Abstract
L’articolo presenta la ricomposizione della collezione epigrafica del Cardinale Filippo Antonio Gualtieri (Gualterio, 1660-1728), personaggio di spicco dell’ambiente culturale romano della prima metà del XVIII sec. Attraverso l’esame e lo studio di un piccolo manoscritto inviato da Francesco de’ Ficoroni (1664-1747) ad Anton Francesco Gori (1691-1757) e contenuto nel codice BMF, ms. A 6 della Biblioteca Marucelliana di Firenze è stato possibile, infatti, riscoprire nella sua interezza un interessante insieme di testi iscritti provenienti quasi esclusivamente da Roma, sottolineare il ruolo di alcuni importanti personaggi del panorama antiquario del XVIII sec. nella formazione e nella successiva dispersione della raccolta e, infine, provare a dare un nome all’autore degli apografi delle carte analizzate. Completa il saggio un’appendice con le tavole analitiche relative a tutte le iscrizioni contenute nelle carte. Lo studio, nato nel quadro del PRIN 2022 “ProDEM: I manoscritti epigrafici del senatore Filippo Buonarroti alla Marucelliana: un progetto di digitalizzazone”, ha cercato di mostrare così le grandi potenzialità di ricerca che nuove indagini sul Fondo Gori della Marucelliana (di cui sono parte anche i codici del Buonarroti oggetto del PRIN) sono ancora in grado di esprimere.
The article presents the recomposition of the epigraphic collection of Cardinal Filippo Antonio Gualtieri (Gualterio, 1660-1728), a prominent figure in the Roman cultural environment of the first half of the 18th century. Through the examination and study of a small manuscript sent by Francesco de’ Ficoroni (1664-1747) to Anton Francesco Gori (1691-1757) and contained in the code BMF, ms. A 6 of the Biblioteca Marucelliana in Florence, it was possible to rediscover in its entirety an interesting set of inscribed texts coming almost exclusively from Rome, to underline the role of some important figures of the 18th century antiquarian environment in the formation and subsequent dispersion of the collection and, finally, to try to give a name to the author of the apographs of the papers analyzed. The essay is completed by an appendix with the analitic tables relating to all the inscriptions contained in the pages. The study, born within the framework of the PRIN 2022 “ProDEM: The epigraphic manuscripts of Senator Filippo Buonarroti at the Marucelliana: a digitization project”, thus sought to demonstrate the great research potential that new investigations on the Fondo Gori at the Marucelliana (which also includes the Buonarroti codices covered by the PRIN) are still able to express.
Parole chiave
- Iscrizioni latine
- Biblioteca Marucelliana
- Francesco de’ Ficoroni
- Anton Francesco Gori
- Filippo Antonio Gualtieri
- Filippo Buonarroti.
Keywords
L’ideazione e l’avvio del progetto ProDEM1 ha permesso non solo di approcciare un personaggio come Filippo Buonarroti (1661-1733)2 da una prospettiva sostanzialmente inedita, e cioè quella del raccoglitore e dello studioso di iscrizioni latine mediante l’ausilio di strumenti innovativi come quello della piattaforma per l’edizione digitale dei suoi manoscritti epigrafici, ma anche di riscoprire un patrimonio documentario - le carte e i manoscritti del Fondo Gori conservati nella Biblioteca Marucelliana (e di cui i codici Buonarrotiani oggetto del nostro studio costituiscono un sottoinsieme) – ricco e variegato: si tratta infatti di oltre 250 manoscritti che contengono materiali e documenti riferibili direttamente e indirettamente ad Anton Francesco Gori (1691-1757), il grande erudito fiorentino che è stato, come si sa, uno dei punti di riferimento per gli studi antiquari in Italia e in Europa nel XVIII sec.
Considerato uno dei padri fondatori – insieme al Buonarroti, suo mentore – della moderna Etruscologia, il Gori si avvicinò tuttavia allo studio delle antichità attraverso quello delle iscrizioni latine: basterà qui ricordare il saggio dal titolo Monumentum sive columbarium libertorum et servorum Liviae Augustae et Caesarum Romae detectum in Via Appia, anno 1726, stampato nel 1727 o la pubblicazione in tre volumi, iniziata nel 1726 e conclusa nel 1747, delle Inscriptiones antiquae in Etruriae urbibus extantes.
