragionari: di begli edifizî leviamo, con tutte torri, nel vacuo de' nostri sogni più sognati: e codesta società utopica la scodelliamo calla calla dalla pignatta delle nostre mejjo intenzioni, de' nostri dilicati sentimenti, de' nostri encomiabbili proponimenti, del nostro prurito di giustizia: ched è un pruritino, fin tanto le son parole, de' più piacevoli a grattare. Ci si attacca quasi più gusto a iscrivere la storia del Logos, massime poi la futura e inzognata, che a grattarsi le palle. Ma te ti dimandi mai, o vespero o a matutino, quanti di noi fussino o in facto sono e' ladri? quanti i lor complici? quanti gli assassini e predoni? quanti i concussori? quanti i bari? quanti i simoniaci e compromettitori, agli uffizî e a le chiese? quanto i macchero, sive parasiti a le femine? quanti soltanto anche i poltroni, i giuggioloni, i pavoni beati a passeggio in sul Vittorio Emmanuele? quanti bevitori di bitter? quanti i cik-cik, ma dicano d'aver udito sparo a Bezzecca? Dico quanti percentualmente? Te tu fumi, puf puf, dandoti di gran d'arie per questo. E allor che vai a bottega di tabacchi, o entri, pavone, il caffè, là dove c'è la tu' nicchia ad accoglierti, con il nimbo di fil di ferro già predisposto a nimbare la santità gloriosa d'i' ccervellone d'un tanto pirlo, be' te tu t'ha' mai noverato tutti l'ominì che vi stanno? E zervinotti di poche castella, e di meno voglia a murarne? E chi gioca, mesto, le dame: e chi scaracchia: e chi si gratta i ginocchî: e chi non dice nulla, e t'isguarda, perché la Sibilla non dice se non dimandata e remunerata ad anticipi, e anco quel poco per ambage. Ed è all'ore di luce e di lavoro: che in sull'opere si batte ferro: e che l'ingignere stianta, a Malano. E di codeste iscioperate razzumaglie te tu vuo' far la republica? O Plato, cùrati.39

La morte di Guido fu un tragico quanto assurdo evento che dilaniò l'animo di Pasolini ed ebbe ripercussioni su tutta l'esistenza dell'autore. Tale perdita non fece altro che disgregare ancor di più una famiglia che già stava lentamente andando a pezzi: con l'odiato padre imprigionato in Kenya, a Pasolini ormai era rimasta solo la madre, come l'unico oggetto di un affetto smisurato. L'adorato fratello era morto, da solo e lontano da casa; a sferrargli il colpo di grazia non erano stati i nemici nazifascisti, ma dei partigiani come lui. Questo vero e proprio tradimento spinse Pasolini a cercare più volte giustizia in nome del fratello, senza però riuscire ad ottenerla a causa di svariati motivi di natura politica. Da questo tragico evento s'innesca in Pasolini un processo di responsabilizzazione, che lo conduce all'assunzione di un rinnovato engagement politico; infatti, morto il fratello e finita la guerra, egli  volle impegnarsi personalmente: se durante la guerra aveva combattuto con le sole armi dell'intellettuale, adesso si sarebbe mosso diversamente: egli entra prima nelle file del Partito d'Azione, il fronte politico in cui Guido si era riconosciuto durante il suo periodo da partigiano, poi in quelle del partito comunista. Proprio nella piccola sezione casarsese di quest'ultimo si fa velocemente un nome grazie al suo continuo impegno per la causa. La primissima relazione con il PCI evidenzia però fin dagli inizi delle ambivalenze, se non proprio degli autentici dissapori; si può facilmente dedurre come esse siano anche il prodotto dell'assurda morte del fratello. Alcune frange del Partito Comunista Italiano sembravano infatti restie a riconoscere le responsabilità dei partigiani comunisti-titini nell'eccidio di Porzûs, altri esponenti maggiormente simpatizzanti nei confronti di Tito tentavano addirittura di giustificarlo. Pasolini, benché ancora stravolto dalla recente perdita, fu ugualmente abbastanza lucido per puntualizzare la colpevolezza di tutti i responsabili del massacro senza attenuanti di alcun genere. Per lui un eccidio di tale portata non poteva essere in alcun modo classificato come un pegno da pagare ad un ideale politico, ma doveva essere condannato moralmente senza appello. In un testo riservato ad un'occasione ufficiale per il secondo anniversario della tragedia abbiamo la testimonianza delle idee di Pasolini al riguardo:

[...] Sono passati due anni dal giorno dell'eccidio, ma ancora io non so affrontare quella “difficoltà d'infinito” che protegge la vita di mio fratello e il suo sacrificio dalla nostra precaria interpretazione. Troppa generosità è morta con lui, ragazzo ventenne, e c'è troppa purezza nella sua morte affrontata deliberatamente. Tuttavia di una cosa posso avere la certezza, cioè che mi sia lecito parlare in suo nome. E in suo nome devo dire purtroppo che la cerimonia di Subit è mancata di sincerità; di sincerità, dico, non di buona fede. La morte di Enea, di Bolla, e di mio fratello, di D'Orlandi e di tutti gli altri è stata interpretata in un piano di patriottismo (fino a che punto generico qui non è il caso di notare), invece che in un piano di moralità. Per questo i poveri morti di Porzûs non rivissero tra noi domenica, e non furono che un astratto pretesto. Io credo che il loro rapporto con i garibaldini che li hanno assassinati non sia altro che un rapporto tra Bene e Male; così essi sono morti in nome di quella spiritualità che è insita anche nel comunismo o anche nel peggiore degli uomini. Se vogliamo che essi, in nome di quella Spiritualità, continuino a vivere tra noi, è a LORO che dobbiamo pensare, non ai simboli umani per cui hanno dato la vita. […] Come possiamo ora noi, loro famigliari, considerare inutile quel martirio, perché l'Italia deve firmare una pace ingiusta e perdere parte del territorio? È in quel martirio che si è attuata una incorruttibile utilità.40

