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Fabretti a Mabillon. Una corrispondenza in frantumi.

Epigrafia manoscritta: Filippo Buonarroti (1661-1733) e i suoi ambienti tra Firenze e Roma (parte 6)

 ARTICOLO SCIENTIFICO

  • Data ricezione: 29/08/2025
  • Data accettazione: 04/11/2025
  • Data pubblicazione: 20/01/2026

Abstract

L'autore ha rintracciato nei manoscritti Lat. 11919 e Fr. 17678 della Bibliothèque Nationale de France nove comunicazioni autografe di Raffaele Fabretti (1620-1700) a Jean de Mabillon (1632-1707), tra le quali due lettere, un 'mémoire' contenente la risposta ad alcuni quesiti di Mabillon sul popolamento delle catacombe, due estratti dal manoscritto della silloge epigrafica di Fabretti, stampata nel 1699, e alcuni biglietti contenenti disegni di iscrizioni e altre notizie di argomento epigrafico, in parte riversate da Mabillon nell'Iter Italicum (1687). Dal dossier si ricava una messe di informazioni sulle prime fasi redazionali della silloge di Fabretti, la sua collaborazione transazionale con Mabillon, e i reciproci malintesi che sarebbero sfociati alla fine in aperta controversia sulla questione delle pratiche funerarie dei primi cristiani.

 

The author found nine handwritten communications from Raffaele Fabretti to Jean de Mabillon in manuscripts Lat. 11919 and Fr. 17678 of the Bibliothèque Nationale de France, including two letters, a «mémoire» containing the answer to some questions from Mabillon on the population of the catacombs, two excerpts from Fabretti's epigraphic sylloge, printed in 1699, and several notes containing drawings of inscriptions and other epigraphic information, some of which were incorporated by Mabillon into his Iter Italicum (1687). This dossier provides welcome insight into the early redactional stages of Fabretti's sylloge, his transactional working relationship with Mabillon, and the mutual misunderstandings that were eventually to blow up into a very public confrontation on the matter of the burial practices of ancient Christians.


Parole chiave
Keywords

Alcuni anni or sono, investigando la tradizione manoscritta di un’iscrizione che sospettavo falsa, mi sono fortunosamente imbattuto in alcune carte autografe di Raffaele Fabretti1, che per quanto mi risulta rimangono a tutt’oggi non soltanto inedite, ma anche sostanzialmente sconosciute in quanto tali. Si tratta complessivamente di sette fogli di vario formato sparpagliati nel ms. Lat. 11919 della Bibliothèque Nationale de France, diciassettesimo e ultimo volume della serie denominata Papiers de Montfaucon, contenente gli appunti e i materiali preparatori delle opere a stampa di Bernard de Montfaucon2; ma almeno per uno di essi (f. 89) l’indirizzo scritto lungo il margine – la mano, ben riconoscibile, è quella di Claude Estiennot, Procuratore della Congregazione di St.-Maur a Roma dal 1684 al 1699 – identifica chiaramente il destinatario in Jean de Mabillon3; e lo stesso si può dimostrare con maggiore o minore certezza, come vedremo, almeno per la maggior parte degli altri, se non per tutti4. Non sono propriamente lettere – mancano completamente le consuete formalità epistolari – ma billets che il Procuratore raccoglieva brevi manu e spediva settimanalmente per corriere in allegato al fascicolo della corrispondenza indirizzata alla casa madre della Congregazione, secondo una modalità di comunicazione di cui Fabretti sembrerebbe essersi avvalso con una certa regolarità nei suoi rapporti con Mabillon dopo il ritorno di quest’ultimo a Parigi nel 1686. Completa questa serie un biglietto dello stesso genere rilegato ai ff. 12-13 nel ms. BNF Fr. 17679, secondo volume della serie denominata Correspondance de différents Bénédictins, principalement de d'Achery et Mabillon, rangée par ordre alphabétique des auteurs des lettres5, insieme alla corrispondenza del summenzionato Estiennot, il quale vi aggiunse una comunicazione di propria mano nelle due facciate e mezza lasciate vacanti da Fabretti; è presumibilmente per questo motivo che il foglio non è confluito nei Papiers di Montfaucon insieme agli altri.

Parimenti inedite, e quasi altrettanto sconosciute, sono due lettere formali dell’urbinate a Mabillon, scritte il 26 ottobre 1686 da Urbino e il 29 aprile 1687 da Roma, conservate al loro posto, se così si può dire, ai ff. 76 e 77 dello stesso ms. BNF Fr. 17679, la cui esistenza è stata rilevata per la prima volta (nonché ultima) da Elena Vaiani in un pié di pagina del 20056.

Nulla lascia supporre che Fabretti e Mabillon entrassero in contatto prima dell’arrivo di quest’ultimo a Roma, contrariamente a quanto si è talora affermato7; nel fitto scambio di corrispondenza tra Parigi e l’Italia che precede la partenza della delegazione maurina nella primavera del 1685, Fabretti non è menzionato una sola volta8. Eppure, tra gli eruditi italiani frequentati da Mabillon e Germain durante il soggiorno a Roma, i nomi che ricorrono di gran lunga più spesso nelle pagine dell’Iter Italicum, quasi sempre in coppia, sono proprio quelli di Fabretti e dell’inseparabile Giovanni Giustino Ciampini9, che si conquistarono rapidamente il privilegio di accompagnare gli illustri ospiti in una serie di visite con cadenza quasi settimanale al patrimonio archeologico della città e del suburbio10. L’iniziativa di questa frequentazione così intensa è con ogni probabilità da attribuire ai due italiani, la cui notorietà internazionale doveva trarre maggior beneficio dalla circolazione dell’Iter Italicum – prevedibilmente vastissima – che da quella delle loro stesse opere11, ma è altrettanto chiaro che la relazione fu di mutuo interesse: senza le escursioni nella campagna romana in compagnia di Fabretti e Ciampini, la narrazione del soggiorno romano di Mabillon e Germain sarebbe lunga la metà.

Dopo il ritorno dei maurini a Parigi nell’estate del 1686 Fabretti mantenne una corrispondenza regolare con Mabillon, al quale continuò a inviare materiali e aneddoti da inserire nell’Iter Italicum fino alla stampa dell’opera nella primavera del 168712. Le ultime comunicazioni databili con sicurezza sono del settembre di quell’anno; dopodiché la corrispondenza dovette interrompersi, o quantomeno diradarsi moltissimo. Nel 1690 Mabillon parlava dell’urbinate come di un vecchio amico col quale avesse da tempo perso i contatti13; un tentativo di riallacciare il rapporto fu effettuato per iniziativa di Ludovico Sergardi, segretario di Papa Alessandro VIII, che diede a leggere a Fabretti una lettera piena di complimenti da parte del francese, suscitando lì per lì una replica altrettanto calorosa14; ma la cosa apparentemente non ebbe alcun seguito.

Di Fabretti non è più fatta menzione alcuna nell’epistolario di Mabillon fino al 1698, quando l’urbinate ricompare all’improvviso nelle vesti di antagonista, di nuovo insieme a Ciampini, in occasione del procedimento intentato presso il Tribunale dell’Indice contro l’Epistula Eusebii Romani ad Theophilum Gallum de cultu sanctorum ignotorum15. «Je crois qu’on ne dira mot ici à votre dissertation; peut-être que Monseigneur Fabretti, dans quelque ouvrage qu’il fait, en dira quelque petit mot en passant, mais qu’il l’attaque de front, j’ai peine à le croire. Pour Monseigneur Ciampini qui était encore fort déclaré contre Eusebius, et qui menaçait aussi d’écrire, il ne le fera pas, car il fut enterré la semaine passée», scrive Estiennot da Roma il 22 luglio, senza tradire una particolare commozione16. Una settimana più tardi annuncia soddisfatto di aver fatto recapitare all’urbinate un messaggio dal tono apertamente intimidatorio:

«Je n’ai pas voulu voir M. Fabretti, dans la pensée que j’ai eue qu’il ne s’imaginât qu’on le craignait, mais entre nous, je lui ai fait dire par ses amis qu’il prît bien garde à ce qu’il écrirait, et que vous ne diriez peut-être mot, mais que bien des habiles gens, nos amis, pourraient bien répondre pour vous et faire una critique de sa critique qui ne lui plairait pas»17.

Nella Inscriptionum antiquarum quae in aedibus paternis asservantur explicatio, stampata nel 1699, Fabretti si guarda bene dal fare anche soltanto menzione dell’Epistula de cultu sanctorum ignotorum, memore forse delle minacce di Estiennot, ma attacca più di una volta e frontalmente l’Iter Italicum, accusando Mabillon di aver voluto fin da allora insinuare nei propri lettori l’empio sospetto che fra i santi e i martiri delle catacombe potesse annidarsi qualche comune cristiano, e perfino (orrore!) qualche pagano18. Al culmine di una di queste intemerate infrange inopinatamente la quarta parete, se così si può dire, per rivolgersi personalmente a Mabillon: «Atque memineris, Pater religiosissime…»: se non vado errando, si tratta dell’unica intemperanza di questo genere nelle 759 pagine della Explicatio. Fabretti avrebbe continuato a borbottare contro la perfidia di Mabillon perfino dalla tomba, per bocca del biografo Domenico Riviera:

«Gli stranieri, o troppo facili censori delle Cose Romane, o troppo di esse male informati, ripruovano, e condannano senza ragione questa consuetudine [scil. quella dell’estrazione delle reliquie]: il che Iddio volesse, che non l’avessero fatto quelli, che colla scorta del Fabbretti videro questi luoghi, e le diligenze, che vi si praticano; e che non si fossero dimenticati affatto delle molte cose, che egli aveva indicate loro: del che l’istesso Fabbretti prima della sua morte lungamente meco si dolse»19.

Al di là dei contenuti epigrafici, oggettivamente modesti, le comunicazioni di Fabretti a Mabillon presentano numerosi motivi di interesse: le più risalenti evidenziano il contributo di Fabretti alla redazione dell’Iter Italicum; le più recenti forniscono una quantità di informazioni inedite riguardo alla formazione della sua collezione epigrafica, ma anche e soprattutto alla travagliata vicenda redazionale della Explicatio; tutte gettano spiragli di luce sulle irriducibili differenze culturali (prima ancora che scientifiche) dalle quali sarebbe scaturito il dissidio tra Fabretti e Mabillon in merito al popolamento delle catacombe e alla santità delle reliquie. Riservandomi di approfondire separatamente quest’ultimo aspetto nella continuazione di questo lavoro, destinata agli Atti del seminario Le iscrizioni cristiane di Roma tra devozione, erudizione e ricerca scientifica, organizzato a Bari dall’amica Valeria Ambriola nell’ambito di questo stesso PRIN, mi limiterò in questa sede all’edizione e al commento dei documenti manoscritti, arrangiati per quanto possibile in ordine cronologico.

 

1) Lettera di Fabretti a Mabillon Urbino, 16 ottobre 1686 (BNF Fr. 17679, ff. 74-75)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b10500734q/f163.item

R(everendissi)mo P(ad)re e il mio P(ad)ron(e) C(olendis)simo,


Con molta confusione hò veduto gli encomij da me non meritati, conli quali si è degnato favorirmi il S. Ab. De la Roque sollevando le mie debolezze con le sue gentilis(sim)e et obliganti maniere: di modo che io ascrivo a mia fortuna l’essere stato infamato da quel porco di Grunnovio, per esser conseguente(men)te stato rialzato da una penna si amorevole et erudita. Vedo però che tutti questi honori mi provengono dalla benevolenza di V(ostra) P(aternità) et a Lei ne riferisco principal(men)te le grazie; supplicandola a supplire col S(ignor) Abbate a ciò ch’io mi conosco manchevole nell’esprimere con la mia risposta all’humaniss(im)o uffizio che si è compiacciuto di passar meco.