Gli esiti delle sue ricerche sulla civiltà etrusca3 – e la fama che gliene deriverà – finiranno per mettere in ombra queste opere, ma tali studi, nonostante siano stati ormai superati da repertori ben più articolati e completi, restano tuttavia ancora per certi versi fondamentali, soprattutto per conoscere e ricostruire la storia di molte collezioni private toscane e italiane del tempo.
Tra i manoscritti che finora abbiamo esaminato nella Biblioteca Marucelliana ha catturato la nostra attenzione un codice in particolare, con segnatura A6 e dalla suggestiva indicazione sul dorso di “Sylloge inscriptionum”4, titolo verosimilmente affibbiato da Angelo Maria Bandini (1726-1803) – il bibliotecario che acquisì il Fondo Gori alla Marucelliana5 – a questa serie di carte che originariamente dovevano essere sciolte e che vennero forse riunite in un unico fascicolo per evidenti affinità di contenuto.
Si tratta infatti di un corposo dossier di oltre 500 carte contenenti appunti, apografi, segnalazioni, riflessioni su materiali epigrafici di varie epoche e di varia provenienza, per lo più da Roma e dall’area centro italica ma non solo, raccolti direttamente dal Gori o che gli giungevano da una fitta rete di corrispondenti e che dovettero servirgli in parte proprio per la preparazione delle opere appena richiamate6.
Tra i nomi dei mittenti, uno dei più ricorrenti è senz’altro quello di Francesco de’ Ficoroni, la cui presenza è costante anche in altri codici dello stesso fondo: in totale, infatti, il Ficoroni inviò al Gori più di 340 lettere nell’arco di venti anni7, e cioè tra il 1727 e il 1747, proprio quelli che servirono per l’edizione della silloge del Gori (ma potrebbero essere ancora di più perché il censimento del 2004-2005 ad opera dell’equipe dell’Università di Firenze guidata da M. G. Marzi ha riguardato soprattutto 3 volumi delle carte Gori8; altre se ne trovano in altri codici9); appunti di mano del Ficoroni si ritrovano poi sparsi anche in altre segnature e non sono poche le copie di altre note del romano che Gori trasse da scritti autografi ora irreperibili.
Nato nel 1664 a Lugnano (odierna Labico), nei pressi dell’antica Praeneste, antiquario e mercante fra i più conosciuti nella Roma di Papa Clemente XII Corsini, il nome di Ficoroni è legato soprattutto alla celeberrima cista omonima un tempo al Museo Kircheriano e ora conservata al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, rinvenuta a Palestrina nel 173810. Personaggio singolare e non privo di fascino, spesso nei guai con la giustizia per i suoi commerci11 e per i quali si era guadagnato – suo malgrado, come scriveva proprio a Gori lamentandosene in una lettera datata 14 marzo 173312 – la fama di ricettatore, Ficoroni fu non solo «il principe degli antiquari», come lo definì L. A. Muratori (1672-1750)13, ma anche il protagonista di accese dispute scientifiche in materia archeologica: celebre quella che lo vide opposto a personaggi del calibro di B. de Montfaucon, l’eruditissimo padre benedettino iniziatore della paleografia greca e uno dei padri dell’antiquaria, autore di opere di cui aveva criticato le tesi, e di Paolo Alessandro Maffei, che era intervenuto in difesa del francese14. Dispute che gli procurarono soprattutto dileggio e una certa sufficienza in ambito accademico come ha ricordato anche D. Gallo in un suo importante articolo sull’ambiente antiquario romano del ‘70015.
Solo di recente la figura di Ficoroni è stata oggetto di una rivalutazione, e ricerche come quelle di R. Ridley16, che gli ha dedicato qualche anno fa un’interessante monografia, hanno permesso di mettere meglio a fuoco il contributo dell’antiquario alla storia degli studi di antichistica, e in particolare, a quelli epigrafici.
Proprio nel codice A6 abbiamo trovato diverse liste epigrafiche mandate da Ficoroni a Gori17, ma una in particolare ci è sembrata degna di nota e interessante da porre all’attenzione per questa occasione, sia per la consistenza e la varietà dei documenti, sia per le informazioni che indirettamente ci offre circa una rilevante collezione privata di antichità del XVIII sec.