Nonostante Pasolini fosse in questi anni un attivo membro del Partito Comunista, non si faceva ancora alcun problema a puntualizzare e a criticare apertamente alcuni comportamenti dei suoi compagni.  D'altro canto, la mancata pubblicazione di Turcs tal Friùl, opera in fiulano rimasta nel cassetto, è forse l'unico caso di autocensura pasoliniana conosciuto. Testo teatrale d'ambientazione storica, esso presenta come protagonista un giovane friulano, una proiezione rinascimentale di Pier Paolo stesso, che deve sopportare la perdita di un fratello andato a combattere le forze dei turchi invasori riversatesi contro la terra natia. I parallelismi tra fantasia e realtà sono fin troppo evidenti e Pasolini, ormai convertito alla causa comunista, decise che non avrebbe mai pubblicato il testo – sebbene lo ritenesse “la sua migliore opera in friulano”-, poiché probabilmente troppo sconveniente41. Non può certamente trattarsi di un caso che Pasolini, passati tre anni dalla morte di Guido, parli dell'eccidio di Porzûs con un'ottica più cauta, meno impulsiva e più politica:

«“Interpretare” Porzûs è ancora, dopo tre anni, un'operazione delicata, quasi intempestiva», scrive un ormai prudentissimo Pasolini […] «Due partiti, sullo sfondo di uno sconvolto cielo di confine, si contendono la competenza richiesta per estrarre dalle tremende cronache del '44 -'45 quei fatti e assumerli su un accomodante piano di storia o di leggenda. Possiamo ammettere che Bolla [uno dei compagni e superiori di Guido] fosse forse un caso in fieri di nazionalismo e il suo rifiuto di fondere le forze osovane con quelle garibaldino-slave presenti qualche incrinatura, qualche vizio d'origine; ciò che però non possiamo ammettere, per appoggiare l'interpretazione democristiana, è che si debba trasferire tutto l'episodio senza limitazioni su un piano di patriottismo in funzione anti-slava e anti-comunista».42

In ogni caso la morte di Guido ebbe senza alcun dubbio una grande importanza a livello simbolico nella vita di Pasolini: fu il momento più tragico del cataclisma prodotto da “la grande storia” (per usare un termine morantiano) ai danni di quel microcosmo costituito dalla realtà rurale di Casarsa.

A distanza o da vicino, ogni società umana si rivela un campo straziato, dove una squadra esercita la violenza e una folla la subisce. Ma il fatto che questo male sia sempre esistito non è un motivo che gli dia diritto di esistere. E relegare questo argomento tra gli inutili “luoghi comuni” è un pretesto triviale, atto a giustificare un silenzio complice.43

Certamente la guerra, oltre ad aver fatto scempio del mondo contadino tanto caro a Pier Paolo, sia uccidendo i suoi abitanti che demolendo i luoghi a lui sacri, sconvolse pure irreparabilmente il modus cogitandi e vivendi della popolazione: la Storia era riuscita infine a penetrare in quella realtà idilliaca per mezzo della guerra e aveva contaminato ciò che era rimasto ancora puro agli occhi del poeta friulano.

La “rinascita italiana” del dopoguerra, sì economica ma non certamente morale, non fu infatti caratterizzata da un ritorno alle origini contadine, ma condusse gradualmente ad un radicale allontanamento da esse. Ben presto tali tradizioni vennero come cancellate dalle abitudini di coloro che avevano conformato ad esse la loro esistenza. I giovani furono i primi a dimenticare le proprie origini e i loro atavici ideali, tutto in nome di un gretto materialismo prodotto dall'artificiosa ondata di “benessere” che caratterizzò i nuovi tempi. Da questo punto di vista, agli occhi di Pasolini, Guido doveva incarnare ancora un perfetto esemplare di quella gioventù pronta a vivere e a morire in nome di un ideale più alto, di qualcosa che ancora potesse essere ritenuto autentico e non “imbastardito” dal capitalismo coatto che, come un cancro, da lì a poco avrebbe corrotto ogni aspetto della società. Sono soprattutto l'esempio di Guido e la condizione disastrosa del suo Friuli nel dopoguerra a spingere Pasolini ad unirsi al Partito Comunista e a divenire un elemento estremamente attivo nel suo circoscritto territorio. Il sacrificio del fratello è sempre descritto come un gesto di assoluta e totale nobiltà d'animo, frutto di un entusiasmo genuino ed irrefrenabile. Dopo tutto Guido aveva avuto il coraggio di combattere in prima linea per qualcosa di più grande, mentre Pasolini non era uscito dalla sua “casa in collina” e si era impegnato solo indirettamente. Il sacrificio estremo di Guido diviene esemplare, anche perché Pier Paolo in persona lo aveva accompagnato al treno verso le montagne in cui sarebbe andato incontro alla sua fine. Tale evento, rivissuto grazie alla poesia e alla memoria, si colora di nuove fosche tinte, premonitrici del dolore che presto avrebbe colpito tutta la famiglia. Pier Paolo inconsapevolmente sta conducendo suo fratello verso la morte, come un sacerdote fa con la sua offerta sacrificale.