La figura della Biblia di S. Paolo, sarà da me mandata a V(ostra) P(aternità) sub(it)o che io ritorni in Roma da q(ues)ta poca peregrinaz(ion)e che mi è convenuto di fare p(er) liberarmi da una lunga e noiosa iteritia che mi ha travagliato ne due mesi di Agosto e Sett(embr)e. Il benefitio di q(uest)’aria nativa mi ha prestam(en)te tolto affatto ogni residuo di male, e penso goderne sin che il freddo e le nevi di questi vicini monti dell’Appennino non me ne caccino.


Quell’antro appresso le ruine di Fidene fu batezzato p(er) lo speco ove si rifugiò Nerone dal poeta Gebbetio, di cui le manderò i versi: ma però con manifesto errore, poiché essendo quella grotta nel predio di Faonte liberto circa intra tertium et quartum lapidem et inter vias Nomentanam et Salariam; quella che V.P. raccorda è vicina alle 5 miglia, e trà la Salaria e il Tevere: onde deve tenersi p(er) un mero capriccio poetico di quel confuso cervello.


Io già sentii che mons(ignor) Brunet [sic] revocava in dubbio che le n(ost)re Catacombe servissero di sepoltura ai soli (Christ)iani, con un argom(en)to cavato da certo calcolo che ci faceva alla grossa, che messi assieme tutti li (Christ)iani de tempi delle persecuzioni n(on) poteano constituire un numero proportionato a i tanti sepolchri che hora se ne trovano. Egli però non si curò di veder li Cemeterij di Roma, e solo si formalizò sopra quelli di Napoli.


Hollandese più fortunatam(en)te curioso di lui fu un certo S(ignor) Alberto … [sic], figlio d’un thesoriero pub(lic)o d’Amsterdam, che fattosi religioso della più stretta riforma de scalzi di S. Fran(ces)co si chiama hoggi Fr(ate) Francesco d’Hollanda, et hà fatto un’ottima riuscita, tanto nello spirito come nelle lettere.


Quest’inverno seguitarò a riconoscere quella 4° parte che mi manca dell’Agro suburb(an)o. Le iscrizzioni sempre crescono, e tra l’altre se n’è scoperta una singolare che fa menzione del Luperco Laurente Lavinate, d’un Decurione Bovillano, e d’un Sacerdote d’Apolline Albano Longano20. E qui serbo di riverir giuntamente V(ostra) P(aternità) assieme col mio caris(sim)o P. Dom Michele (Germain).


Urbino, 26 (otto)bre 1686

L’esordio della lettera esemplifica alla perfezione l’aspetto transazionale del rapporto di collaborazione tra Fabretti e Mabillon. Nella sua prima opera pubblicata a stampa, il De aquis et aquae ductibus veteris Romae (1680), un Fabretti ancora virtualmente sconosciuto fuori da Roma aveva duramente contestato le congetture di Gronovius ad alcuni passi di Livio e Strabone sulla topografia della campagna romana, attirandosi una replica altrettanto dura, che lo aveva mandato su tutte le furie; ciò che maggiormente aveva indispettito l’urbinate, tuttavia, era stata l’eccessiva indulgenza (a suo dire) con la quale la ‘Repubblica delle Lettere’, e segnatamente il Journal des Sçavans, avevano accolto le canzonature del giovane filologo21. Era toccato a Michel Germain (non a Mabillon, come sembra credere Fabretti) farsi portavoce del malcontento degli amici romani presso la redazione del Journal, ammonendo l’Abate De la Roque a chiudere entrambi gli occhi nei confronti delle profanità di cui traboccava la contro-replica di Fabretti, licenziata per la stampa nei primi mesi del 168622. La recensione al nuovo libello, apparsa sul settimanale il 16 settembre di quell’anno, aveva riconosciuto pari dignità a entrambi i contendenti, alludendo solo con estrema discrezione alle ingiurie contenute finanche nel titolo23: il nuovo canale di comunicazione aperto con Parigi cominciava subito a dare i propri frutti.

All’altro capo della transazione, il frontespizio della bibbia di S. Paolo, l’aneddoto sul poeta Gebbetius e quello sulla conversione del giovane olandese sono riversati nell’Iter Italicum senza alcuna indicazione della provenienza24. La figura fu presumibilmente richiesta da Mabillon, che aveva ammirato la «bibbia di S. Paolo» a S. Callisto il 16 luglio 1685; l’antro che lo sconosciuto poeta aveva preteso di identificare con l’ultimo rifugio di Nerone era stato visitato da Mabillon in compagnia di Fabretti e Ciampini nel corso di un’escursione fuori porta a Fidene e Crustumerio il 16 agosto del 1685, ed è naturalmente nel racconto di quella giornata relativamente povera di eventi memorabili che lo si trova inserito; la storiella del giovane protestante che si converte alla più rigida ortodossia cattolica in seguito alla contemplazione delle catacombe appare invece del tutto peregrina rispetto all’esperienza di Mabillon e Germain a Roma, e nel contesto in cui è inserita a forza, la visita al coemeterium Pontiani del 18 gennaio 1686, finisce per suonare quasi come un’interpolazione:

«Loculi omnes vacui sunt, corporibus alio delatis. Hollandus quidam haereticus, haud ignobilis, cui nomen Albertus, his imaginibus locisque conspectis, errorem nuper eiurasse dicitur, et ad Franciscanos strictioris observantiae convolasse, apud quos vivit etiam nunc, Franciscus de Hollandia nuncupatus. Inter alia ibidem invenimus quaedam fragmenta marmorum, in quibus ex una parte inscriptiones paganorum erant, ex alia Christianorum...»25

Nella lettera di Fabretti, invece, l’aneddoto sulla conversione di «Francesco d’Hollanda» assolve una funzione ben precisa, che è quella di liquidare giocosamente i dubbi di tale «mons. Brunet» riguardo alla destinazione delle catacombe. Doveva essere pervenuta all’orecchio di Mabillon la notizia che Gilbert Burnet, teologo anglicano in esilio dall’Inghilterra cattolica di Giacomo II, si accingeva a pubblicare di lì a pochi mesi una narrazione del proprio soggiorno in Italia, press’a poco contemporaneo a quello dei maurini, nella quale avrebbe sferrato un nuovo attacco al dogma cattolico che popolava le catacombe romane dei martiri delle persecuzioni anticristiane dell’Alto impero26. A Roma, dove per un curioso scherzo del caso aveva soggiornato proprio mentre i maurini si trovavano a Napoli, nel novembre del 1685, Burnet aveva incontrato fra gli altri Emmanuel Schelstrate, Giovanni Pietro Bellori e lo stesso Fabretti; era pertanto naturale che Mabillon chiedesse informazioni all’amico circa il tenore della loro conversazione. La risposta dell’urbinate è però stranamente evasiva: le elucubrazioni di Burnet, che nella prima edizione dei Travels avrebbero occupato non meno di dieci pagine, sono ridotte a un solo argomento e per giunta di seconda mano, quello cioè della paucitas martyrum, che Burnet aveva preso in prestito da Henry Dodwell28. Se Mabillon aveva sperato di ingaggiare il confronto con Burnet già nell’Iter Italicum, la reticenza di Fabretti lo costrinse ad accontentarsi per il momento di confutare Dodwell, la cui dissertazione de paucitate martyrum era stata stampata tre anni prima29.

L’ultimo capoverso della lettera contiene un aggiornamento riguardo a due progetti a lunga scadenza che Fabretti sperava senza dubbio di vedere annunciati alla “Repubblica delle Lettere” dall’altissimo pulpito dell’Iter Italicum, lo studio esaustivo e capillare della topografia della Campagna Romana, che sarebbe rimasto incompiuto alla sua morte, e la pubblicazione di una nuova grande raccolta di iscrizioni inedite che rivaleggiasse con quella di Grutero; almeno su quest’ultimo punto sarebbe stato accontentato, anche se Mabillon si limita a descrivere con ammirazione la collezione dell’urbinate, allora interamente conservata nella sua abitazione romana, senza arrischiarsi più di tanto riguardo a un esito editoriale che al momento della stampa dell’Iter Italicum doveva apparire ancora assai remoto30. L’iscrizione “singolare” cui si fa allusione è CIL VI, 1851, rinvenuta nella vigna Casali fuori da Porta S. Sebastiano, come annota Filippo Buonarroti nel ms. BMF A 6, f. 486r.; la nostra lettera, non spogliata nel CIL, supplisce una nuova informazione circa la data del ritrovamento, che non mi pare di trovare indicata altrove. Si noterà che nel cap. VI dell’Explicatio Fabretti la dice «anno superiori effossa»31, il che ha senso solamente se supponiamo che la relativa scheda sia stata redatta nel 1687, dodici anni prima della stampa: come ci accingiamo a vedere, questa ipotesi è assai meno lunare di quanto possa apparire a prima vista. Come che sia, quando Fabretti scrisse la scheda il cippo era già stato segato in tre lastre, ciascuna recante un’iscrizione, due delle quali andarono a ornare i giardini del suo patrono, il Cardinale Carpegna; della terza si sarebbe impossessato lui stesso, stando a quanto asserisce nell’Explicatio; ma a Urbino Bormann ne vide soltanto una copia moderna, oggi irreperibile, mentre l’originale transitò dalla collezione Albani ai Musei Capitolini, dove si conserva tuttora. Non è l’unico caso di questo genere che ci troveremo a osservare in queste pagine.


2) Sul ritrovamento di alcuni pesi romani sulla riva del Tevere; apografo di ICUR VI, 15916 (BNF Fr. 17679, f. 12)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b10500734q/f29.item

 

[Lungo il margine sinistro corre un’annotazione scarabocchiata della mano di Estiennot con cancellature che ne compromettono la leggibilità: a lume di naso, il mittente si giustifica di avere riciclato il biglietto di Fabretti, scritto su un foglio doppio, per aggiungervi la propria lettera.]

Si sono trovati in un istesso luogo, vicino al Tevere e alla scalinata che descende a Ripa grande, diversi pesi di marmo i quali ragguagliati con la libra presente di Roma, danno la seguente proporzione.

Il primo con la nota S, che vuol dire SEMIS, è per l’appunto d’oncie sei romane.

Altro con l’istessa nota S è d’oncie 6 ¼, e questo è più intiero e meno corroso.

Altro con la nota I, è d’oncie 13 1/16.

Altro con la nota II, è d’oncie 23 13/16.

Tutti questi sono lisci, e senza manubrio.

Li seguenti mancano di manubrio, che però si crede essersi fatto dalli due buchi sulla faccia superiore piombati intorno al vestigio del ferro corroso.

L’uno con la nota XX è di libre 18 onc(ie) 8.

L’altro con la nota XXX è di libre 29.

L’altro con la nota X è di libre 9 onc(ie) 10.

[12v] [ICUR VI, 15913]

[Mano di Estiennot: Voicy mon Reverend Père un billet que me donna samedi dernier pour vous Monsieur l’Abbé Fabretty, etc.]