Il documento, un fascicoletto di 12 fogli scritti sul recto e sul verso compresi tra le numerazioni 501r e 510v, doveva essere un allegato accluso a una missiva del Ficoroni andata perduta, o forse ancora nascosta tra i fogli di qualche altro codice del Fondo Gori. Nel frontespizio troviamo la seguente indicazione di mano del Gori: «Inscriptiones sequentes, misit Dominus Franciscus de Ficoronius». Sul verso (Fig. 1), di mano del Ficoroni invece, un’altra annotazione che recita: «Ex hereditate Emi(nentissi)mi Gualterij, a me iam vendita. Emi mense Augusti 1738». I fogli seguenti sono occupati da 219 apografi di iscrizioni18, progressivamente numerati ma distribuiti nelle tavole senza un preciso ordine apparente. L’ultima carta contiene quello che sembra essere un abbozzo di indice onomastico di una mano diversa, forse del Ficoroni o del Gori stesso, redatto in un tipo di carta differente di quella dell’opuscolo, anche se di eguali dimensioni.
Prima di dire brevemente qualcosa su alcuni dei pezzi però, vale forse la pena soffermarsi un poco su questo Gualterio menzionato nel verso del frontespizio dell’opuscolo, dato che se ne conosce bene l’identità, e sul rapporto che intrattenne col Ficoroni.
Si tratta infatti di mons. Filippo Antonio Gualterio, o Gualtieri come più frequentemente normalizzato, nato a Fermo nel 1660 da una nobile famiglia originaria di Orvieto, creato cardinale di Santa Romana Chiesa da Papa Clemente XI nel 1706, proprietario di una celebre e vasta collezione che comprendeva parecchie antichità, opere d’arte, ma soprattutto moltissime curiosità scientifiche19.
La raccolta, già molto famosa all’epoca, è andata completamente dispersa dopo la morte del Cardinale, intervenuta nel 1728, ed è ancora per lo più sconosciuta nel suo complesso, nonostante negli ultimi tempi diversi studi abbiano cercato di far luce sulla sua consistenza.
La frequentazione di Ficoroni con il Cardinal Gualtieri è molto precoce: a ventiquattr’anni, nel 1688, l’antiquario romano trattò per il prelato l’acquisto di 40 dei celebri vasi etruschi – in realtà italioti e apuli – della collezione Valletta di Napoli20 (oggi ai Musei Vaticani), così celebri da essere riprodotti anche in alcune tavole de L'Antiquité expliquée et représentée en figures di B. de Montfaucon21 e nella seconda edizione del De Etruria Regali di Th. Dempster curata da Buonarroti22.
Da questo momento in poi i rapporti fra i due furono sempre più stretti e il romano si convertirà nell’antiquario di fiducia che il Gualtieri visiterà spesso per gli acquisti per la sua collezione23, finanziando così con le sue compere indirettamente gli scavi dell’antiquario/archeologo e arrivando a proteggerlo e a toglierlo dai guai in diverse occasioni, come quando nel 1713 intercedette per la sua scarcerazione a Napoli, dove era stato rinchiuso per la pubblicazione di un libro «che aveva scatenato le ire del cav. Maffei e di mons. Fontanini»24.
Nel 1717 il Gualtieri fu nominato protettore di Inghilterra e d’Irlanda a Roma e fu forse questo un altro momento importante per le relazioni tra i due: probabilmente anche grazie a questo prestigioso incarico del Cardinale, infatti, il Ficoroni potè aver accesso a una selezionata clientela inglese che rifornirà costantemente di antichità fino agli ultimi anni della sua attività25. Dunque l’annotazione nel verso del frontespizio ci fornisce già una serie di informazioni interessanti che possono essere ulteriormente arricchite: intanto l’espressione «a me iam vendita» indica chiaramente che le iscrizioni che seguono furono vendute al Gualtieri dal Ficoroni e poi, successivamente, da questi ricomprate dagli eredi del Cardinale26.
