Abstract
In occasione dei 100 anni dell’Università di Firenze si ricostruisce il profilo dello studioso, con particolare riferimento ai classici che furono i suoi modelli, in un contesto socio-storico particolarmente ostile, che fu quello del Sessantotto.
On the occasion of the first centenary of the University of Florence, the scholar's profile is reconstructed, with particular reference to the classics that were his models, in a particularly hostile socio-historical context, that of 1968.
Parole chiave
Keywords
Il mio, del maestro Arnaldo Pizzorusso, sarà un ritratto in filigrana le cui linee sono tracciate attraverso di me, che sono andato alla sua ricerca, e il mio sguardo1.
Bei ritratti del maestro, del Professor Arnaldo Pizzorusso (29 maggio 1923-27 marzo 2012), sono stati tracciati da amici e colleghi, da Giovanna Angeli a Giorgetto Giorgi e Carlo Ossola2, i quali ne elencano i titoli di valore: Professore Emerito dell’Università di Firenze, Officier dans l’Ordre des Palmes Académiques, Legion d’Onore, Accademico linceo, Laurea honoris causa delle Università di Chicago e Reims per citarne solo alcuni; ed accanto a questi titoli l’attività di studioso e critico con riferimento al suo insegnamento di Lingua e Letteratura Francese.
Nella sua Commemorazione del Professor Arnaldo Pizzorusso promossa dalla Società Universitaria degli Studi di Lingua e Letteratura Francese, il collega Giorgetto Giorgi3 riassume bene i tratti di Pizzorusso che ha sempre coltivato il genere del saggio, della lettura analitica del testo, del sondaggio puntuale, l’analisi quindi piuttosto che la sintesi. Lo stesso Giorgi, come d’altronde altri lettori dei lavori critici di Pizzorusso, suddivide questi ultimi in due filoni: la teoria della letteratura e il genere autobiografico. Si ricorderanno, di questo secondo filone, Ai margini dell’autobiografia4 e Figure del soggetto5 che sfoceranno nella redazione autografica e autobiografica dei Quaderni di studio, pubblicati dal 2000 al 20086 in cui chi scrive dice io ma parla sostanzialmente di sé anche attraverso sue controfigure. Carlo Ossola, commemorando Pizzorusso ai Lincei, ha identificato una di queste con Seneca, un Seneca del XX secolo «capace – cito – di superare le aporie della datità […]» e ancora – cito – «la sua vita [aggiungo anche quella di insegnante e critico] assunta come una responsabilità continua». «Potremmo suggerire – scrive ancora Carlo Ossola – che il suo stile di vita abbia obbedito a una severa religione della coscienza»7.
L’attenzione rivolta da Arnaldo Pizzorusso all’io in letteratura e nella critica (anche quella di sé come critico) non è solo dimostrata dalla pubblicazione dei cinque Quaderni di studio. Nel 1992, all’interno del volume Quel piccolo cerchio di parole apparso in Italia per i tipi del Mulino8 a seguito delle lezioni al Collège de France su invito di Marc Fumaroli, una citazione come la seguente presa in prestito da un classico del Seicento, Guez de Balzac, mostra già, a quanto sostiene anche Giorgetto Giorgi nella succitata Commemorazione9, come il soggetto che si firma con questo nome, Guez de Balzac, altro non può essere che un’ulteriore controfigura del maestro:
Est-il possible […] que nous travaillions à la structure, et à la cadence d’une période, comme s’il y allait de notre vie, et de notre salut; comme si dans ce petit cercle de paroles nous devions trouver le souverain bien et la dernière félicité?10
Domanda a cui sembra rispondere Pierre Costar:
La passion des lettres est celle qui règne dans mon âme, et qui me défend de la tyrannie des autres; et ces ouvrages sont les seuls objets capables de la remplir. En quel état que je me trouve, ils me font heureux, et tant que je les lis je n’ai hors de là ni désirs ni crainte, et j’oublie qu’il y a d’autres plaisirs dans le monde11.