 

Il recto del biglietto32 è riversato nell’Iter Italicum (p. 156) in una breve appendice alla narrazione del soggiorno a Roma, nella quale Mabillon dà notizia delle scoperte comunicategli da Fabretti dopo il suo ritorno in Francia: «Non divellendus a Raphaele illustris eius concivis et cognominis Raphael Fabrettus, saepius iam a nobis laudatus, qui post nostrum ex Urbe discessum nobis significavit…»; segue il riferimento a un’altra comunicazione, non pervenuta, con la quale l’urbinate trasmise a Mabillon il disegno di un monumento funerario scoperto al Testaccio il 18 febbraio del 1687 (CIL VI, 11534). Al verso è trascritta senza alcuna annotazione l’iscrizione di cui al documento seguente.

 

3) Facsimile di ICUR VI, 15913 (BNF Lat. 11919, ff. 28v-29r)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b105083500/f64.item

I ff. 28v-29r del ms. BNF 11919 contengono un disegno acquerellato, ancora una volta senza alcuna annotazione o didascalia, della stessa iscrizione trascritta al verso del «billet» di cui al documento precedente. Mabillon – di fatto l’editore princeps, giacché il testo è riportato integralmente e discusso nell’Iter Italicum alle pp. 73-74 – sostiene di averla vista apud Fabrettum, mentre Fabretti la dirà proveniente dal coemeterium Castuli: indicazioni che è possibile conciliare solo a prezzo di un certo sforzo di fantasia, perché in teoria Mabillon avrebbe visitato il cimitero di Castulo ancora praticamente intatto a pochi giorni dalla scoperta, nel gennaio del 168633; mentre di questa iscrizione, apparentemente l’unica nell’intera collezione che gli apparisse abbastanza notevole da contenderne la pubblicazione a Fabretti, dà notizia in relazione alla sua prima visita a casa dell’urbinate il 20 luglio 168534.

Per complicare ulteriormente il quadro, l’esemplare a tutt’oggi conservato a Urbino è stato riconosciuto da Padre Antonio Ferrua come una copia moderna, eccezionalmente accurata sul piano della mimesi paleografica; mentre l’originale risulta essere transitato dalla collezione del Card. Alessandro Albani e quindi ai Musei Capitolini, proprio come abbiamo visto essere accaduto per CIL VI, 1681. A meno di non supporre che pochi decenni dopo la migrazione a Urbino gli originali abbiano fatto ritorno a Roma per essere sostituiti da copie di altissimo artigianato (cui bono, una volta morto il collezionista?), non è facile escogitare una spiegazione che non presupponga da parte del Fabretti una qualche misura di cecità o malafede.

Non è probabilmente un’esagerazione affermare che le interpretazioni divergenti di questa singola iscrizione furono all’origine del dissidio tra Fabretti e Mabillon circa il culto delle reliquie. Sciogliendo senza esitazioni D · MA in D(is) Ma(nibus), Mabillon lesse l’iscrizione nell’Iter Italicum come testimonianza di un momento di transizione nell’affermazione del cristianesimo, in cui «cruda adhuc in quorundam cordibus Christiana religio aliquid de paganici ritus superstitione servabat» (p. 73): un’interpretazione che Fabretti, ideologicamente refrattario a ogni sospetto di contaminazione tra paganesimo e cristianesimo, avrebbe respinto tredici anni dopo con genuino orrore («Mabillonius… paganismi notam [titulo] inussit», Explicatio p. 575), propugnando a torto lo scioglimento della formula di dedica in D(eo) Ma(gno)35. Non è chiaro quando e in che modo i due si siano messi vicendevolmente al corrente di questa inconciliabile divergenza di vedute, ma dalla lettera del 29 aprile 1687 (nr. 6 infra) sembra di poter evincere se non altro che nel fare richiesta a Fabretti della trascrizione, e poi di un disegno, Mabillon ebbe cura di dissimulare le ragioni per cui questa particolare iscrizione gli era sembrata singolarmente degna di nota.

 

4) Tre esempi di imprecationes sepulcrales (BNF Lat. 11919, f. 89)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b105083500/f183.item

 

[A sinistra:]

fragm(entum) in pavim(ento) ecc(lesiae) S. M(ariae) in Cosmedin [Mabillon, p. 148; Fabretti, p. 110, nr. 279]

aliud anathema v(ide) apud Rein(esium) p. M [CIL VI, 29946a; Reinesius, Syntagma, p. 1000, nr. CCCCXLI; Mabillon, pp. 147-148; Fabretti, p. 4, nr. 19]

[A destra:]

aliud [scil. anathema] ethnic(ae) cuiusdam inscript(ionis) in basi apud me [CIL VI, 29944; Mabillon, p. 148; Fabretti, p. 76, nr. VIII; EDR159661 (S.M. Marengo)]

La didascalia all’ultima di queste iscrizioni identifica inequivocabilmente in Fabretti l’autore del biglietto, come rilevato in questo caso anche dal CIL (ad l.: ‘Fabretti apud Montfauconium’). Tutte e tre le iscrizioni sono riportate nell’Iter Italicum (pp. 147-148) nel contesto di una digressione sulle formule di maledizione nelle antiche iscrizioni sepolcrali, che prende spunto da un esemplare di CIL VI, 29944 visto da Mabillon nel giardino di S. Benedetto in Piscinula durante il suo secondo soggiorno a Roma nel febbraio del 1686. Mabillon sembra voler distinguere questo esemplare da uno identico nel testo che si leggeva a suo dire apud Fabrettum; il CIL li tratta però come una cosa sola, forse supponendo che l’urbinate venisse in possesso dell’iscrizione di S. Benedetto in Piscinula nei mesi intercorsi tra la visita di Mabillon e la stampa dell’Iter Italicum nella primavera del 1687. Quanto all’iscrizione di S. Maria in Cosmedin, Mabillon dichiara di esserne venuto a conoscenza dal Fabretti (‘Fabrettius mihi communicavit’): non vi è dubbio a mio avviso che tale comunicazione si debba identificare precisamente col nostro billet.

A questi tre esempi Mabillon ne affianca altrettanti che ritroviamo anch’essi uno accanto all’altro nell’Explicatio di Fabretti: CIL VI, 19873 (EDR125083, G. Crimi), già in Reinesius, p. 862, nr. 168 e poi in Fabretti, p. 109, nr. 269; CIL VI, 13740, cfr. pp. 3513, 3912 (EDR150008, A. Ferraro), poi in Fabretti, p. 110, nr. 270; ICUR VIII, 21396 (EDB2405, C. Ventura) già in Bosio, p. 436; Aringhi, t. II, p. 78; Reinesius, p. 999, nr. 440; e poi in Fabretti, p. 110, nr. 271. Nel CIL è avanzata ogni volta l’ipotesi che il maurino ne abbia avuto notizia da Fabretti; è anche possibile, tuttavia, che esse abbiano fatto il percorso inverso: ovvero, che sia stato Fabretti a riprenderle da Mabillon, seppur risalendo ai testimoni e sforzandosi di emendarne per quanto possibile la lettura. La precisa indicazione di luogo e anno del ritrovamento di CIL VI, 19873 e 13740 (fuori Porta S. Pancrazio, 1603), apparentemente ignoti a Fabretti, che riprese la prima iscrizione da Spon, l’altra dalle ‘schede Barberini’, farebbe supporre semmai che Mabillon abbia attinto l’una e l’altra dall’esemplare veronese dell’Inscriptionum antiquarum liber di Martin Smets annotato da Giovanni Zaratino Castellini, che è l’unico testimone a riportare questi dati. Inoltre, il testo di CIL VI, 19873 quale è trascritto da Mabillon (p. 148) diverge significativamente – nel bene e nel male – da quello di Fabretti, fedele all’edizione di Spon (l. 1: Tulius Mabillon, Iulius Fabretti; ma cfr. l. 4, ovviolarit Mabillon, ovviolavit Fabretti con Spon); non mi risulta che altrove Mabillon si sia preso altrettante libertà rispetto alle letture di Fabretti. È probabilmente un errore dare per scontata la dipendenza di Mabillon da Fabretti per tutto ciò che riguarda l’epigrafia, specialmente quando si tratta di iscrizioni ricavate dalla tradizione manoscritta.

 

5) Sulla notazione dei numerali nelle iscrizioni (BNF Lat. 11919, f. 92)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b105083500/f189.item

Nil certi statui posse credo in distinctione temporum in quibus viguit forma characterum numeralium ϹIϽ, IϽ vel M, D.

Tempore quidem Augusti notamϹIϽ obtinuisse (sic) in inscriptionibus quod meo tractatui de Aquis inserui p. 111.

Eadem nota habetur tempore Hadriani, sive ∞ ut apud Grut(erum) p. CCCXXXVII, sed numerus quingenarius per D signatur.

Et ita fit in alia inscriptione Grut(eri) p. CCI, 10, cuius tempus ignotum.Sed sub Antonino Caracalla nota millenaria sic exprimit ϹXϽ Sponius in Miscell(anea) p. 180 retenta nota D pro quingenario.

Ad tempora usque Constantini reperitur nota ∞ in Grut(ero) p. CCIX, 2.

Nota igitur M variasse videtur, ut in Gruteri notis abbreviatis, sed D semper eandem permansisse; neque antiquis usitatum fuisse modum scribendi IϽ nostralibus communem.

Difficile est universalem negativum asserere, sed ego de observatis a me loquor, et pro meo modulo.

Il f. 92 del manoscritto dei Papiers de Montfaucon contiene alcune osservazioni di Fabretti in merito all’evoluzione della notazione dei numerali 1000 e 500 nelle antiche iscrizioni. Che il mittente sia Fabretti è chiaro dal riferimento al tractatus De aquis, oltre che dalla calligrafia; non vi è però alcuna certezza del destinatario, perché il contenuto non sembra essere stato ripreso nell’Iter Italicum.

 

6) Lettera di Fabretti a Mabillon, da Roma, 29 aprile 1687 (BNF Fr. 17679, ff. 76-77)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b10500734q/f167.item

P(ad)re R(everendissi)mo,


Puis que vous entendez mieu l’Italien, que je ne parle ni m’explique en Françoy, je n’auray point d’escrupule de faire cette mêlange de l’une et de l’autre.


Gronnovio potrà grunnire a suo piacere, perché io hò fatto risoluzione di non pur leggere la sua nuova satira, che il S. Cupero ancora mi scrive ch’ei stà scrivendo. M’è stato bastante di farlo conoscere al mondo, p(er) un ignorante in quelle istesse materie delle quali più si pregia, che del resto, l’istesso mondo conoscerà e giudicarà più disappassionatam(en)te di lui e di me.


La difficultà di far imprimere tutte le mie inscrizzioni manuscritte, mi hà fatto prendere un partito di dar fuori le più belle in q(uest)a congiuntura. Hò cominciato a mandare a Urbino alcune iscrizzioni scelte, per adornarne un entrone della mia casa; ne hò già inviate 75, e penso fra le lapide et i mattoni co’ segni delle figuline arrivare alle 150. Con questa occasione ho dato principio ad un libro intitolato Inscriptiones antiquae in aedibus R. Fab. Gasp. f. asservatae cum notibus eiusdem. Di nove capitoli ne’ quali chiudo l’opera, già sono al 4°; e così in esplicazione e corroborazione delle mie, porto una gran quantità delle ritrovate doppo il Grutero: e spero che il publico (toltone Grunnovio) ne sarà sodisfatto.


Son pochi giorni che s’è scoperta nella Chiesa di S. Antonio dietro gli Horti Peretti una base [CIL VI, 266 = EDR077480, G. Almagno], ove da due lati con minuti caratteri sono scolpite diverse interlocuzioni di tre Giureconsulti Floriano, Restutiano e Modestino sopra una controversia inter fullones et magistros fontanos: è materia nuova e curiosiss(ima), e io l’inserirò nel mio libro, con occas(ion)e di comprare e trasmettere al museo un'altra pietra piccola ov’è il compendio delle accennate interlocuzioni [CIL VI, 266b; Fabretti p. 279, nr. 171].