[...] Venivamo in silenzio per il nascosto argine

lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi


del nostro ultimo sonno in comune nel nudo

granaio tra i campi ch'era il nostro rifugio.


In fondo Casarsa biancheggiava esanime

nel terrore dell'ultimo proclama di Graziani;


e, colpita dal sole contro l'ombra dei monti,

la stazione era vuota: oltre i radi tronchi


dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l'erba

del binario, attendeva il treno di Spilimbergo...


L''ho visto allontanarsi con la sua valigetta,

dove dentro un libro di Montale era stretta


tra pochi panni, la sua rivoltella,

nel bianco colore dell'aria e della terra.


Le spalle un po' strette dentro la giacchetta

che era stata mia, la nuca giovinetta...44


L'ultima lettera che Guido inviò al fratello già presagisce l'imminente disastro [27 novembre 1944]45. Egli però si dimostra fino all'ultimo incredibilmente fiducioso nei confronti dei combattenti della sua brigata e rivela di possedere uno spiccato senso d'iniziativa. Ansioso che la madre possa preoccuparsi per i fatti che lui descrive come roba da “nulla”, Guido chiede a Pier Paolo di non raccontarle niente delle sue ultime vicende e lo prega invece di dargli una mano. In vista del disarmo attuato per mano degli inglesi, gli sloveni appartenenti alla Brigata Garibaldi insistono che i partigiani della Osoppo vengano integrati completamente nelle loro schiere e che sostituiscano i loro simboli italiani con effigie solamente comuniste46; Guido ed altri rispondono a queste provocazioni e alla propaganda antitaliana fondando un nuovo giornale, “Quelli del Tricolore”. Quest'ultima iniziativa ha fatto sì che il fratello combattente si veda costretto a chiedere aiuto a quello rimasto a casa:

Pier Paolo Carissimo:

Quanto ti scriverò in questa lettera ti stupirà moltissimo; «Ma io non c'entro!» dirai alla fine facendo uno sconsolato gesto con le mani... Ne sono pienamente d'accordo. Siccome però una situazione penosissima e grave provoca uno stato d'animo per cui si sente l'assoluta necessità di confidarsi con qualcuno, e d'altra parte “siamo” convinti che tu, con qualche articolo ci puoi essere di grande aiuto, avendone d'altra parte ricevuta l'autorizzazione, ti metto senz'altro al corrente della nostra situazione come si presenta alla data di oggi 27 novembre. Non dire nulla alla mamma: si spaventerebbe per nulla...47

Quel semplice “ma io non c'entro!”, con cui il fratello partigiano si riferisce a lui, fu per Pasolini senz'altro fonte di continui e acuti sensi di colpa dopo la morte di Guido. Nella stessa lettera il fratello minore chiede quasi ossessivamente scusa a Pasolini per il disturbo e ne riconosce l'assodata superiorità, sempre scontata ai suoi occhi fin dalla fanciullezza48:

[...] dovresti scrivere qualche articolo che fa al caso nostro (non è che noi siamo a corto di argomenti né tanto meno ci manchino gli “scrittori”: io sono convinto che tu ci puoi essere di molto aiuto...) con qualche poesia magari, in italiano e friulano (con traduzione), qualche canzone su arie note, pure in italiano e friulano ecc... ecc... Negli articoli cerca appena di sfiorare gli argomenti suaccennati: devi essere un italiano che parla agli italiani. […] Naturalmente tutta questa tirata ti ha annoiato moltissimo ma è bene che tu sappia com'è la situazione, anche perché ho bisogno se non altro dei tuoi consigli. Comprendo perfettamente che molto probabilmente tu non avrai né tempo né voglia di compilare gli articoli suaccennati comunque se hai intenzione di farli: falli al più presto […] Se non altro almeno scrivi a me qualche riga... Ti bacio con grandissimo affetto. […] Non ho il tempo di rileggere la lettera devo partire per la montagna immediatamente.49


Guido, perfino nell'ultima lettera alla madre, datata primo gennaio 1945, continua a mostrarsi sempre interessato al talento letterario del fratello; la sua ammirazione è palese.

Non darti troppo pensiero per me: sono sistemata [Guido aveva l'abitudine di firmarsi “Amelia” quando scriveva alla madre] nel migliore dei modi! Per dartene un'idea: a Natale (passato molto bene se escludo certi imperiosi richiami “sentimentali”) ho mangiato (a parte un ottimo pranzo) 2 panettoni squisiti; alle cinque del pomeriggio il tè con tartine di burro e marmellata; dopo cena un caffè squisito... Allo stesso modo sto passando capodanno. Come vedi molti avrebbero di che invidiarmi. Aspetto con impazienza uno scritto di Pier Paolo... Non dimenticarti in ogni tua lettera di trascrivermi qualche sua poesia.50


Il segno indelebile lasciato nella psiche di P. P. dal volontario martirio di Guido fa sì che il tema sacrificale diventi un topos nella poetica pasoliniana: Pier Paolo afferma di cercare per sé una morte che abbia un significato pari a un'esistenza vissuta senza i limiti imposti da una falsa morale sociale.