La dimensione religiosa della letteratura simboleggiata dalla sacralità del piccolo cerchio di parole giustifica, credo, la concezione che il maestro aveva della propria aula universitaria come haut lieu dello spirito; haut lieu che intendeva difendere o dalle incursioni esterne arrivando anche “senza timore alcuno” a chiuderla a chiave dall’interno per non essere disturbato con la propria classe dagli assalti degli studenti in rivolta nel Settantasette; o con la richiesta di un assoluto silenzio, per far risuonare solo la parola del testo con l’insegnante: dell’insegnante con gli studenti e degli studenti con il testo e l’insegnante stesso, in un circolo ermeneutico di grande efficacia.
Negli anni Settanta, con una recensione12 al volume di colui che era già per lui un maestro, volume intitolato Da Montaigne a Baudelaire. Prospettive e commenti13, l’allievo di Pisa purtroppo scomparso Giancarlo Fasano ne tracciava un profilo che nella mia rilettura presente ha chiarito l’immagine che mi ero fatto di Arnaldo Pizzorusso, da me scelto come Professore proprio in quegli anni Settanta. Un maestro caratterizzato dalla vocazione al testo, dalla prudenza e dal rigore nell’analisi, dalla coscienza dei limiti della critica contro ogni narcisismo interpretativo suo proprio o di altri critici, dalla ricerca di un’oggettività nell’esercizio critico – in opposizione alla crescente esaltazione in area francese (la nouvelle critique legata alle scienze umane) della soggettività profusa nel percorso ermeneutico. Da storico contestuale, preferiva il Racine di Picard frutto di tutta una documentazione archivistica al Racine di Barthes dalla patina freudiana con i personaggi maschili femminizzati e quelli femminili mascolinizzati. Eminente studioso delle teorie letterarie nel Sei-Settecento, con riguardo anche alla ricezione dei lettori contemporanei di quei secoli, Pizzorusso storico rifuggiva dalla Storia letteraria che considerava soltanto uno strumento di studio, un mezzo privo di cause e di fini, strumento non affidabile che andrebbe continuamente rimesso a punto. Come sottolineava Fasano, per il maestro, la lettura legata all’analisi testuale è il momento centrale della critica. Di fronte alla hybris del critico rispetto ad un momento del testo di difficile interpretazione, Arnaldo Pizzorusso preferisce l’astensione, atteggiamento che insegna ai propri studenti. Di fronte ai metodi provenienti dalle scienze umane, difende la lettura analitica del testo imponendo rigore, raccomandando prudenza, tramite l’essere sempre coscienti dell’impegno etico di chi fa critica, e l’esercizio di tolleranza del pensiero critico altrui. Per Pizzorusso i limiti dell’interpretazione non riguardavano solo l’atteggiamento da assumere da parte del professore critico ma dovevano essere oggetto d’insegnamento ai propri studenti. Lo stesso Fasano sottolinea quanto la scrittura critica di Pizzorusso in quegli anni dovesse ai dibattiti seminariali che si svolgevano nelle sue classi in cui il maestro si confrontava con i propri allievi in un circolo ermeneutico che secondo Giovanna Angeli evocava il rigore socratico dei Dialoghi platonici14.
Nel 1965 Arnaldo Pizzorusso è nominato professore ordinario di Lingua e Letteratura Francese presso la Facoltà di Lettere di Firenze dove rimarrà fino al suo pensionamento avvenuto nel 1993.
Sono stato allievo di Arnaldo Pizzorusso alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze dal 1969 al 1973. Mi sono laureato con lui sulla ricezione teatrale dell’Aminta del Tasso in Francia nei primi anni del Seicento il cui progetto è stato inizialmente rifiutato dal maestro perché troppo discosto dalla lettura puntuale dei testi e troppo vicino alla lettura del testo come spettacolo alla luce dell’insegnamento di Ludovico Zorzi altro maestro – trasgressivo nell’ottica pizzorussiana – che mi ero scelto alla Facoltà di Lettere come alter ego.