Io conobbi qua il Brunet, e sentii da lui med(esi)mo le opinioni che haveva de’ Cemeterij di Napoli, e conseguen(temen)te di q(ues)ti di Roma, che non fussero de’ soli Christiani, come sproportionati al poco numero di essi. Questa mala dottrina trovo ch’ei l’ha già communicata al Sig. de With che al p(rese)nte si trattiene qui in Roma, e viene spesso c(on) noi altri: ma spero di renderlo capace con l’ostensione de’ Cimiteri stessi: è giovane savio, e anco literato et ha in camerata sua un medico Svizzero chiamato il Pinelly, huomo erudito, e più cattivo heretico di lui.


Entra nel mio museolo anche questa iscrizione [CIL VI, 20616 = EDR111140, G. Tozzi], col titolo latino D M e caratteri latini, ma in lingua greca corrottis(sima), benché la scrittura mostri d’essere di buon secolo, circa Traiani tempora. Se V. P. Rm. ha qualche cosa da illuminarmi, verrà a tempo con la risposta, perché stà fra le greche nell’8° capitolo: si come anco la supplico a farmi grazia circa quell’iscrizz(ion)e (che pure è a Urbino) Leopardus in pace etc. che và nell’ultimo capitolo delle (Christi)ane.


Ciò sarà un obligarmi più strettamente alla sua humanità, che si compiace di dichiararsi obligata a noi, che non habbiamo altro merito con esso lei, e con il n(ost)ro P(adre) D(on) Michele, se non di professarci veneratori del loro merito e bontà. Dico ciò anco a nome di Monsig(nor) Ciampini che riverisce l’uno e l’altro, come faccio io in sottoscrivermi


Roma, 29 aprile 1687

La lettera, che nell’articolazione dei contenuti ricalca quella del 26 ottobre 1686 (esordio con Gronovius, Burnet al centro, novità epigrafiche alla fine), giunse a destinazione troppo tardi perché Mabillon potesse avvalersene nella redazione dell’Iter Italicum. Sorvolando sulla continuazione della querelle con Gronovius (come peraltro avrebbe fatto lo stesso Gronovius, che non tenne fede alla minaccia di pubblicare una nuova «satira»), accennerò qui solo brevemente ai contenuti su cui mi riprometto di tornare altrove – l’affaire Burnet e l’iscrizione di Leopardus – per soffermarmi più a lungo sulla messe di informazioni inedite che questa lettera fornisce riguardo alle vicende strettamente coordinate della formazione del ‘Museo Fabretti’ e (soprattutto) della composizione della Explicatio.

Nei mesi trascorsi dalla lettera del 26 ottobre 1686, entrambi i progetti avevano subito una brusca accelerazione. Era iniziato il trasferimento delle 150 iscrizioni «più belle», fra lapidi e bolli laterizi, da Roma a Urbino; donde si evince, se non vado errando, che la consistenza della collezione era già allora significativamente maggiore, anche se probabilmente ancora lontana dalle 432 iscrizioni censite nel 169936. Allo stesso tempo, Fabretti aveva accantonato il piano originario della silloge a favore di uno nuovo, più snello, la cui realizzazione procedeva con sorprendente rapidità. Cos’era cambiato?

Il progetto iniziale, che Fabretti aveva esposto ad Antonio Magliabechi in una lettera del 1681, non era strettamente correlato alla collezione che egli andava senza dubbio raccogliendo già allora in casa propria; si sarebbe dovuto trattare, sembra di capire, di un corpus affine per struttura a quelli di Gruter e Reinesius, orientato alla quantità, nel quale si sarebbero mescolate senza distinzione iscrizioni copiate dal vero e tratte dalla tradizione manoscritta e a stampa:

«È gran tempo ch’io non ho havuta occasione di rivedere il signor cavalier Paolo Maffei, e perciò resto all’oscuro di quelle novità letterarie, ch’ella presuppone essermi state communicate. La ringrazio ben sì divotamente di quelle che mi tramanda, fra le quali ad rem meam ho riparato in quelle iscrizzioni dal Reinesio, che non dubito saranno utilissime al mondo erudito. Io ne ho fatta raccolta quasi che di 3 mila, buona parte dalle stampate appresso varij autori; et il resto raccolte da marmi da me osservati. Fui di pensiero d’unirle con le raccolte già dal signor Doni, ma i di lui heredi non hanno voluto né pubblicarle essi, né somministrarle ad altri che si offerivano di far la dovuta menzione di quel virtuoso cavaliere»37.

Il nuovo progetto, che fin dal titolo – Inscriptiones antiquae in aedibus Raphaelis Fabrettii Gasparis filii asservatae cum notibus eiusdem – incardinava la silloge sul Museo in corso di allestimento a Urbino, rinunciava a ogni pretesa di esaustività, sia per quanto riguarda le iscrizioni «manuscritte», il cui numero doveva essere lievitato nel frattempo oltre i limiti della ragionevolezza38, sia per quelle della collezione: solo le «più belle», 150 o giù di lì, avrebbero costituito la spina dorsale dell’opera, intorno alla quale si sarebbero agglutinate tutte le altre «in esplicazione e corroborazione». Anche la divisione in nove capitoli, di cui l’ottavo dedicato alle greche e il nono alle cristiane, prefigura l’indice dell’opera stampata nel 1699, che si presenta come segue:

  • Cap. I: De titulis et columbariis
  • II: De operculis ad lachrymas et libationes excipiendas, deque Geniis ac Manibus
  • III: Affectus cognatorum atque parentum in filios et contra
  • IV: Affectus coniugum
  • V: A patronis et dominis et contra atque ab incertis et singularibus positae
  • VI: Sacra et ministri sacrorum
  • VII: Figlinarum signa atque miscellanea
  • VIII: Monumenta Christianorum
  • IX: Gentilicia nomina quae Gruterus non meminit
  • X: Miscellanearum inscriptionum sylva

Manca il capitolo destinato alle greche: come ci accingiamo a vedere sarebbe stato soppresso di lì a pochi mesi, prima che l’autore arrivasse a mettervi mano, e le iscrizioni redistribuite per affinità tematica fra i primi sei capitoli. Gli ultimi due, non previsti nel piano del 1687, sono appendici nelle quali Fabretti finì per riversare gran parte del materiale che aveva inizialmente deciso di lasciare da parte.

La lettera include anche le consuete notizie epigrafiche (nessuna delle quali spogliata nel CIL o nelle ICUR); non è chiaro se Fabretti pensasse di essere ancora a tempo a vederle stampate nell’Iter Italicum, come sarebbe avvenuto per le iscrizioni scoperte il 18 febbraio di quell’anno. La base con «le interlocuzioni dei tre Giureconsulti» è CIL VI, 266a (EDR077480, G. Crimi – G. Almagno), la «pietra piccola» recante il compendio è CIL VI, 266b. Il tentativo di comprare e trasmettere al Museo la «pietra piccola» dovette fallire, ma la grande fu ghermita da Giovanni Giustino Ciampini, sodale inseparabile di Fabretti al tempo delle scampagnate con Mabillon e Germain, il quale andava rapidamente costituendosi una raccolta epigrafica di poco inferiore a quella dell’amico, forse ingolosito dall’impressione che questa aveva suscitato sugli ospiti stranieri; strano che di questa circostanza Fabretti non faccia parola, anche considerato che i saluti di Ciampini sono allegati alla fine della lettera. Anche in questo caso, come abbiamo osservato in precedenza per CIL VI, 1851, la lettera fornisce un’indicazione inedita circa la data del ritrovamento; e anche in questo caso tale indicazione sembra contraddire quella fornita dall’edizione del 1699 (nuper repertus: p. 278, nr. 170, cap. IV), a meno di non supporre che la relativa scheda sia stata scritta nel 1687; il che non pare affatto inverosimile, poiché sappiamo ormai che il 29 aprile Fabretti aveva già posto mano alla stesura del quarto capitolo.

L’altra notizia epigrafica è relativa a un’iscrizione che presumibilmente Fabretti acquistò sul mercato antiquario, CIL VI, 20616 (EDR111140, G. Tozzi: descritta in CIL come frons urnae, in EDR come ara, è in realtà una lastra in forma di stele) (Fabretti 465, XIX, cap. VI); ma in questo caso si tratta, più che di una notizia, di una richiesta d’aiuto, con un’insolita inversione di ruoli. Se Mabillon abbia fornito i lumi richiesti, non sappiamo; fatto sta che nell’Explicatio Fabretti preferì riportare per esteso la risposta di Gijsbert Cuper, col quale aveva stretto amicizia per corrispondenza fin dal 1682 grazie alla mediazione del solito Magliabechi39. Sorge il dubbio che questa prima richiesta di delucidazioni sia un mero pretesto per l’altra che segue immediatamente, relativa all’iscrizione di Leopardus, della quale come si è visto Fabretti aveva già in precedenza fornito a Mabillon la trascrizione e il disegno. Sappiamo già che questi si accingeva a ben presto «fare grazia» a Fabretti delle proprie delucidazioni, ma non in privato e per lettera, come l’urbinate sembra aspettarsi ancora a questo punto, bensì pubblicamente e a mezzo stampa. Vien fatto di domandarsi se il comportamento di Mabillon fino a quel momento fosse stato del tutto limpido: aveva capito Fabretti che era intenzione del suo ospite pubblicare per primo quell’iscrizione? E quand’anche su ciò vi fosse stata chiarezza, poteva immaginare l’abisso incolmabile che li separava nella sua interpretazione?

Tutto lascia supporre il contrario, come si vedrà nella seconda parte di questo lavoro; ma osserveremo fin d’ora che nemmeno Fabretti era stato del tutto trasparente nei confronti di Mabillon. Nella lettera del 26 ottobre l’urbinate, presumibilmente sollecitato dall’interlocutore, non aveva negato di essere al corrente delle oltraggiose proposizioni di Burnet in merito alle catacombe («io già sentii che Brunet revocava in dubbio…»), ma solo per sentito dire; ora ammetteva non solo di avere ascoltato quelle proposizioni direttamente da lui, ma anche, per buona misura, di avere condotto i discepoli di Burnet, uno più eretico dell’altro, a curiosare nelle catacombe romane – quelle stesse catacombe che Burnet andava descrivendo come fosse comuni destinate a comuni malfattori e schiavi fuggitivi – come se l’aria satura di santità potesse farli rincristianire alla maniera di «Francesco d’Hollanda». Frattanto i Burnet’sTravels avevano iniziato a circolare con tale successo che in capo a un mese era andata esaurita la quarta ristampa; e già si minacciava una traduzione francese a beneficio del pubblico vasto e agguerrito degli Huguenots espatriati verso l’Inghilterra e l’Olanda a seguito dell’editto di Fontainebleau40.