Attraverso un brano di una lettera conservata nel ms. B VII 11 della Biblioteca Marucelliana inviata dall’antiquario a Gori e datata 21 aprile 1736 sappiamo che la rivendita a Ficoroni delle iscrizioni dopo la morte del prelato avvenne però attraverso un altro mercante. Scrive infatti lo stesso Ficoroni27:
«Questo Sig.r Filippo Barazzi mercante spese circa tremila scudi dall’Eredità Gualtieri, e da lui a diversi furon rivenduti li scarabei suddetti. Rivendè a Nostro Sig.re per la Biblioteca Vaticana la raccolta delli Vasi Etruschi figurati. Gli restano l’Idoli e fig[ur]e di metallo; circa 200 lapide scritte che l’altro ieri mi offerì, ma non posso caricarmene. Ha ancora circa 22 Urnette, e Urne figurate Etrusche; Ma credo, che fossero fatte delineare per il P. de Montfaucon».
La raccolta epigrafica del Cardinale in casa del Barazzi28 a via Bocca di Leone29, nei pressi di piazza di Spagna, aveva presto attirato l’attenzione di altri eruditi, interessati soprattutto a conoscere il contenuto dei testi.
È il caso per esempio dell’abate Giovanni Giuseppe Ramaggini (?-1779 ca.), già segnalato da E. Fileri30. Corrispondente romano (e nipote?) di Muratori, il Ramaggini cercò più volte di poter avere le trascrizioni dei testi per inviarle all’illustre parente perché le potesse includere nel suo Thesaurus allora in allestimento, incontrando però non poche difficoltà, come si evince da un passaggio di una sua lettera datata 4 gennaio 173831:
«In primo luogo sarà difficile ottenere dal Barazzi la copia delle iscrizioni, per esser troppo dedito ai propri negozi. Comprò egli il Museo Gualtieri, ma solo per guadagnarvi ed infatti allorché abitava dirimpetto al Collegio Romano poteva ciascuno andare ad osservare la raccolta di cose antiche ed il Papa (seppur non esso) comperò da lui i vasi etruschi che poi collocò nella Biblioteca Vaticana, tuttavia se ci riuscisse per mezzo di qualche inglese non sarebbe poco».
Ancora a fine febbraio dello stesso anno la situazione non pareva essere molto diversa a giudicare da queste righe di un'altra missiva32:
«Spero che al fine potranno esser in nostra mano le iscrizioni di Barazzi, perché al sig Bernini sono state promesse da un anno da questo Barazzi, il quale ci assicurò che avrebbe fatte le diligenze possibili per averle».
Dopo qualche insistenza, il Ramaggini dovette riuscire però finalmente a vedere la raccolta. Scrive infatti il 19 aprile 173833:
«Fui col signor abate Bernini ed un altro che c'introdusse da Barazzi. Le iscrizioni sono 220 in circa ma non di molta considerazione. La copia di esse è molto imperfetta non tanto pel carattere non imitato, che sarebbe poco male, quanto per le scorrezioni. Al farle copiare non diede molto orecchio solo parlando di vendita. Ci disse però che aveva intenzione di venderle tutte insieme e perciò che ora trattava col sig. Ficoroni il quale forse l'avrebbe comprate. Sentendo ciò il signor abate Bernini è di parere che V.S. illustrissima scriva a Ficoroni che più facilmente otterrà di copiarle e quando voglia Barazzi per metterlo io la servirò. Ne parlerò intanto col sig. Ficoroni, dal quale vedremo di far operare qualche cosa».
Ramaggini mantenne la promessa e, puntualmente, il mese successivo informò il Muratori dei contatti avuti con l’antiquario in merito alla raccolta del Gualtieri, esprimendo un giudizio abbastanza tranchant sullo scarso interesse epigrafico dei pezzi34:
«Il sig. Ficoroni, al quale parlai pochi giorni sono, m'assicurò che quando avesse rincontrate le iscrizioni originali ne avrebbe scelte le più degne ed avrebbele inviate a V.S. illustrissima. Può però tralasciare di fare di quelle iscrizioni gran caso, poiché alla riserva di 15 o venti al più, l'altre potrebbono servire senza alcun pregiudizio delle lettere ai fondamenti delle case».