Dopo la parentesi del servizio militare, una borsa di addestramento didattico e scientifico mi apriva l’ingresso, anche se precario, e quindi pronto a richiudersi, tra i docenti dell’Istituto di Francese di piazza Brunelleschi. Nel 1981 sarò immesso in ruolo come ricercatore a tempo indeterminato e da questa data fino al 2019 proseguendo la carriera all’Università di Firenze sarò docente di Lingua e Letteratura Francese, Letteratura Francese, Storia del Teatro Francese. Nei miei corsi metterò a dura prova la tolleranza del maestro con il quale avevamo comunque qualcosa in comune. Ma molto ci divideva: le fiabe, il barocco nella sua profusione che contraddiceva “il piccolo cerchio di parole”, il teatro esistenzialista, il teatro neobarocco del Novecento (Paul Claudel per primo). Allievo infedele, ero attratto anche dalla storia letteraria, tanto da scriverne una nell’orgoglio di dominare dal mio punto di vista scrittori, generi, forme. Altra infedeltà, portare le scienze umane nei miei corsi e presentare esempi di critica psicoanalitica, simbolica, anche alla luce della psicologia del profondo junghiana; di illustrare l’esistenza di varie metodologie nell’idea di letture plurime di uno stesso testo, metodo che all’epoca era assai apprezzato in Francia.
Ma tornando al 1969 e alla mia iscrizione nella classe di Lingua e Letteratura Francese di Arnaldo Pizzorusso a Lettere, quell’anno fu un anno fatidico per me e in particolare fu fatidico l’11 dicembre, con la liberalizzazione degli accessi all’università. Nell’ideale di un chierico itinerante che era il mio non potendo percorrere l’Europa da un’università all’altra per seguire le lezioni dei maestri prescelti, ho trovato la mia piccola, grande Europa tra piazza Brunelleschi, sede della Facoltà di Lettere e Filosofia, e via del Parione, sede della Facoltà di Magistero. Da quell’11 dicembre ci si poteva iscrivere prima ad una poi all’altra, e viceversa, delle due Facoltà, scegliendosi i professori. Così a Magistero divenni allievo di Oreste Macrí, attratto dalle sue lezioni sulla poesia in cui non si temeva di utilizzare la linguistica di Saussure come strumento di analisi. Per la storia dell’arte, la mia scelta trasgressiva della norma della visione critica pizzorussiana che agiva in me è ricaduta una volta di più su Magistero dove insegnava la professoressa Giulia Sinibaldi, già direttrice del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, perché affrontava la sua disciplina alla luce degli scritti di Freud sull’arte e delle riflessioni di Jung sull’artista. A Magistero ritrovavo le scienze umane e la scuola critico-metodologica d’oltralpe che avevo imparato a conoscere e apprezzare all’Istituto Francese di Firenze dove Jean - Michel Gardair negli anni Settanta aveva difeso i nuovi metodi francesi applicati alla letteratura, soprattutto la psicanalisi (in quegli anni Michel David era presente all’Istituto con incontri e conferenze), contro la lettura analitica tradizionale del testo che Pizzorusso difendeva dalla sua cattedra in piazza Brunelleschi. Se da un lato a Magistero Noferi e Bigongiari sono diventati miei maestri tramite la conoscenza dei loro testi che ho imparato a leggere, dall’altro sono diventato uditore – e il maestro Pizzorusso era stato da me informato – di Alessandro Serpieri e Marcello Pagnini in quella che definivamo scuola di semiotica teatrale, perpetrando ripetuti tradimenti nei confronti del mio “faro”, Arnaldo Pizzorusso.