Per i maurini l’offensiva protestante sul fronte delle catacombe romane rappresentava una minaccia, politica prima ancora che religiosa, ma anche un’opportunità. Così Germain chiamava alle armi Magliabechi il 25 agosto del 1687, dopo aver divorato in una notte la traduzione francese dei Travels:

«Je ne sais si vous avez lu en français ou en anglais le voyage d’Allemagne, de Suisse et d’Italie du Docteur Burnet, anglais puritain qui est réfugié en Hollande, où il s’est depuis peu fort bien marié, en haine du Roi d’Angleterre à qui il a adressé des pièces bien insolentes, et dont il serait puni s’il mettait le pied en Angleterre ou en Écosse. Ce Burnet fait une description de ses voyages où il ne paraît aucun charactère d’honnête homme, ni d’homme de bien. Ce n’est qu’une satyre continuelle et des calomnies et des injures grossières contre la religion, les rites et les cérémonies de l’Église catholique. J’ai lu en une nuit cet ouvrage traduit en français. Il y parle pourtant assez bien de S.A.S. le Grand-Duc et de vous, aussi bien que de quelques gens de lettres. Nos voyage paraissant en même temps (permettez-moi, Monsieur, de dire un peu sottement, mais pourtant véritablement, avec l’estime et la satisfaction du public), les savants disent qu’il faut juger des belles maximes de la foi catholique et des ténèbres de l’esprit hérétique par la comparaison de ces deux ouvrages. Il y a même un savant qui, malgré nous, tourne en français notre Iter Italicum, àfin de réfuter quelques endroits faux et malins de celui de Burnet. Sur quoi, Monsieur, si vous avez quelque mémoires rares pour justifier que les anciennes catacombes et cimetières ont été faits par des chrétiens pour y ensevelir les martyrs et les autres fidèles, vous servirez l’Église en nous l’envoyant; car Burnet avance sans prevue légitime que les cimetières sont plus anciens que le christianisme et qu’ils ont servi, avant et durant les temps de la persécution, à enterrer les ossements des esclaves et des malfaiteurs qu’on suppliciait.»41

Il confronto inevitabile tra l’Iter Italicum e i Burnet’s Travels, prodotti editoriali speculari e concorrenti di due aree geopolitiche e confessionali che apparivano in quel momento sull’orlo di una nuova guerra dei Trent’anni, assegnava di fatto alla Congregazione di St.-Maur la leadership culturale della crociata contro l’ultima aggressione protestante alla santità della religione cattolica: chi voleva servire la Chiesa di Roma, mandasse un mémoire a Parigi. Una reazione scomposta avrebbe rischiato di evidenziare le differenze inconciliabili che esistevano in seno al campo cattolico, a cominciare da quelle tra Mabillon e Fabretti, che la pubblicazione dell’Iter Italicum aveva nel frattempo portato allo scoperto42. La sortita intempestiva di Emmanuel Schelstrate, che in quello stesso mese di agosto 1687 aveva inviato a Pierre Bayle, direttore delle Nouvelles de la République des Lettres, contraltare protestante del Journal des Savants, una lettera anonima contro le “calunnie” di Burnet, finì per fare il gioco dell’avversario; ne fu pubblicato soltanto un riassunto, non sulle Nouvelles ma su una rivista di minor diffusione, la Histoire des Ouvrages des Sçavans, accompagnato dalle controdeduzioni che una «Person of Quality» parimenti anonima aveva avuto modo di formulare in occasione di un’escursione fuori porta San Sebastiano… in compagnia di Fabretti; e queste furono accluse in appendice a tutte le successive edizioni dei Burnet’s Travels, sia in inglese che in francese43. Anche l’urbinate fu sollecitato a contribuire, come ci accingiamo a vedere; la sua risposta è conservata integralmente, seppure smembrata, nel solito manoscritto dei Papiers de Montfaucon.

Il 23 settembre del 1687 Estiennot scriveva in calce a una lettera a Dom Louis Bulteau, segretario ab epistulis di Mabillon a St. Germain-des-Prés:

«Le R.P. Dom Jean Durand par ordre du R.P. Mabillon que je salue (…) m’avait prié de demander à l’Abbé Fabretti: 1° Vinum de grano; 2° Vinum de partio (?); 3° Vinum de Proconia ou de Procoma; 4° Oleum Tacria; 5° Ecclesia S. Johannis ad Vestem; voici la réponse de M. Fabretti à ces difficultés»44.

La risposta di Fabretti, presumibilmente separata dalla lettera di Estiennot fin dal suo arrivo nelle mani di Bulteau, si legge in un biglietto al f. 101 del ms. BNF Lat. 11919:

 

7) Risposta ad alcuni quesiti di erudizione storico-ecclesiastica; due esempi di iscrizioni pagane reimpiegate in ambito cristiano (BNF Lat. 11919, f. 101)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b105083500/f207.item

[Lungo il bordo a sin., mano di Estiennot:] Pour le R.P. D. Jean de Mabillon della parte del signor Abb(at)e Fabretti.

Pax Christi.

Tria priora quaesita pertractat eruditissimus DuCange post cuius labores frustra aliorum indicium expectes.

Ad (quartu)m de oleo Tacria, nil prorsus succurrit.

Ad (quintu)m de eccl(esia) S. Johannis ad Vestem, crederem esse eandem cum Lateranensi ex ea ratione, cum cum Vestis D(omini) N(ostri) Jesu Christi olim inservaretur in ecclesia S(an)ct(a)e Mariae de Campo Carleo, quae propterea ad Spolia Christi appellabatur, quod nomen in recens detortum fuit Santa Maria di Spoglia Christo; ecclesia Lateranensis cuius alia filialis existit iam pridem beata illa spolia asportavit, unde forsan S. Joh. ad Vestem (Christi scilicet) ad aliquot tempus dicta fuit.

[f. 101v:]

Inscriptio de qua mentionem habui hinc inde characteribus notata.

Ita se habet in parte interiori loculum respiciente: [CIL VI, 21279a; Fabretti p. 142, nr. 154]

Pars exterior cuilibet conspicua: [CIL VI, 21279b; Fabretti p. 142, nr. 155]

Aliam nuper tabellam e loculo coemeteriali extracta comparavi utrimque pariter pagana epigraphe inscriptam sed inverse positam.

Mala litera exterius conversa: [CIL VI, 10158 = EDR109322, M. Giovagnoli; Fabretti p. 163, nr. XXX]

Optima litera interius posita: [CIL VI, 28237 = EDR165707, S.M. Marengo; Fabretti p. 306, nr. XXXIII]

Alias dare possem si e re foret.

È facile intuire lo sgomento dell’urbinate davanti ai quesiti di Mabillon, che suonano così astrusi – non solo per il lettore digiuno di erudizione storico-ecclesiastica, come il sottoscritto, ma perfino allo stesso Fabretti, il quale di fatto risponde soltanto a uno di essi, e a lume di naso45 – da far balenare il dubbio che si tratti di uno scherzo, o di un messaggio in codice, o al limite di un infortunio del passaparola tra Mabillon, Durand ed Estiennot.

Assai più rilevanti all’argomento delle precedenti conversazioni tra i due (e di conseguenza totalmente non correlate ai cinque quesiti sul recto) sono le due iscrizioni opistografe elegantemente disegnate sul verso; si tratta evidentemente di due esempi, scelti fra tanti altri che Fabretti potrà fornire si e re foret, di un fenomeno che aveva suscitato la curiosità di Mabillon già in occasione della sua visita ai cimiteri di Castulo e Ponziano nel gennaio 1686: ovvero, il reimpiego di iscrizioni pagane nei cimiteri cristiani. Si tratta in entrambi i casi di lastre opistografe reimpiegate più volte, prima in ambito pagano – donde la seconda iscrizione – e poi di nuovo in ambito cristiano a chiusura di un loculo; cosicché era inevitabile (questo, suppongo, il ragionamento sotteso) che agli occhi dell’osservatore esterno si presentasse comunque un’iscrizione pagana, ancorché litteris calce obductis, come annota Fabretti nell’edizione a stampa di CIL VI, 21279 a-b46. Della prima Fabretti sostiene, a prima vista oscuramente, di avere «fatto menzione» in precedenza; in quale occasione, lo vedremo con il prossimo documento.

Con il successivo corriere settimanale, il 30 settembre 1687, Estiennot allega alla propria lettera a Bulteau un «mémoire» di Fabretti per le mani di Mabillon, insieme ai saluti «du seigneur philosophe Auzout, de l’Abbé Fabretti, Monsignor Ciampini et tutti quanti»47; non credo possano sussistere dubbi circa l’identificazione di tale documento con i ff. 97-98 del solito ms. BNF Lat. 11919, che trascrivo di seguito. La definizione di «mémoire» presuppone qualcosa di più di un biglietto come quello allegato alla lettera del 23 settembre, ma anche di una semplice «lettre» scritta sui due versi di un singolo foglietto in ottavo come quelle inviate da Fabretti a Mabillon: tra le carte di sicura autografia fabrettiana da me rintracciate nei mmss. dei benedettini francesi, il documento in questione è l’unico che si estenda su più di un foglio; rispetto alle lettere e ai biglietti che abbiamo esaminato fin qui, si distingue inoltre per una maggiore cura calligrafica. L’argomento riecheggia la richiesta di Germain a Magliabechi nella lettera del 27 agosto, «mémoires rares pour justifier que les anciennes catacombes et cimétières ont été faits par des chrétiens pour y ensevelir les martyrs et les autres fidèles»; si direbbe in effetti, vista anche la tempistica della risposta, che Mabillon abbia contemporaneamente fatto pervenire un’analoga richiesta a Fabretti, formulata però come una serie di quaesita puntuali. Appare chiaro, infine, che la prima delle iscrizioni opistografe riprodotte sul verso del biglietto del 23 settembre – quella introdotta dalla misteriosa annotazione «inscriptio de qua mentionem habui…» – era destinata a occupare i due spazi vacanti al f. 97v, laddove si legge: «nuper namque in Coemeterio B(eati) Castuli faciei exteriori cuiusdam loculi, lapis ita inscriptus, reliqua parte abrupta, inventus a me fuit… A cuius parte posteriori, et loculum respiciente, haec leguntur…». Apparentemente il «mémoire» del 30 settembre fu scritto, o quantomeno cominciato a scrivere, prima del biglietto del 23, che lo completa; per quale accidente sia pervenuto al destinatario solo una settimana più tardi, non saprei indovinare.

 

8) «Mémoire» per servire alla confutazione delle tesi di Burnet, contenente un estratto dal Cap. I della Explicatio (BNF Lat. 11919, ff. 97-98)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b105083500/f199.item

De nostris coemeteriis aliqua dicam in notis ad meas Inscriptiones quas propediem publici iuris faciam ad caput VIII Inscriptiones Christianae. Modo raptim ad quaesita.

Ad (primu)m an eorum effossio Christi aeram anteceperit. Id minime puto: quia nusquam repositum ethnicos tali sepulturae genere usos. Quamvis enim non negem modum eundem tumulandi applicito ad lateres Cryptae loculo ad morem nostrorum Christianorum excavato, et exstrinsecus occluso ante necrocausiam viguisse, cuius rei exemplum affero ex vetustissimis monumento 4 cellis distincto in rupe praediis Nobb. De Crescentijs V lap(ide) Viae Flaminiae; attamen arcta spatia et ubique aequalia nostrarum catacumbarum occupatis undique ab imo ad summum modica distinctione lateribus peculiaria et non nisi Christianorum monumentis convenientia signa praebent, Cryptas, Christiani operis tantum fuisse.Scio praecipuum Burneti argumentum inniti in paucitate Christianorum prae tot tumulis quos nostra Coemeteria claudunt.Sed tum numerum ingentem Christicolarum fuisse Martyrologia, et acta a notarijs Ecclesiae scripta demonstrant: tum longaevitas persecutionum efficere potuit, ut pauci licet, CCC et ultra annorum spatio, tantum operis perficere valuerint.