[...] e io ritardatario sulla morte, in anticipo sulla vita vera, bevo l'incubo della luce come un vino smagliante.51

Proprio a seguito dei terribili eventi di Porzûs, egli afferma apertamente quanto brami e desideri la morte:

[Pasolini a Serra, 21 agosto 1945] [...] Perciò l'unico pensiero che mi conforta è che io non sono immortale; che Guido non ha fatto altro che precedermi generosamente di pochi anni in quel nulla verso il quale io mi avvio. E che ora mi è così famigliare; la terribile oscura lontananza o disumanità della morte mi si è così schiarita da quando Guido vi è entrato. Quell'infinito, quel nulla, quell'assoluto contrario ora hanno un aspetto domestico; c'è Guido, mio fratello, capisci, che è stato per vent'anni sempre vicino a me, a dormire nella stessa stanza, a mangiare nella stessa tavola. Non è dunque così innaturale entrare in quella dimensione così a noi inconcepibile. E Guido è stato così buono così generoso da dimostrarmelo, sacrificandosi pel suo fratello maggiore, forse a cui voleva troppo bene a cui credeva troppo.52

A seguito della strage, l'Academiuta di lenga furlana fondata da Pasolini venne dedicata proprio a Guido. Non dobbiamo minimizzare questo gesto pensando che sia frutto del solo affetto fraterno; tale dedica sottende infatti anche motivi di stampo ideologico. Il fine originario dell'Academiuta consisteva nella valorizzazione di un dialetto mai divenuto koinè, mai espresso nel suo vero potenziale letterario, perché circondato da dialetti regionali caratterizzati da una viva e fiorente tradizione scritta. In seguito agli stravolgimenti culturali avvenuti durante e subito dopo il secondo conflitto mondiale, Pasolini si accorge che il suo mondo contadino (sotto molti punti di vista idealizzato) rischia di scomparire per sempre; tale realtà non è però ovviamente composta da soli valori od altri concetti astratti, ma da persone, che rischiano non solo di perdere la loro primigenia identità, ma anche, in taluni casi più estremi, la vita. Guido Pasolini ne è un perfetto esempio. Dedicando l'Academiuta al fratello morto, Pasolini vuole compiere quindi un gesto altamente simbolico: una vittima della Grande Storia viene resa emblema di un'intera realtà agonizzante. Pasolini, ne La religione del mio tempo, ci spiega perfettamente gli irrimediabili danni che la Storia ha provocato: similmente ai riti religiosi legati alla Chiesa cattolica, anche le usanze contadine hanno mantenuto intatta soltanto un'antica facciata. Ciò che un tempo veniva ritenuto puro e immutabile s'è ormai tramutato in un guscio vuoto; ancora capace sì di impressionare gli eventuali fedeli, ma non di trasmettere l'originale significato:

Eppure, Chiesa, ero venuto a te.

Pascal e i Canti del Popolo Greco

tenevo stretti in mano, ardente, come se

il mistero contadino, quieto

e sordo nell'estate del quarantatre,

tra il borgo, le viti e il greto

del Tagliamento, fosse al centro

della terra e del cielo;

e lì, gola, cuore e ventre

squarciati sul lontano sentiero

delle Fonde, consumavo le ore

del più bel tempo umano, l'intero

mio giorno di gioventù, in amori

la cui dolcezza ancora mi fa piangere...

Tra libri sparsi, pochi fiori

azzurrini, e l'erba, l'erba candida

tra le saggine, io davo a Cristo

tutta la mia ingenuità e il mio sangue.

Cantavano gli uccelli nel pulviscolo

in una trama complicata, incerta,

assordante, prede dell'esistere,

povere passioni perse tra i vertici

umili dei gelseti e dei sambuchi:

e io, come loro, nei luoghi deserti

destinati ai candidi, ai perduti,

aspettavo che scendesse la sera,

che si sentissero intorno i muti

odori del fuoco, della lieta miseria,

che l'angelus suonasse, velato

del nuovo, contadino mistero

nell'antico mistero consumato.

Fu una breve passione. Erano servi

quei padri e quei figli che le sere

di Casarsa vivevano, così acerbi,

per me, di religione: le severe

loro allegrezze erano il grigiore

di chi, pur poco, ma possiede;

la chiesa del mio adolescente amore

era morta nei secoli, e vivente

solo nel vecchio, doloroso odore

dei campi. Spazzò la Resistenza

con nuovi sogni il sogno delle Regioni

Federate in Cristo, e il dolceardente

suo usignolo... Nessuna delle passioni

vere dell'uomo si rivelò

nelle parole e nelle azioni

della Chiesa. [...]53


Consapevole della futilità della sua lotta, Pasolini decide quindi di disassuefarsi dal dialetto materno e di ricorrere all'italiano, la lingua della classe padrona; l'atavico mondo contadino non può più essere trasmesso nella sua misterica lingua, visto che essa ormai sta divenendo piano piano vuota  anche per i suoi più fedeli utilizzatori, sempre più simile a quel latino che gli ignoranti ripetevano formulisticamente durante le funzioni religiose.