Alla missiva di maggio seguirono poi altre due comunicazioni di Ramaggini a Muratori, entrambe nel mese di luglio. La prima è del 12 luglio 173835:
«Mando alcune delle inscrizioni gualteriane comunicatemi gentilmente dal sig. Ficoroni. Se però dovessi io consigliare V.S. illustrissima gli direi che stesse cauto in servirsene, perciocché è vero che le ho copiate diligentemente dal manoscritto fatto già in tempo che il Cardinale viveva, ma dubito che vi siano errori a furia, non parendomi fatto da uomo intendente ancorché nello scrivere diligente. Tuttavia, acciocché a V.S. illustrissima non paresse che io sfuggissi la fatica per suo servizio, ho voluto mandarle tali quali e (quando) potrò vedrò di rincontrarle. Ma hoc opus hic labor, sono tutte in cantina disordinate e chi può prendersi quell'impegno? Per me non istarà».
Nell’altra, di qualche giorno successiva, venivano aggiunte le seguenti informazioni36:
«Con il presente piego avrà III iscrizioni del fu cardinal Gualtieri. Non può credere quanta pena mi rechino gli spropositi che ànno storpiate quelle povere iscrizioni e non ho potuto astenermi dal notare alcuni luoghi i quali mi parevano che gridassero pietà.Gli altri saranno da V.S. illustrissima osservati e se vuole corretti. Per mercoledì o al più sabato avrà il rimanente».
Nel mese di agosto dello stesso anno – se è giusta l’indicazione sul verso del foglio 501 del fascicoletto che presentiamo37 – il Ficoroni riuscì finalmente a comprare le lapidi dal Barazzi, e informò lui stesso il Muratori dell’acquisto in una lettera ora conservata nella Biblioteca Estense di Modena38:
«Sento dalla sua gentilis. risposta di piacerle copia dell'ultime 221 iscrizzioni che comprai dal Barazzi, provenienti dall'eredità del gran curioso Em. Gualtieri con cui godei servitù 30 anni [...] molte di dette iscrizioni da me fatte scoprire l'anno 1705, come potrà vedere nella 2. Parte della mia opera detta Bolla d'oro (...) le riacquistai per averle io stesso date al sud. Em. Gualtieri, che [...] spesso onorava la mia casa per divertirsi su le mie antichità, altrimenti d. Barazzi li avrebbe dati per materiale da fabbriche, e giusto l'altro ieri con il mio servo e facchino, numerai tutti li miei marmi scritti, e li trovai al n. di seicento».
Più tardi, probabilmente tra il finire del 1738 e l’inizio del successivo anno, il nostro tentò forse poi di offrire le iscrizioni al Gori o al Granduca attraverso l’intermediazione dell’erudito39.
Tentativi di vendita di antichità a S. A. R. da parte di Ficoroni erano stati fatti, del resto, già in altre occasioni: agli inizi del ‘700, per esempio, con l’offerta di un bellissimo busto, identificato dall’antiquario con il ritratto di Fulvia, moglie di Marco Antonio (ma in realtà databile III sec. d. C.), raffigurato in un gruppo di carte conservate in A38 e sul quale è attualmente in corso uno studio da parte dello scrivente.
In ogni caso, l’affare, se di affare si trattò, non si concluse e pochi mesi dopo Ficoroni riuscì a vendere gran parte della sua merce al papa, come sappiamo da un appunto in un diario del marchese Alessandro Gregorio Capponi (1683-1746), grande ordinatore dei Musei Capitolini:
«In proposito di quello che fu notato di sopra fin dal dì 7 febbraio 1739 sul particolare di certe iscrizioni di marmo del fu cardinale Gualtieri, acquistate dal Barazza e poi passate in mano del signor Francesco de Ficoroni antiquario, al quale il signor cardinale Gentili prodatario diede, per quello che ho inteso, scudi 300 d'ordine del papa per porle in Campidoglio…»40
Molte delle iscrizioni di questo dossier è finita difatti nel grande museo romano41, mescolata alle altre grandi collezioni epigrafiche che costituiscono uno dei nuclei di maggior interesse delle raccolte capitoline e che comprendono anche i tituli di molti complessi sepolcrali scoperti a Roma tra la fine del XVII e la prima metà del XVIII sec.
Passando ora a vedere più da vicino la collezione epigrafica, possiamo formulare qualche considerazione preliminare su questo insieme di iscrizioni.