Ad (secundu)m, an promiscue pagani Christianis permixti in eiusmodi Coemeteriis deponerentur. Negative omnino respondendum assero.Probavit hoc iampridem Auctor Romae Subterraneae l. V. c(apite) 1° et 2°, cuius dicta transcribere superfluum est. Addam tamen pluribus indiciis hanc commixtionem excludi. Primum, Romanos adeo ultimae memoriae sollicitos, qui et infimae sortis hominibus, et libertis, ipsisque servis titulos posuerint, ut in monumentis paganis passim observari potest; adeo incuriosos fuisse in istis Coemeteriis, ut ne nomen aut syllabum sibi inscripserint. Quotquot enim paganae epigraphe in iis reperiuntur (suntque quamplurima apud me) eae omnes intus versae, tamquam a monumentis paganorum suffuratae, mutilae, abruptae, et faciei loculorum etiam per iniuriam adaptatae cernuntur. Qui potuissent pagani suorum consectaneorum sepulturae violationi consentire, aut grande apud [97v] ipsos facinum dissimulare? Nec dici potest haec clam paganis a Christianis peracta; quia si communis erat ad haec coemeteria accessus, impossibile fuisset ut in eorum religionem attentata incomperta remansisse. Accedat quod non semel patentia huius iniuriae vestigia relinquebantur: nuper namque in Coemeterio B(eati) Castuli faciei exteriori cuiusdam loculi, lapis ita inscriptus, reliqua parte abrupta, inventus a me fuit:

(vacat) [scil. CIL VI, 21279b, cfr. f. 101v]

A cuius parte posteriori, et loculum respiciente, haec leguntur:

(vacat) [scil. CIL VI, 21279a, cfr. f. 101v]

Propterea cellae quamplurimae sacris picturis adornatae, et sarcophaga marmorea veteris et novi Testamenti historiis insignita, nullique ex adverso paganorum tituli, nulla idola quibus alioqui refertae illorum sepulturae sunt, quomodo animum inducere possunt ut promiscua habeantur ea Coemeteria in quibus Christianorum omne, nil paganorum invenitur? Numismata enim profana quae in cryptis reperiuntur, vel tempora depositionum signant, vel memoriae et distinctionis caussa a Christianis adhibita fuere: nam si secus esset, cur in ethnicorum monumentis (si ethnicis convenire dicamus) nusquam apparent? Tandem si promiscuus fuit usus tumulandi ac cremandi corpora usque ad Theodosii Magni saeculum, ut probare conatus sum in annexa particula Cap.I mearum domesticarum inscriptionum: cur in [98r] paganorum monumentis aperta utriusque sepulturae generis praxis; de cineribus autem paganorum quos commune Coemeterium cum nostris habuisse volunt, nec nota, nec vestigium?

Ad (tertiu)m de sanguinis vasculis, aut clavis, lanceis, aliisque, quae instrumenta aut signa martyrii pro fide Christi ab eius athletis passi; an ea in sepulchris quoque paganorum reperiantur. Aperte reperiri negamus. In eorum quippe loculis, perinde quidem ac in nostris vitreae ampullae asservantur; sed nostrae, rubentis adhuc sanguinis tenui quadam crustula obductae, paganorum viridentis humoris sulco, qualem lachrimae relinquunt, exaratae; quarum ne quidem ullas a sacris Coemeteriis extractas ostenderepotessunt adversae sententiae auctores.


Segue l’annunciata particula del Cap. I delle domesticae inscriptiones, di cui non occorre fornire qui una trascrizione, perché il testo corrisponde ad verbum a quello stampato nel 1699 (pp. 16-17), compresi i disegni delle iscrizioni (qui non ancora numerate) e le rispettive didascalie, tranne che per due differenze:

- Nell’edizione a stampa, la didascalia all’iscrizione nr. 74 (CIL XIV, 252) recita: Vinea D. Dominici Ciampini via Lat. ad XI lap.; nel ms., Vinea Ill.mi Ciampini via Latina lap. X. Noteremo fin d’ora che Dominicus Ciampinus e l’Ill.mus Ciampinus non sono la stessa persona: quest’ultimo è naturalmente da identificarsi con Giovanni Giustino Ciampini, inseparabile sodale di Fabretti nelle scampagnate con Mabillon e Germain; l’altro è il fratello, che succedette nella proprietà della vigna dopo la morte dell’Illustrissimus nel 1698.

- Manca dal ms. quella che nell’edizione è l’iscrizione nr. 76 (CIL VI, 29989) con la relativa presentazione («distinguitque hoc inscriptionis fragmentum…») e la didascalia («in Vinea ad Bivium e regione Porta Latina muro inserta»); evidentemente si tratta di un inserto posteriore.

Riservando per la seconda parte di questo lavoro un esame approfondito non solo e non tanto delle risposte di Fabretti, tutte in qualche misura scontate, ma anche e soprattutto dei quaesita di Mabillon, che mirano più a saggiare la solidità delle argomentazioni di Fabretti che a oppugnare quelle di Burnet, preparando il terreno per la controffensiva gallicana che sarebbe sfociata nell’Epistola Eusebii Romani, mi soffermerò qui soltanto su ciò che dal «mémoire» possiamo ricavare in merito alla vicenda compositiva della silloge fabrettiana, a integrazione di quanto già osservato in precedenza.

Occorre innanzitutto rilevare che quella incorporata nel «mémoire» non è l’unica particula autografa del manoscritto della Explicatio pervenutaci fra i Papiers de Montfaucon; un secondo estratto, questo dal Cap. V, è conservato al f. 85 dello stesso manoscritto.

 

9) Estratto dal Cap. V della Explicatio (BNF Lat. 11919, f. 85)

https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b105083500/f175.item

Neppure in questo caso occorre una trascrizione completa: il testo è riprodotto ad verbum alle pp. 379-380 dell’Explicatio, comprese le figure e le relative didascalie; si tratta dei lemmi nr. XXXII (CIL VI, 1800, o più precisamente exemplum novicium tratto da CIL VI, 1800, come credo di avere dimostrato altrove: Slavich 2023, pp. 109-112) e nr. 191 (CIL VI, 3450*: urna marmorea, presumibilmente genuina, recante iscrizione funeraria di Pertinace, falsa). Unica differenza, l’espunzione dal testo stampato delle ultime righe del testo manoscritto:

Marmor diu latens [scil. l’exemplum novicum tratto da CIL VI, 1800] Ill.mo Ciampino venum oblatum, idem in mei gratiam, novumque amoris pignum comparavit, servandumque cum caeteris in praecipuum nostri Musaei ornamentum, dono dedit.

Non è chiaro per quale motivo Mabillon avrebbe chiesto informazioni a Fabretti riguardo all’una o all’altra delle due iscrizioni discusse nell’estratto, che non sembrano particolarmente rilevanti rispetto ad alcuno dei loro consueti argomenti di conversazione; cionondimeno, non vedo ragione per dubitare che sia lui il destinatario.

Abbiamo visto che alla fine del 1687 restavano ancora da scrivere a Fabretti due soli capitoli dell’Explicatio, bolli e iscrizioni cristiane: apprendiamo ora che quello delle greche era stato soppresso già durante l’estate, dal momento che nel «mémoire» il capitolo delle Inscriptiones Christianae è ormai indicato come l’ottavo. L’obiettivo di una pubblicazione entro il 1688 doveva apparire a portata di mano. A scompigliare i piani fu probabilmente la nomina di Fabretti a Custode delle Reliquie e dei Cimiteri nel novembre o dicembre del 1687, non solo e non tanto per il gravame della carica, ma anche per l’opportunità che essa gli fornì di incrementare la propria collezione, avendogli il Cardinale Carpegna concesso facoltà di asportare iscrizioni a suo piacimento, sia cristiane che pagane, come dichiara lo stesso Fabretti nell’introduzione all’Explicatio48. Le nuove acquisizioni dovettero spingerlo dapprima a rivedere la selezione iniziale, poi a rinunciare all’idea stessa di una selezione: alla fine furono trasferite a Urbino e incorporate nella silloge tutte le iscrizioni in suo possesso, il cui numero era lievitato a 432, mentre quelle addotte «in esplicazione e corroborazione» delle prime tornarono ad avvicinare le 4000. Una sequenza di istantanee dalle lettere di Fabretti a Claude Nicaise illustra efficacemente il rapido allontanamento del traguardo nei primi anni ’90 del Seicento: ancora nell’ottobre del 1689, l’opus era paene ad umbilicum adductum; due anni più tardi la sua pubblicazione era attesa «entro breve», perché la morte di Papa Alessandro VIII, del quale Fabretti era stato Segretario ai Memoriali, gli aveva se non altro restituito l’opportunità di dedicarvisi a tempo pieno, ma il numero delle iscrizioni era risalito nel frattempo a IV circiter milia; sei mesi più tardi, ormai rassegnato, l’urbinate si paragonava a Sisifo – saxa incessanter volvo, et ut plura quotidie emergunt, operi insero49.

Cionondimeno, gli excerpta inviati a Mabillon nel 1687, insieme alle incongruenze cronologiche che abbiamo riscontrato qui e là nel testo stampato, mostrano senz’ombra di dubbio che il manoscritto dei capp. I-VI elaborato quasi di getto nel corso di quell’anno continuò a costituire lo scheletro intorno al quale Fabretti andava aggregando i nuovi materiali, e finì per essere pubblicato nel 1699 praticamente intatto. Si noterà che le uniche due variazioni fra gli excerpta manoscritti del 1687 e il testo stampato nel 1699 comportano entrambe l’espunzione del nome di Giovanni Giustino Ciampini, l’amico inseparabile di Fabretti: a uno sguardo più attento non si tratta di una coincidenza, ma di una vera e propria damnatio memoriae. Il nome di Ciampini, di quel Ciampini, non si legge una sola volta nelle 759 pagine dell’Explicatio, neppure nell’indice. Ricorre decine di volte il Museum Ciampinum; mai la persona di Ciampini, nemmeno nella prefazione, laddove Fabretti passa in rassegna i propri amici e collaboratori – fra i quali Filippo Buonarroti, Francesco Bianchini e Filippo Del Torre, tutti e tre reclutati dall’urbinate tra i frequentatori dell’Accademia fisico-matematica che si riuniva a casa Ciampini. Nel rivedere per la stampa il testo del 1687, Fabretti si curò meno di correggere le indicazioni cronologiche obsolete che di tirare un frego sul nome dell’amico ogniqualvolta gli capitasse sotto gli occhi. I motivi di questa scomunica postuma potrebbero essere legati al testamento di Ciampini, che suscitò sconcerto e indignazione, perché diseredava di fatto il fratello Domenico e i sette nipoti a beneficio di una fondazione che mantenesse in vita l’Accademia, e finì disatteso50; oppure alle sue tardive velleità collezionistiche, che lo avevano portato ad accumulare negli ultimi dieci anni della propria vita una notevolissima raccolta epigrafica, alimentata in parte anche dalle scoperte di Fabretti; ma questo è un problema che necessita di ulteriore approfondimento, e che mi riprometto di affrontare in altra sede insieme ai colleghi del progetto ProDEM.

Note
  • 1

    La bibliografia essenziale su Raffaele Fabretti (Urbino, 1620-1700) è quantitativamente contenuta e pressoché esclusivamente in lingua italiana: Ceresa 1993; Luni 2001 (da integrare con Panciera 2006, inizialmente concepito come prefazione del volume); i contributi raccolti negli Atti della Giornata di Studi Raffaele Fabretti archeologo ed erudito (24 maggio 2003), pubblicati nel 2006 a cura di Danilo Mazzoleni. Si noterà fin d’ora che nessuno di questi lavori tiene adeguatamente conto della corrispondenza di Fabretti, consistente ma dispersa, la cui riscoperta è in gran parte merito più recente di Elena Vaiani (Vaiani 2005, quadro generale alle pp. 212-214; Vaiani 2007); utile rassegna bibliografica in Pietrobono 2012.