Sebbene dunque nelle opere pasoliniane il dialetto perda gradualmente la sua valenza più idealizzante, ciò non deve far pensare che egli si adegui al conformismo della lingua standard; passando dal friulano al romano, il dialetto perde sì la sua aura sacrale, ma serve sempre a distinguere coloro che, sebbene ai margini, vivono la vita appieno, da coloro che, pur in cima alla piramide sociale, si adeguano a una realtà piccolo borghese e parassitaria. È lecito infatti pensare che l'empatia di Pasolini verso i reietti e le vittime della società possa avere come causa fondante anche il dolore scaturito dalla perdita del fratello, il quale non solo si è volontariamente sacrificato combattendo contro un regime malato come quello nazi-fascista, ma è stato addirittura trucidato da quelli che si proclamavano i suoi alleati. Guido fu vittima due volte, in quanto appartenente a una minoranza nella minoranza. Questa empatia che Pasolini nutre nei confronti delle vittime dimenticate lo porta nel suo periodo romano ad accostarsi alle borgate più povere della Capitale, a raccogliere le molteplici testimonianze dei loro abitanti e a tradurle nei suoi due celebri romanzi, Ragazzi di Vita e Una vita violenta. Fedele però al suo ideale di pura e nuda autenticità, Pasolini non legge le vicende di quelle povere vite in chiave idealizzante, ma le rappresenta in tutta la loro crudezza: ogni modifica, piccola o grande che sia, varrebbe come uno sfregio alle reali sofferenze dei protagonisti, i quali, sebbene presentino nomi fittizi, sono testimoni di situazioni fin troppo reali. Si leggano le esplicite avvertenze alla fine di Una vita violenta:

I riferimenti a singole persone, fatti e luoghi reali qui descritti sono frutto di invenzione: tuttavia vorrei che fosse ben chiaro al lettore che quanto ha letto in questo romanzo è, nella sostanza, accaduto realmente e continua realmente a accadere.

Ringrazio i “ragazzi di vita” che, direttamente o indirettamente, mi hanno aiutato a scrivere questo libro, e in particolare, con vera gratitudine, Sergio Citti.54

Le vicende di questi “paria” e le loro sconfitte non devono essere quindi distorte o strumentalizzate in nome di chissà quale punto di vista di natura politica, ma, proprio come la morte di Guido per mano fintamente amica, devono fare da pura ed inalterata testimonianza di vita e di morte. Se addirittura i film neorealisti furono spesso soggetti ad una censura preventiva, poiché alcuni esponenti politici affermavano che tali pellicole sminuivano l'immagine italiana nel mondo, non dobbiamo certo sorprenderci del destino riservato ai romanzi pasoliniani. Difatti questi ultimi non vennero messi in cattiva luce soltanto dalle frange più destrorse della cultura italiana, ma anche da alcuni esponenti della sinistra e del P.C.I., i quali dichiaravano che Pasolini mostrava soltanto i lati più turpi del sottoproletariato:

Riserve e accuse provengono invece da una parte della critica marxista.

Da Carlo Salinari:

«Pasolini sceglie apparentemente come argomento il mondo del sottoproletariato romano, ma ha come contenuto reale del suo interesse il gusto morboso dello sporco, dell'abbietto, dello scomposto e del torbido...».

E da Giovanni Berlinguer:

«Tutto trasuda disprezzo e disamore per gli uomini, conoscenza superficiale e deformata della realtà, morboso compiacimento degli aspetti più torbidi di una verità complessa e multiforme […] Ad una cronaca falsificata è giusto opporre la vera cronaca, la vera storia dei giovani popolani di Roma».55

Proprio quei “giovani popolani di Roma” sembrano invece reagire diversamente all'uscita di quei romanzi che narrano le vicende delle loro borgate sì senza idealizzazioni, ma anche senza alcuna censura. Pasolini ci racconta infatti di un incontro assai significativo, avuto subito dopo la pubblicazione di Ragazzi di vita:

Fu a Piazza San Silvestro; camminavo, quando mi sentii chiamare da lontano: «A Pa', a Pa'!» Correva verso di me un giovincello sui sedici anni, coi capelli neri e ricci, attraverso la calca, continuava a gridare: «A Pa', a Pa'» tutto contento. Mi raggiunse e mi strinse la mano con aria natalizia, come fossimo due vecchie conoscenze. «Ho letto er tuo romanzo, a Pa'» mi fece subito. E per mezzora, confuso e intimidito, facendo finta di niente, stetti lì ad ascoltarlo che mi riassumeva il mio libro, soffermandosi, a ricrearlo, negli episodi che parevano più “ganzi”. Poi, leggero e esperto come sono i romani, senza troppe storie, fatto il suo dovere, se ne andò, tutto allegro.56

Come si vuole mascherare i quartieri scomodi e le loro amorali vicende, così la storia e la società storpiano e snaturano gli eventi scomodi come quello dell'eccidio in cui morì Guido. L'unico modo che il poeta friulano ha per potersi riscattare consiste nell'assicurarsi che la memoria fraterna non vada mai perduta. Questa motivazione psicologica fu probabilmente una delle ragioni per cui, nel suo periodo da romanziere e regista, Pasolini non voltò mai le spalle a coloro che riteneva i “traditi” dalla società, i reietti che ai suoi occhi altro non erano che riflessi lontani del povero ragazzo partigiano morto solo tra le montagne:

[Pasolini a Serra, 21 agosto 1945] [...] Ora tutto questo amore che quel ragazzo aveva per me e i miei amici, tutta quella sua stima per noi e i nostri sentimenti (per i quali è morto) mi tormentano sempre; vorrei poter contraccambiarlo in qualche maniera. Il suo martirio non deve restare ignoto, Luciano. Cerca di scrivere tu intanto qualcosa; questo farebbe un grandissimo piacere anche alla nostra povera mamma, che vuole a tutti i costi avere una ragione per cui quel suo figlio è morto. Non posso continuare su questo tono, perché mi sento angosciare. Enea (Gastone Valenti) quello che ti somigliava, era un udinese; ed è morto gridando Viva l'Italia e viva la libertà, e poi, massacrato, aveva ancora la forza di mormorare «Dite ai miei ch'io muoio per il Partito d'Azione». Spinto da queste circostanze anch'io mi sono iscritto a questo Partito.57