Intanto, delle 219 epigrafi, almeno 200 sono di provenienza urbana e risultano censite nel volume VI del CIL, 6 nel II delle IGUR, 6 nei volumi I, III e VII delle ICUR; di queste circa il 70 % riporta nei lemmi l’indicazione che abbiamo visto sul verso del frontespizio del fascicoletto. Nei restanti si dice invece per lo più solo che le iscrizioni si trovavano «apud Ficoronium», per cui, un eventuale tentativo di ricomposizione dell’insieme sulla sola base delle informazioni contenute nelle schede del CIL sarebbe complicato, se non impossibile42.
Quanto ai rimanenti, i testi per così dire alieni, si segnalano due iscrizioni su urnette da Todi e dintorni (di cui almeno una donata al Gualtieri da mons. Aquilio Accursio, personaggio non altrimenti noto)43, una lastra da Porto44, una lastra sepolcrale dall’ager Tusculanus45 e un’altra da Bacoli46, tutti pezzi verosimilmente entrati nella collezione del Cardinale senza l’intermediazione del Ficoroni. 44, infine, risultano al momento non reperibili47.
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di testi di carattere funerario, per lo più di lastre e lastrine parietali di colombario, mensae podiali, urnette cinerarie e qualche stele (Figg. 2-3), ma non manca un’iscrizione sacra (CIL, VI 13448) e un frammento opistografo dei Fasti Magistrorum Vici (Fig. 4, n. 28a e 28b) rinvenuti a Via Marmorata, ora perduto49.
Due infine sono le iscrizioni metriche50 e solo in 2 casi51, poi, viene indicato il tipo di pietra su cui i supporti furono realizzati.
Al di là degli aspetti meramente contabili e statistici, interessanti sono soprattutto le informazioni che si possono trarre dai contesti di rinvenimento, quando disponibili, e che descrivono bene l’attività di scavo di Ficoroni: ben 39 testi52 infatti (ma saranno senz’altro di più), sembrano provenire dagli scavi di Vigna Moroni sulla Via Appia, che il nostro condusse dal 1705 al 171053 e i cui ritrovamenti, consistenti in ben 92 camere sepolcrali, sono sommariamente descritti nel II capitolo del suo libretto La bolla d'oro de' fanciulli nobili romani e quella de' libertini…54. Tra questi ve ne sono diversi anche del monumentum Passienorum55 (Fig. 5, n. 47), uno dei più noti sepolcri gentilizi che Ficoroni contribuì a scoprire in zona56. Altri testi provengono invece da scavi più tardi, sempre sull’Appia ma nei pressi dell’Arco di Druso e condotti tra il 1722 e il 172457.
Anche la dispersione di una parte della raccolta e l’attuale collocazione di alcuni pezzi ci dicono molto sulla rete di relazioni di Ficoroni e sulle sue capacità di mercante: al di fuori di Roma, infatti, le iscrizioni della raccolta Gualtieri furono vendute anche in diverse città italiane: a Pesaro58, a Verona59, a Milano60. Diverse poi presero anche la via dell’estero, soprattutto verso l’Inghilterra, probabilmente attraverso l’abate Bernardo Sterbini, amico e socio in affari di Ficoroni61 che nei primi anni '30 del ‘700 vendette molte antichità della collezione Gualtieri a personaggi come Sir Hans Sloane, medico naturalista e collezionista, le cui raccolte si trovano in parte ora al British Museum, e ad altri nobili inglesi62.
Quanto agli apografi dell’opuscoletto, pur nella loro stilizzazione e semplicità riescono quasi sempre a rendere un’idea dell’aspetto reale dei supporti (almeno di quelli conservati) e solo in pochi casi abbiamo osservato difformità sostanziali tra i disegni e la realtà dei monumenti63.
Un’ultima riflessione, infine, sulla mano che poté delineare gli apografi contenuti nel fascicoletto.
Certamente non sono di Ficoroni, del quale non si conoscono documenti che ne attestino una certa perizia grafica.