  • 2

    Tutti i manoscritti cui mi accingo a fare riferimento possono essere consultati integralmente online e perfino scaricati in vari formati dalla biblioteca digitale Gallica; anche per questa ragione si è scelto, di concerto col curatore del volume, di conferire alla Prof. Gallo la quota di immagini spettante a questo contributo, rimandando di volta in volta il lettore alle fotografie delle singole pagine per mezzo di link ipertestuali. Per il ms. BNF Lat. 11919: https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b105083500.

  • 3

    La bibliografia su Jean de Mabillon è invece semplicemente sconfinata; ancora fondamentale è la documentatissima biografia in due tomi di Leclercq 1953-1957.

  • 4

    Montfaucon ebbe modo di incontrare Fabretti durante i suoi soggiorni a Roma tra il 1698 e il 1701, ma difficilmente poté stabilire una corrispondenza con lui, perché l’urbinate morì prima del suo rientro in Francia (Montfaucon 1701, p. 273: «e vicino sedes habuit Raphael Fabrettus, rei antiquariae aetate sua Romae princeps. Huic, cum iam in studiis bonisque artibus consenuisset, quadam necessitudine coniunctus sum; at seram amicitiam invida mors oppressit»). Sono ovviamente in errore quanti hanno sostenuto (Ceresa 1993, p. 739; Pietrobono 2006, p. 125) che i contatti tra i due risalissero addirittura al breve soggiorno dell’urbinate a Parigi nel 1665, quando Montfaucon aveva appena nove anni, come ha osservato Vaiani 2005, pp. 213-214, con nt. 9.

  • 5

    Anch’esso consultabile online su Gallica: https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b10500734q; il biglietto di Fabretti è segnalato da Vaiani 2005, p. 214, nt. 10.

  • 6

    Vaiani 2005, pp. 212-213, nt. 5.

  • 7

    Ceresa 1993, p. 739, donde Pietrobono 2006, p. 125 con nt. 35: l’incontro è fatto risalire addirittura al 1664, quando Fabretti soggiornò a Parigi di ritorno da una missione in Spagna. Il dono del De aquis e del Columnae Traianae Syntagma fatto a Mabillon in occasione della sua prima visita a casa Fabretti il 20 luglio 1685 (Mabillon, Iter Italicum, p. 73), talora addotto a dimostrazione dell’intima amicizia tra i due, suggerisce in realtà esattamente il contrario – se Fabretti fosse stato già da tempo in corrispondenza con Mabillon, i libri glieli avrebbe fatti recapitare per corriere freschi di stampa, come avrebbe fatto anni più tardi Giovanni Giustino Ciampini con le proprie pubblicazioni (ms. BNF Fr. 17678, ff. 104-105; su Ciampini cfr. ntt. segg.), o come fece lo stesso Mabillon con l’Iter Italicum nell’estate del 1687.

  • 8

    Per contro, i nomi di Fabretti e Ciampini ricorrono con una certa frequenza nella corrispondenza dei maurini con l’Italia durante e dopo il soggiorno a Roma di Mabillon e Germain, almeno fino all’ottobre del 1687: Valéry 1846, t. I, pp. 92, 108, 195; t. II, pp. 63, 104, 111, 119.

  • 9

    Per un ritratto a tutto tondo di Giovanni Giustino Ciampini (1633-1698) si veda Grassi Fiorentino 1981; cfr. anche Ago 2014, pp. 58-75, 105-110 (per il collezionismo di antichità).

  • 10

    Fu Ciampini a ricevere per primo Mabillon e Germain nella propria casa di via dell’Anima il 4 luglio 1685 (Mabillon, Iter Italicum, p. 65), tre settimane dopo il loro arrivo a Roma, presumibilmente in occasione della seduta dell’Accademia Fisico-Matematica nella quale i due maurini ascoltarono una dissertazione di argomento scientifico del giovane Francesco Bianchini (ibid., p. 49); fu probabilmente in quella circostanza che fecero la conoscenza di Fabretti, che dell’Accademia era stato assiduo frequentatore fin dalla sua fondazione (Fabretti 1680, pp. 30-31). Al 19 luglio si data la prima escursione con Ciampini e Fabretti ai giardini della villa Montalto-Peretti, cioè alle terme di Diocleziano; l’indomani toccò a Fabretti ricevere a casa propria gli illustri ospiti, che ammirarono la sua grande collezione epigrafica (Mabillon, Iter Italicum, pp. 73-74).

  • 11

    In generale sulla scarsa circolazione della pubblicistica italiana in Francia negli anni ’80 del Seicento cfr. Waquet 1989, pp. 31-41; per quanto riguarda in particolare Fabretti, la notizia del Journal des Savants sul trattato De aquis et aquaeductibus ne lamenta esplicitamente l’irreperibilità nelle librerie francesi (JdS 1681, p. 40). Fuori da Roma il sessantacinquenne Fabretti godeva di una notorietà molto recente (la sua prima opera, il De aquis et aquaeductibus veteris Romae, era stata stampata solo nel 1680) e in buona parte legata alle polemiche con Gronovius e Bellori, l’uno e l’altro assai più celebri di lui (come osservava velenosamente Emmanuel Schelstrate, buon amico di Fabretti e Ciampini, nel rispondere alla richiesta di informazioni da parte di un amico di Gronovius: Ceyssens 1949, p. 103; cfr. in generale Vaiani 2005, 215-218). Ciampini non aveva ancora pubblicato nulla a proprio nome: la sua notorietà oltremontana, probabilmente non inferiore a quella di Fabretti, era legata più che altro alle Accademie che aveva fondato, a quelle di cui era socio (tra le quali l’Arcadia), alla direzione del Giornale dei Letterati, la più antica rivista letteraria d’Italia, che aveva mantenuto fino al 1681, e (non ultimo) alla sua famosa ospitalità verso gli eruditi stranieri, cattolici e protestanti, che alloggiava gratuitamente in casa propria per periodi anche lunghi. Non è un caso che la sua prima preoccupazione, nel ricevere Mabillon a casa propria, fosse quella di mostrargli il manoscritto del suo magnum opus, i Vetera Monumenta Urbis Romae, stampato a partire dal 1690 (Mabillon 1685, p. 65); due anni più tardi avrebbe cercato senza successo, per tramite di Emmanuel Schelstrate, di convincere Mabillon a far stampare l’opera a Parigi da Muguet (il tipografo di fiducia dei benedettini di St.-Maur) o Boudot (lo stampatore dell’Iter Italicum): ms. BNF Fr. 19657, ff. 50 (28 febbraio 1687) e 51 (8 aprile dello stesso anno).

  • 12

    Di Ciampini ci è pervenuta una sola lettera di questo tenore, del 10 dicembre 1686 (ms. BNF Fr. 19651, f. 105): se non vado errando, nessuna delle notizie in essa contenute trovò spazio nell’Iter Italicum.

  • 13

    Valéry 1846, t. III, p. 243.

  • 14

    Valéry 1846, t. III, p. 272: «Illustrissimo Fabretto legendas tradidi litteras tuas ea parte, qua illius benevolentiam et eruditionem luculento elogio prosequebaris; plurimumque laetatus tanti viri amica significatione amplissimas meis verbi stibi tuoque Germano gratias refert rogatque, ut eum reponas in tuis, ducasque in numero necessariorum». Si noterà tuttavia che alle due lettere inviate da Ciampini a Mabillon nel 1692 in occasione della stampa dei Vetera Monumenta Urbis Romae, sono allegati i saluti dello stesso Ciampini a Germain e quelli di Schelstrate a Mabillon, ma non quelli di Fabretti: ms. BNF Fr. 17678, ff. 104-105.

  • 15

    Su questa vicenda, esaustivamente, Leclercq 1957, t. II, pp. 712-738; Herklotz 2011 (specialmente pp. 213-214 per il ruolo di Fabretti; traduzione italiana in Herklotz 2017, pp. 308-309); Julia – Baciocchi 2021.

  • 16

    Valéry 1846, t. III, p. 269. Il cinismo di Estiennot è un salutare antidoto alla tentazione sempre dietro l’angolo di dare per scontata la sincerità delle affettate espressioni di reciproca stima e gratitudine di cui è costellata la corrispondenza formale degli eruditi dell’epoca: si veda per contrasto ciò che del carissimo Stephanotius scriveva Ciampini a Mabillon nel 1692, ms. BNF Fr. 17678, f. 104.

  • 17

    Il 23 settembre: «je n’ai encore rien vu de M. Fabretti» (III, p. 40, nr. CCCXIX).

  • 18

    Segnatamente nel cap. VIII dedicato alle iscrizioni cristiane, Fabretti, Explicatio, pp. 564-565 e 575, con una ripresa nel cap. X, p. 741, e un’anticipazione nel cap. I, p. 112 che rimanda esplicitamente al cap. VIII; ben diverso il tono col quale Fabretti menziona Mabillon ancora nel cap. VI (p. 481) a proposito dell’antico manoscritto (la silloge di Einsiedeln) «quod eruditissimus, meique amantissimus P. Mabillonius … publicum fecit» (con riferimento ai Vetera Analecta del 1675), a conferma di quanto si vedrà di seguito riguardo alla cronologia della composizione dell’opera.

  • 19

    Vita di Raffaello Fabbretti urbinate, detti Iasiteo Nafilio, trasportata dal testo latino dell’Ab. Domenico Riviera da Urbino, detto Metaureo Geruntino, nel nostro volgar toscano dal Can. Gio. Mario Crescimbeni Maceratese, in Vite degli Arcadi Illustri, t. I, Roma 1708, p. 98 (riprodotto in Luni 2001, p. 54).

  • 20

    CIL VI, 1851a-c (EDR121950, G. Crimi); cfr. Fabretti, Explicatio, p. 456, nrr. XVI, 74, 75.

  • 21

    La notizia relativa alla Responsio Jacobi Gronovii ad cavillationes Raphaelis Fabretti era apparsa nel fascicolo dell’annata 1685, stampato il 19 gennaio, JdS 1685, pp. 40-41.

  • 22

    Valéry 1846, t. II, nr. LXXIV, pp. 195-196 (Michel Germain a Placide Porcheron, da Roma, 1 gennaio 1686): «Je ne suis pas aussi faché que vous disiez au dehors que l’illustre Raphael Fabretti nous a montré la réfutation du jeune Gronovius qu’il prépare au public. Ce jeune homme de devait pas assurément traiter ignominieusement, comme il l’a fait, ce savant homme. Nous savons par nos propres yeux que Gronovius a tort pour le fond de l’affaire. L’écrit de Fabretti est plein de véhémence et de cruelles injures contre Gronovius. Nous ferons ce que nous pourrons pour les faire extirper, bien autant pour son interêt que pour l’honneur de la République des Lettres; car un homme aussi savant et aussi vénérable que M. Fabretti ne doit pas se venger par injures (…) Il est bon que M. Menage sache cela, et surtout M. l’auteur du Journal, à qui je souhaiterais qu’on pût dire respectueusement et en ami, que, pur avoir cru un peu facilement aux injures et à la présomption du jeune Gronovius, il a un peu maltraité M. Fabretti, dont lui et ses amis romains sont fort mécontents, et ils en parlent à l’italienne; M. l’abbé de la Roque entendra bien ce que cela veut dire.» È a mio avviso con molta generosità che Elena Vaiani ha ravvisato in questa lettera discretamente minatoria un tentativo di «mediare le posizioni e fermare la diatriba» (Vaiani 2005, p. 216).