Note
  • 1
    Eschilo 1956, p. 225.
  • 2
    Naldini 2014, pp. 85-86.
  • 3
    Pasolini 2003, p. 327.
  • 4
    Gadda 2007, p. 179.
  • 5
    Gadda 1977, p. 211.
  • 6
    Fanfani-Liberati-Vezzoni 2021, pp. 53-54.
  • 7
    Ivi, p. 55.
  • 8
    Ivi, p. 35.
  • 9
    Ivi, p. 220: «[...] E non si trattava solo di coprire i debiti di gioco, ma anche di assecondare i suoi desideri di signorino à la mode: 'io passai magnificamente il mio giorno onomastico: come tu ben immagini sfoggiavo la camicia di seta e cravatta – gemelli – fasce ecc. ecc.' scrive alla madre il 18 luglio 1916 (AGL.I.128bis. 131)».
  • 10
    Ivi, p. 229.
  • 11
    Ivi, pp.124-25.
  • 12
    Ivi, p. 61-63: «Carissimo Enrico, grazie delle tue notizie e dei tuoi preziosi suggerimenti. Nel frattempo spero avrai ricevuto i denari (pochi purtroppo!) che ti mandai. Non potevo di più, perché a Milano feci parecchie spese, fra cui un abito del quale non potevo fare a meno. […] Indispensabile è per ora il sacco a pelo: penso di comperare direttamente le pelli (da un conciatore di Vione, presso Vezza d'Oglio) e di farle cucire: indi di metterle in una rivestitura impermeabile: mi costerà maggior fatica ma forse meno denaro».
  • 13
    Ivi, p.137: «[Gadda ad Enrico, 12 novembre 1916] […] Non mi hai più parlato della tua motocicletta. Che ne hai fatto? Ti raccomando di usare dei riguardi per Clara e di non approfittare troppo dei parenti, perché ciò non fa che creare nuovi imbarazzi».
  • 14
    Ivi, p. 134.
  • 15
    Enrico durante la Prima guerra mondiale ottenne sul campo vari encomi; la carriera militare di Gadda fu invece più lenta, sempre in coda a quella del fratello.
  • 16
    Fanfani-Liberati-Vezzoni, 2021, pp. 139-40.
  • 17
    Ivi, p. 38:  «[Gadda ad Enrico, 16 luglio 1915] Anche il Capostazione, a cui mi presentò lo zio, mi invitò una volta a pranzo. […] Ha due gentili figlie, molto chiacchierine ma molto simpatiche, che si interessano sempre di te: ti sarei molto grato se volessi inviar loro una qualche cartolina, magari un po' bizzarra, un qualche tuo schizzo fatto al campo su un foglietto: credo sarebbe una sorpresa e una festa per loro». L'oggetto delle attenzioni (e di alcune successive missive) di una delle figlie, Maria, era in realtà Carlo Emilio, non il fratello (p. 211).  
  • 18
    Ivi, p. 224.
  • 19
    Ivi, pp. 154-55: «[ Gadda ad Enrico, 16 agosto 1917] Carissimo Enricotto, mille scuse per il silenzio dopo la visita: ma ho tale lavoro da diventar matto. Son ora in linea, unico ufficiale, perché gli altri si sono ammalati: in questi giorni ho tante responsabilità, che davvero in certi momenti mi sento mancare. - Basta: il coraggio non mi difetta».
  • 20
    Ivi, p. 50: «[Enrico ad Adele, 20 agosto 1915] Non per consigliare, ma per esempio sarebbe molto bene che il Carlo, se ha destinazione Zona alpina, cerchi di comunicare anche coi rozzi discorsi, colle idee puerili dei montanari [...] Questo è un piccolo sfogo che ho voluto prendermi, perché le fatiche e i disagi li conosco, e perché ho la coscienza che se riesco ufficiale saprò qualcosa di più di molti ufficiali altolocati, ma che non hanno a loro merito che l'ingegno e lo studio».
  • 21
    Ivi, p. 216: «Ricevuta la lettera di Enrico la madre si premura di darne nota al figlio: 'Una bellissima ma commovente lettera d'Enrico, in data 20 agosto, mi dice che domenica dovevano spostarsi per destinazione non precisata. Saranno andati verso il luogo dell'azione? Io sono molto inquieta', e aggiunge: 'In questa lettera dà dei consigli utili a te e quando sappia che la posta  per Edolo funziona bene, te la spedirò' (24 agosto; CEG.I.289.66) Il carattere di Gadda, introverso e forse un po' scontroso, preoccupava non poco i familiari: Adele, già il 21, augurava al figlio: 'spero che il soggiorno ti riesca sempre più gradito per l'intesa e la comunanza di unità coi tuoi commiliti' (CEG.I.289.65)».
  • 22
    Ivi, p. 81.
  • 23
    Ivi, p. 211: «Da qualche tempo, infatti, Adele, anziché dissimulare le sue preoccupazioni per Enrico, le confidava con Gadda, turbata non solo dal pericolo che lo circondava (8 luglio; CEG.I.289.50), ma anche dalla sua 'troppa impazienza per l'azione' (10 luglio; CEG.I.289.51) e 'temerarietà' (14 luglio; CEG.I.289.53)».
  • 24
    Ivi, p. 40.
  • 25
    Ivi, pp. 73-74 e pp. 75-78. Interessante notare come dallo scambio di lettere tra fratelli sortiscano fuori delle previsioni assai differenti sull'andamento del conflitto: Enrico riteneva che esso si sarebbe prolungato negli anni, Gadda invece affermava che sarebbe finito con l'avvento dell'estate dell'anno successivo. Nella medesima lettera di risposta (18 dicembre 1915) Gadda mostra tutto il suo supporto per l'iniziativa di Enrico di divenire pilota d'aereo; dopotutto i piloti vengono pagati bene, quanto un ingegnere alle prime armi. Gadda puntualizza questo aspetto affermando come, dopo la crisi economica successiva alla guerra, anche una carriera sicura come quella di un ingegnere sarebbe stata 'assai magra e ardua'. Purtroppo per il gran lombardo, solo quest'ultima sua previsione si rivelò corretta.
  • 26
    Ibidem.
  • 27