Il suo insegnamento seminariale costituiva per me l’occasione di una costante anamnesi sul mio ruolo di studente, di aspirante critico, di aspirante professore universitario. Il luogo che stimolava questa mia quotidiana anamnesi erano, come accennato, i seminari che il ’68 aveva imposto a Pizzorusso e che Pizzorusso aveva trasformato sotto la sua direzione in luogo di formazione e non di dibattito fine a se stesso, che si esauriva con il momento pur di per sé importante nella nuova didattica e critica universitaria della presa di parola da parte degli studenti. Da buon auriga platonico, dal suo carro che era la cattedra Pizzorusso tirava i nostri fili, risollevando verso le dimensioni dello spirito quelli di noi che, come il cavallo nero, rischiavano di perdersi, di cadere, di non avere più fiducia nella funzione critica, e quindi salvifica, della letteratura in particolare e della cultura in generale, oppure di farsi trascinare nella retorica delle parole seducenti per il proprio interlocutore. Nell’articolo intitolato Critique littéraire et enseignement; réflexions d’un professeur, uscito in «Études littéraires» nel 197015 ma redatto alcuni mesi prima, nel corso della fine del 1969, Pizzorusso sonda dall’interno il profondo valore formativo – anche dal punto di vista del mestiere del critico e dell’insegnante – dei seminari sviluppatisi con il Sessantotto al posto delle lezioni ex-cathedra. Nell’articolo, Arnaldo Pizzorusso accenna alla tipologia di uno studente che nelle circostanze propizie di un incontro seminariale e nella discussione che ne consegue prova «la tentation de maîtriser cet instrument indocile, si raide et si fuyant à la fois, qu’est la parole dans sa fonction immédiate de communication et de persuasion»16. La scienza, la coscienza, l’indagine e la riflessione critica lasciano così lo spazio alla retorica della persuasione disutile alla formazione perché non fondata sulla ragione e sull’eventuale dubbio, bensì, per lui, sulla vanità. Un giorno alla fine di un mio intervento al suo seminario su Stendhal prima dell’avvio della discussione con lui stesso e con i compagni della classe, aveva sottolineato la mia bravura nel leggere il testo di commento critico (che avevo scritto in francese con la supervisione della docente di Lingua, la Professoressa Maria Rosa Zambon), nel saperlo comunicare alla classe che aveva mostrato palesemente di apprezzarlo. Questo, che appariva un complimento, era in realtà un severo appunto gentilmente espresso circa la mia vocazione alla retorica “in barocco”.
Credo allora che si possa intendere come per me i seminari del maestro fossero esercizi “classici” dello spirito, della ragione, della prudenza, della sospensione, dell’attesa, più che manifestazione narcisistica della propria soggettività d’interprete di un oggetto testuale.
In Pizzorusso ho scelto a vent’anni l’altro da me; in realtà il tempo mi ha rivelato quanto fossimo più vicini nella continua ricerca dell’io compreso quello critico tramite i nostri amici comuni, i moralisti classici, i pessimisti come La Rochefoucauld, di preferenza. All’inizio, per correggermi nel mio barocchismo espansivo, retorico, ho ricercato la mia ombra, che differiva da me, il mio doppio. Ho scelto chi amava la brevitas (amore che ho presto scoperto essere anche il mio in realtà), il piccolo, perfetto, elaborato, cerchio di parole, la costante indagine su di sé come persona, come critico, come insegnante. Volevo, e ci sono, poi, riuscito, imparare a scrivere un saggio breve da chi ne era considerato uno dei maestri. Così ho scritto vari saggi il più possibile brevi nella loro essenzialità e condensazione. Da lui approvati si sono via via decantati in rivista. Successivamente, una volta maturati nella mente di chi li ha scritti anche grazie alle osservazioni dei lettori, si sono trasformati in altrettanti capitoli di un volume sulla tragicommedia barocca francese da redigersi nelle canoniche 250 pagine (idea del Libro perfetto secondo Pizzorusso), pubblicato in una delle sue due collane edite dalla Pacini di Pisa17. Differentemente da quanto Pizzorusso ha varie volte affermato e cioè di aver incontrato per caso sulla sua strada il suo maestro Giovanni Macchia, io personalmente ho cercato il mio maestro, mi sono iscritto ai suoi corsi che sono diventati per me luogo di una costante quête di me stesso come ricercatore-critico e come didatta. Preparazione alla formazione di una relazione critica, il seminario pizzorussiano era, come accennato, dialogo con i testi, dialogo degli studenti tra di loro, e dialogo tra il testo, gli studenti e il maestro, incontro proficuo anche tra generazioni in ambito universitario. Nel contesto dello scontro generazionale del ’68, il dialogo per Pizzorusso sostituisce quella che era stata nell’insegnamento precedente la trasmissione di ciò che era stato acquisito e di cui il professore si faceva garante con la sua autorità. Un dialogo che non porta con sé all’affermazione narcisistica della parola senza fondamento quanto all’uso auto-critico del linguaggio nel circolo ermeneutico che dovrebbe segnare la trasformazione epocale dell’insegnamento, nel nostro caso letterario, e della dimensione critica che è, secondo Pizzorusso, consustanziale alla letteratura. Ѐ qui che ritroviamo l’umanista e il moralista senechiano delineato da Carlo Ossola: la sapienza di Pizzorusso era dettata costantemente dalla necessità che «nulla dell’agire potesse apparire un vizio dell’io e nulla, nello scrivere [e aggiungerei nel dire] una protuberanza della verità della vanità»18, come poteva essere la mia nell’aneddoto che mi riguarda di giovane studente relatore in un seminario su Stendhal.