  • 23

    JdS 1685, pp. 298-299. Suona come una palinodia il passaggio seguente: «M.B. [scil. l’autore della recensione alla Responsio di Gronovius] dît que par là [Fabretti] s’estoit attiré sur les bras un adversaire fort redoutable. Celuy-ci qui est d’une qualité, d’un mérite, & d’un rang fort distingué, ne l’est pas moins de son costé pour M. Gronovius». Il titolo dell’opuscolo, Iasithei ad Grunnovium apologema in eiusque Titivilitia, sive Somnia de Tito Livio animadversiones, è abbreviato nel JdS in Iasithei ad Grunnovium apologema.

  • 24

    Mabillon, Iter Italicum, rispettivamente pp. 70 (tavola della Bibbia di S. Paolo), 86 (Gebbetius nescioquis), 136 (Franciscus de Hollandia).

  • 25

    Mabillon, Iter Italicum, p, 136.

  • 26

    Biografia estensiva in Clarke – Foxcroft 1907, segnatamente pp. 207-250 per gli anni tra la successione di Giacomo II e la Glorious Revolution del 1688, di cui lo stesso Burnet fu uno dei protagonisti. Sulla natura squisitamente provocatoria (e poco ‘scientifica’ in ogni possibile accezione del termine) delle tesi sulle catacombe di Burnet, «un pugile della teologia, le cui opere miravano a suscitare vespai di avversari» (così Stone 1997, p. 6), si vedano ad es. Gaston 183, pp. 150-151; Ghilardi 2001, pp. 186-188; Herklotz 2019, pp. 117-119.

  • 27

    Burnet, Travels, pp. 178-181: quasi tre pagine sono dedicate all’incontro con Schelstrate, col quale Burnet ingaggiò su due piedi una feroce schermaglia sull’autenticità della documentazione conciliare addotta dallo stesso Schelstrate a confutazione delle proposizioni gallicane nella recente controversia sulle prerogative del clero di Francia; se il suo intento era quello di seminare zizzania tra cattolici ‘romani’ e ‘galli’, come è lecito sospettare, vedremo che la provocazione andò a buon fine. A Bellori e Fabretti tocca appena una riga ciascuno.

  • 28

    Burnet, Travels, pp. 157-167.

  • 29

    Mabillon, Iter Italicum, pp. 138-139, in appendice alla visita con Fabretti al Coemeterium Pontiani e di seguito all’aneddoto di origine fabrettiana su «Franciscus de Hollandia»; di Burnet non è fatta menzione alcuna. Sull’impatto culturale dell’undicesima Dissertatio Cyprianica di Henry Dodwell (1641-1711), intitolata appunto De paucitate martyrum (Dodwell 1682, pp. 57-90), cfr. in generale Quantin 2006 e in particolare Herklotz 2019, 115-117; le argomentazioni di Dodwell, che probabilmente Mabillon conosceva molto meglio di Fabretti, non si basavano su un «calcolo alla grossa», ma anche e in primo luogo sull’evidenza recentissimamente divulgata del De mortibus persecutorum di Lattanzio (un’opera di cui proprio Burnet avrebbe pubblicato la prima traduzione in lingua inglese nel 1687) col suo esplicito riferimento alla longa pax tra Domiziano e Decio (Touber 2016, 275-280), che Mabillon si guarda bene dal richiamare nell’Iter Italicum. A una minuziosa confutazione delle tesi di Dodwell un discepolo di Mabillon, Thierry Ruinart, avrebbe dedicato due anni più tardi la prefazione di un’edizione apologetica (fin dal titolo) degli Acta martyrum, Ruinart 1689, pp. i-lxxiv.

  • 30

    Mabillon, Iter Italicum, p. 85: «Raphael Fabrettus, vir scriptis et eruditione clarus, novam nobis ostendit veterum inscriptionum collectionem ab se factam, quae unum facile volumen conficient, aliae omnino ab editis».

  • 31

    Fabretti, Explicatio, p. 456, nr. XVI.

  • 32

    Cfr. Vaiani 2005, p. 214, nt. 10: la datazione al 1685, che Vaiani riprende dall’annotazione di una terza mano (né di Fabretti, né di Estiennot) nell’angolo superiore destro del f. 12r, è ovviamente erronea alla luce dell’esplicita indicazione cronologica dell’Iter Italicum.

  • 33

    Sulle circostanze della scoperta e dell’esplorazione del Coemeterium Castuli cfr. Giuliani 2004; Giuliani 2006.

  • 34

    Mabillon, Iter Italicum, pp. 73-74; una seconda iscrizione della collezione Fabretti, dedica di un sacello di Silvano recante al rovescio quello che Mabillon definisce un ‘epitaphium cuiusdam Martyris’ (CIL VI, 647; ICUR I, 3875 = EDB33815), è menzionata accanto a questa, ma il testo non è riprodotto.

  • 35

    Mabillon avrebbe ribadito la propria argomentazione nella seconda edizione (1705) dell’Epistola Eusebi Romani ad Theophilum Gallum Burnet de cultu sanctorum ignotorum, pp. 22-25.

  • 36

    Altrimenti dovremmo supporre che le iscrizioni «più belle» fossero le 75 inviate con la prima spedizione, e 150 la consistenza approssimativa della collezione (comprese molte decine di bolli laterizi) al 29 aprile 1687; nel qual caso si sarebbe trattato di una collezione come tante altre a Roma, assai più modesta di quella che Giovanni Giustino Ciampini avrebbe raccolto in pochi anni dopo la visita di Mabillon. Fabretti raccoglieva iscrizioni ormai da parecchi anni, se è vero – come lui stesso accenna nella prefazione dell’Explicatio – che a trasmettergli la passione per l’epigrafia era stato l’amico Giovanni Lucio, morto nel 1679; non credo si possa inferire dalla testimonianza di Mabillon, Iter Italicum, p. 73 («Raphael Fabrettus… novam nobis ostendit veterum inscriptionum collectionem ab se factam») che «solo da pochi anni Fabretti si fosse dedicato alla costituzione della raccolta epigrafica» (così Pietrobono 2006, pp. 138-139). La ricostruzione della formazione della collezione in Luni 2001, pp. 11-26 è viziata all’origine da un errore riguardo all’ingresso in carica di Fabretti come Custode delle Reliquie, che è inspiegabilmente fatto risalire al 1673.

  • 37

    Vaiani 2007, nr. I (Fabretti a Magliabechi, 1 novembre 1681), pp. 331-332. A pubblicare i manoscritti del Doni sarebbe stato infine Antonio Francesco Gori, allievo del senatore Filippo Buonarroti, uno dei tre fidati collaboratori (insieme a Francesco Bianchini e Filippo del Torre) ricordati da Fabretti nella prefazione dell’Explicatio.

  • 38

    Per le fonti manoscritte dell’Explicatio, che solo in parte è possibile identificare, e per il metodo di Fabretti nel loro utilizzo cfr. Orlandi 2006, pp. 108-109 con nt. 23.

  • 39

    Sulle relazioni tra Cuper e gli ambienti eruditi italiani cfr. Touber 2015, segnatamente pp. 96-99 per gli esordi della sua corrispondenza con Fabretti; Touber 2014, pp. 426-427.

  • 40

    Sullo straordinario successo editoriale dei Travels, a dispetto della censura eccezionalmente rigida cui il volume fu inizialmente sottoposto in Inghilterra, cfr. ad es. Clarke – Foxcroft 1907, p. 229.

  • 41

    Valéry 1846, t. II, pp. 88-90.

  • 42

    Le copie-omaggio dell’Iter Italicum, due delle quali destinate (in quest’ordine) a Ciampini e Fabretti, arrivarono a Roma tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1687: Valéry 1846, t. II, pp. 61-62.

  • 43

    Testo integrale della lettera, stampata senza luogo e data di edizione col titolo Lettre d’un abbé, écrite de Rome à Monsieur Baille, aucteur des Nouvelles de la République des Lettres, ora in https://bayle-correspondance.univ-st-etienne.fr/?Lettre-704-Emmanuel-Schelstrate-a&lang=fr (cfr. Ceyssens 1949, pp. 62-63); estratto e replica anonima in Histoire des Ouvrages des Savans, 3, Mai-Août 1688, pp. 38-50 Cfr. Herklotz 2011, pp. 223-224 e più ampiamente Herklotz 2019, pp. 119-121; notare che Touber 2014, pp. 426-427 confonde la replica di Schelstrate con la controreplica dell’anonimo, la cui identità è stata svelata solo di recente da Herklotz: come Fabretti non tardò a indovinare, l’autore era proprio quel «Pinelly» che lui stesso aveva scarrozzato per le catacombe della via Appia, ms. BAng 910, f. 13v, Fabretti a Enrico Noris, 7 agosto 1688; cfr. Herklotz 2019, p. 120 con nt. 50, da rivedere alla luce della nostra lettera («although I have been able to identify him as a certain Pinelli, I was unable to discover further information about him… Since he was an Italian living in Rome, however, he was probably a Catholic, which would make his dissent from the Roman Catholic tradition even more significant»). Come vedremo nella seconda parte di questo lavoro, non è da escludere che si sia trattato di un sabotaggio intenzionale da parte di Fabretti, che considerava Burnet un «amicus», e si teneva alla larga per principio dalle polemiche interconfessionali; istruttivo in tal senso uno scambio epistolare con Cuper di cui dà conto Touber 2014, p. 427.

  • 44

    BNF Fr. 19644, f. 83 = Valéry 1846, t. II, pp. 103-104.

  • 45

    Invano ho cercato le voci di cui ai primi tre quesiti nel Glossarium ad scriptores mediae et infimae Latinitatis pubblicato nel 1678, cui presumibilmente Fabretti fa riferimento.

  • 46

    Della provenienza di CIL VI, 10158 e 28237, che qui è detta nuper e loculo coemeteriali extracta, non si fa parola nella silloge stampata.

  • 47

    BNF Fr. 19644, f. 84 = Valéry 1846, II, pp. 105-106 (dove il nome di Auzout è storpiato ogni volta in «Aurout»).

  • 48

    «Dum ab Eminentissimo Domino Cardinali Gaspare de Carpineo Vicario Urbis ad extractionem, & custodiam Sacrarum Lipsanarum praepositus fui, munusque illud per triennium exercui, omnibus enim Inscriptionibus, tam Sacris, quam Paganicis in coemeteriis inventis, eo benigne concedente, potitus sum»; il triennio in questione è definito con precisione da Cuggiò 2016 [traduzione francese di un documento manoscritto del 1717], pp. 128-129. È semplicemente errata l’indicazione della durata della carica (un decennio) nella biografia di Crescimbeni, loc. cit. supra a nt. 19.

  • 49

    BNF Fr. 9632, nell’ordine: fasc. 39, c. 53 (ottobre 1689); fasc. 53, c. 98 (ottobre 1691); fasc. 40, c. 75 (aprile 1692).

  • 50

    ASCR, I-Rasc, Archivio Generale Notarile Urbano, s. XII, b. 41; AAV, Fondo Carpegna 65; http://www.enbach.eu/it/banche‐dati/collezioni‐digitali/testamenti/ciampini.aspx. Valéry 1846, t. III, nr. CCCIX (Estiennot a Mabillon, 22 luglio 1698), pp. 15-16; nr. CCCXLVIII (Estiennot a Mabillon, 9 settembre 1698), p. 36.

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