    Ivi, p.153: «[Clara ad Enrico, 9 agosto 1917] Carissimo Coticò, rispondo in massa a due tue cartoline ed alla tua lettera rimbombante cannonate. Mi pare che tu t'esponga troppo e quelle cannonate dirette a te mi fanno penare; anche la mamma ne è spaventata. Ed al tuo apparecchio come mai si è rotto il serbatoio della benzina? In seguito a qualche colpo?! Mio Dio!»
  • 28
    Ivi, p. 130: «Ora però sono agli arresti: non sono ancora fissati, spero me ne diano pochi. Vorrei mettermi a rapporto, ma hanno sempre ragione loro! La motivazione è: 'Picchiava (cioè scendevo) l'apparecchio in modo pericoloso'. Era il II° volo che facevo da solo! Avrò fatto un errore, ma non ne capisco il movente per una punizione disciplinare. La questione è che il nostro istruttore è nevrastenico».
  • 29
    Ivi, p. 274: «Richiami e punizioni disciplinari si susseguirono durante tutto l'addestramento, sino al nuovo incidente del febbraio 1917 […]».
  • 30
    Roscioni 1997, pp. 163-64: «[...] la mattina del 23 aprile [1918] Enrico si era levato in volo per scortare un biplano da ricognizione. […] al momento dell'atterraggio la sua manovra era stata ostacolata dagli altri apparecchi che avevano partecipato all'operazione. […] Dopo 'due giri e mezzo di avvitamento' il provetto pilota, riacquistato per un attimo il controllo del velivolo, aveva tentato di sollevarsi ma 'senza riuscirvi per la minima quota alla quale trovavasi'. […] Ma sia consentito anche a noi di indulgere a una fantasia. E questa è che Enrico, in attesa d'aver libera la pista per l'atterraggio, avesse compiuto, per ingannare il tempo, qualche inutile, pericolosa manovra, conclusasi disastrosamente».
  • 31
    È destino che tra Gadda e i suoi sogni, che tra l'Ingegnere e i suoi progetti, si frapponga sempre uno gnommero di qualche incomprensibile genia.
  • 32
    Fanfani-Liberati-Vezzoni 2021, p. 165: «[Gadda ad Enrico, 16 ottobre 1917] Infinitamente ti ringrazio di avermi segnalato la mia promozione a tenente. Essa risale al 17 agosto, la vigilia del nostro attacco sul Carso; quando bevemmo nella mia tenda a S. Vito al Torre, tu e io, ero già tenente anche io, senza saperlo. -»
  • 33
    Ibidem.
  • 34
    Ivi, p. 308: «Gadda doveva aver ricevuto le parole di incoraggiamento del fratello: la cartolina del 18 dicembre 1917 ('Non ti crucciare: facesti sempre molto per la patria'; AL, I-230-8) o quella del giorno di Natale ('Cerca di stare di buon animo'; CEG.I.274.51)».
  • 35
    Ivi, pp. 181-82.
  • 36
    Gadda 2023, pp. 518-19.
  • 37
    Gadda 2017, p. 212.
  • 38
    Platone 2010, pp. 673-74.
  • 39
    Gadda 2016, pp. 253-54.
  • 40
    Siciliano 1978, pp. 96-97.
  • 41
    Zannini 2022, p.147: «In seguito, con la “conversione” al marxismo gramsciano, dal 1947, la messa da parte dei Turcs diventerà definitiva, sia sul piano politico sia su quello linguistico, l'obiettivo dell'identità friulana da costruire attraverso la lingua e la storia confliggendo ormai irreparabilmente con il nuovo modo di intendere il passato e il presente». 
  • 42
    Ivi, p. 108.
  • 43
    Morante 1993, p. IX.
  • 44
    Pasolini 2003, pp. 954-55.
  • 45
    Naldini 2014, p. 103: «[...] Gli sloveni frattanto approfittano della situazione ed entrano in trattative col comando garibaldino (si riparla dell'antico progetto dell'assorbimento delle nostre formazioni da parte slovena). Bolla strepita: ma ormai non ha più l'autorità che novecento uomini pronti a tutto gli davano... il delegato sloveno fa comprendere a Bolla che la sua presenza non è gradita ai colloqui, Bolla raccoglie i suoi uomini e si allontana dignitosamente».
  • 46
    Ivi, pp. 102-3: «[...] Comincia l'odissea dei dispersi in cerca del loro comandante. I presidi garibaldini (incontrati per strada) fanno di tutto per demoralizzarci e indurci a togliere le mostrine tricolore, a Memicco un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di che cosa significhi essere “uomini liberi”, e che ragionava come un federale fascista: infatti nelle file garibaldine si è “liberi” di dire bene del comunismo, altrimenti sei trattato come “Nemico del proletariato” (Nientemeno!) oppure “Idealista che succhia il sangue del popolo” (senti che roba!). A fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana, non per lo “straccio rosso”...»
  • 47
    Ivi, p. 99.
  • 48
    Ivi, p. 31: «[Pier Paolo Pasolini] Ha otto anni e il fratello minore ne ha cinque: 'Mi ammirava perché a scuola avevo la media dell'otto. Perché ero più grande, più forte. [...]'» Ivi, pp. 35-6: «I due fratelli fuori casa hanno attrazioni e amicizie diverse. Guido è “un ragazzo normale” e si è fatto la sua cerchia di amici coi quali va a caccia per i campi, sparando con la sua prima carabina a pallini. […] Pier Paolo è passato da una bicicletta piccola a una più grande e moderna, con la quale varca i confini domestici per le prime esplorazioni del lucus fiulano, dei paesaggi agresti e delle rive del Tagliamento. 'Conosco il Friuli come primo luogo della vita, e il mistero della sua realtà mi è chiaro per diritto d'origine'.»
  • 49
    Ivi, pp. 104-5.
  • 50
    Ivi, p. 115.
  • 51
    Pasolini 1976, p. 23.
  • 52
    Pasolini 1986, p. 198.
  • 53
    Pasolini 2003, pp. 967-69.
  • 54
    Pasolini 2020, p. 371.
  • 55
    Pasolini 1988, p. XIII.
  • 56
    Ivi, p. XII.
  • 57
    Pasolini 1986, p. 201.
Bibliografia
  • Eschilo 1956 = Eschilo, I sette contro Tebe, ne Le tragedie, a cura di C. Carene, Torino, Einaudi editore.