Potrebbe trattarsi del manoscritto menzionato nella lettera del 12 luglio 1738 del Ramaggini, che venne realizzato quando la collezione era ancora presso il Cardinal Gualtieri, rimasto poi agli eredi del prelato insieme alle lapidi e successivamente giunto attraverso Barazzi a Ficoroni quando questi riacquistò le iscrizioni. Questo potrebbe spiegare, forse, anche la maniera in cui questi monumenti vengono presentati in queste pagine: come ha suggerito infatti D. Gallo, la disposizione delle iscrizioni rimanda forse alla “messa in scena” che questi pezzi avevano all’interno della raccolta, disposti magari in qualche raccoglitore secondo una modalità distributiva che valorizzasse l’armonia estetica e compositiva dell’esposizione piuttosto che l’importanza storico-scientifica dei documenti.
D’altra parte, W. Henzen, che conosceva il dossier fiorentino, scrive nell’Index auctorum del volume VI del CIL, alla voce Franciscus Ficoronius, che i 220 apografi nel ms. A6 della Marucelliana «cum plane respondeant exemplis Muratorio missis a Ramaginio, haec quoque apographa huic videutur tribuenda esse»64; e dello stesso avviso è anche A. Degrassi, riferendosi in particolare all’apografo di CIL, VI 10286/7 a c. 502r del fascicoletto65.
Dai brani delle lettere che abbiamo collazionato, tuttavia, sembra piuttosto però che il Ramaggini abbia inviato più missive al Muratori con vari apografi tratti dal manoscritto passatogli da Ficoroni, che potrebbe essere proprio quello conservato in A6.
Un'altra possibilità è che l’autore dei disegni in A6 sia un collaboratore di Ficoroni, uno dei disegnatori cui l’antiquario ricorreva per il rilievo e il disegno degli oggetti e delle strutture che veniva recuperando dai frequenti scavi che intraprese e a cui commissionò i disegni delle iscrizioni da servire come sorta di catalogo di vendita, come ipotizzavamo più sopra. Uno dei più assidui fu in questo senso Gaetano Piccini (1681-1736)66, incisore, pittore e disegnatore attivo nella prima metà del ‘700 e di cui si conoscono diversi rilievi e disegni di colombari scoperti nella Vigna Moroni67 - la stessa da cui provengono non poche delle iscrizioni della collezione Gualtieri -, conservati soprattutto presso l’Istituto Nazionale della Grafica68 e l’archivio Topham dell’Eton College69, nei pressi di Londra.
L’esistenza proprio nei due archivi di due tavole molto simili raffiguranti una stessa pittura parietale e due iscrizioni rinvenute a Vigna Moroni, di cui una, quella nelle collezioni di Eton, praticamente identica a quella pubblicata anche nella Bolla d’oro di Ficoroni70 potrebbe indurci, considerando anche alcune affinità stilistiche nella resa grafica dei testi iscritti con quelli del nostro dossier, a identificare nel Piccini l’autore di questi fac-simili.
Al di là comunque di chi abbia vergato tali disegni, l’importanza di queste pagine risiede soprattutto nel rimandarci l’immagine e la consistenza di una parte significativa di una delle collezioni private italiane d’antichità più importanti del XVIII sec. che sarebbe altrimenti rimasta sconosciuta nel suo insieme, e ci ricordano come sia ancora auspicabile e necessario il confronto diretto con la tradizione manoscritta alla base dei nostri studi, spesso conosciuta solo parzialmente e invece ancora così fondamentale per il progresso di questo tipo di ricerche.
Ci conforta la certezza che lo sviluppo delle nuove tecnologie oggi disponibili potrà facilitare non poco questo processo di ricerca, costituendo sempre più un supporto decisivo agli studi umanistici.
Immagini
Tutte le immagini sono tratte dal codice della Biblioteca Marucelliana con segnatura BMF, ms. A 6.
Le foto sono state realizzate dal fotografo Sig. Stefano Barbolini.
Fig. 1) BMF, ms. A 6, cc. 500v-501r (Su gentile concessione della Biblioteca Marucelliana di Firenze. © Foto di Stefano Barbolini).
Fig. 2) BMF, ms. A 6, cc. 506v-507r (Su gentile concessione della Biblioteca Marucelliana di Firenze. © Foto di Stefano Barbolini).
Fig. 3) BMF, ms. A 6, cc. 507v-508r (Su gentile concessione della Biblioteca Marucelliana di Firenze. © Foto di Stefano Barbolini).