  • Fanfani-Liberati-Vezzoni 2021= La guerra di Gadda Lettere e immagini (1915-1919), a cura di Giulia Fanfani, Arnaldo Liberati e Alessia Vezzoni, Milano, Adelphi Edizioni.

  • Gadda 1977= Carlo Emilio Gadda, Un'opinione sul Neorealismo, in I viaggi la morte, Milano, Aldo Garzanti Editore.

  • Gadda 2007 = Carlo Emilio Gadda, <Per favore, mi lasci nell'ombra> interviste 1950-1972, a cura di Claudio Vela, Milano, Adelphi Edizioni.

  • Gadda 2016 = Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, a cura di Paola Italia e Giorgio Pinotti, Milano, Adelphi Edizioni.

  • Gadda 2017 = Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, a cura di Paola Italia, Giorgio Pinotti e Claudio Vela, Milano, Adelphi Edizioni.

  • Gadda 2023 = Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, a cura di Paola Italia, con una nota di Eleonora Cardinale, Milano, Adelphi Edizioni.

  • Morante 1993 = Elsa Morante, La Storia, a cura di Alessandra Baiocchi e Maria Pisano, Milano, Einaudi scuola.

  • Naldini 2014 = Nico Naldini, Pasolini, una vita edizione riveduta e ampliata con documenti inediti, a cura di Simone Gianesini, Verona, Tamellini Edizioni.

  • Pasolini 1976 = Pier Paolo Pasolini, Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti Editore

  • Pasolini 1986 = Pier Paolo Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Torino, Giulio Einaudi editore.

  • Pasolini 1988 = Pier Paolo Pasolini, Lettere 1955-1975, a cura di Nico Naldini, Torino, Einaudi Editore.

  • Pasolini 2003 = Pier Pasolini, A un ragazzo (1956-1957) da La religione del mio tempo in Tutte le poesie I, a cura di Walter Siti, Saggio introduttivo di Fernando Bandini, Cronologia a cura di Nico Naldini, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

  • Pasolini 2003 = Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo (1957-1959) da La religione del mio tempo in Tutte le poesie I, a cura di Walter Siti, Saggio introduttivo di Fernando Bandini, Cronologia a cura di Nico Naldini, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

  • Pasolini 2003 = Pier Paolo Pasolini [Poesie disperse e inedite], Dai <Còrus in muàrt di Guido> da Appendici a <La meglio gioventù> in Tutte le poesie I, a cura di Walter Siti, Saggio introduttivo di Fernando Bandini, Cronologia a cura di Nico Naldini, Milano Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

  • Pasolini 2020 = Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta, prefazione di Giuseppe De Robertis, Milano, Garzanti Editori.

  • Platone 2010 = Platone, La Repubblica, a cura di Mario Vegetti, Bergamo, Biblioteca Universale Rizzoli.

  • Roscioni 1997 = Gian Carlo Roscioni, Il duca di Sant'Aquila, Milano, Arnaldo Mondadori Editore S.p.A.

  • Siciliano 1978 = Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Milano, Rizzoli Editore.

  • Zannini 2022 = Andrea Zannini, L'altro Pasolini, Guido, Pier Paolo, Porzûs e i turchi, presentazione di Walter Veltroni, Venezia, Marsilio editore.

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