In conclusione, nel ricordare lo spirito di questo incontro improntato, come ne recita il titolo, a «Un secolo di eccellenza» e ai «Grandi umanisti dell’Università di Firenze», vorrei una volta di più fare mie le parole rivolte da Ossola al maestro al momento del commiato: «dobbiamo prepararci a far crescere, in questo XXI secolo, non solo la memoria dell’insigne francesista e comparatista, ma soprattutto la lezione di una sapienza antica che egli seppe rinnovare in una profonda meditazione sull’esistenza, sui limiti e sui compiti dell’umano […]»19.
Note
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Come si legge in una nota all’intervento: Per Arnaldo Pizzorusso: un Maestro e un Allievo alla svolta del Sessantotto e del Settantasette (Lombardi 2024), la presente è una versione breve di quel testo, presentato in occasione della giornata: «Due maestri di Letterature Neolatine: Oreste Macrí e Arnaldo Pizzorusso», tenutosi martedì 21 maggio 2024 nell’Aula Magna di Via Laura 48, nell’ambito delle celebrazioni per i cento anni dell’Università di Firenze.
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Cfr. Angeli 2012; Angeli 2013; Giorgi 2013; Ossola 2015.
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Giorgi 2013.
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Pizzorusso 1986.
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Pizzorusso 1996.
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Cfr., per le edizioni dei Quaderni di studio, l’articolo di Michela Landi, infra.
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Ossola 2014.
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Pizzorusso 1992.
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Giorgi 2013.
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Guez de Balzac, lettera a Jean Chapelain, in: Balzac 1972, p. 247. Citato in: Pizzorusso 1992, p. 60.
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Balzac 1665, p. 626, citata in: Pizzorusso 1992, p. 61. Vedi il commento di G. Giorgi, accolto a conclusione della sua Commemorazione: «Penso che Arnaldo Pizzorusso, nel citare questi suggestivi passi, ci parlasse, in ultima analisi, anche un po’ di se stesso» (Giorgi 2013).
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Fasano 1973.
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Pizzorusso 1971.
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Angeli 2013, p. 249.
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Pizzorusso 1970.
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Ivi, p. 193.
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Lombardi 2010. Si tratta della collana «Saggi critici», allora diretta da A. Pizzorusso e E. Raimondi.
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Ossola 2014.
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Ibidem.
Bibliografia
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Angeli 2005 = Giovanna angeli, Pizzorusso, Arnaldo, in Dizionario Biografico degli Italiani-Volume 84. https://www.treccani.it/enciclopedia/arnaldo-pizzorusso_(Dizionario-Biografico).
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Angeli 2012 = Giovanna Angeli, Per Arnaldo Pizzorusso. Comunicazione per il Seminario di Filologia francese, Pisa, 23 novembre.
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Angeli 2013 = Giovanna Angeli, In memoriam Arnaldo Pizzorusso, in «Revue d’histoire littéraire de la France», CXIII, 1, pp. 247-250.
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Balzac 1665 = Guez de Balzac-Valentin Conrart, Œuvres de Monsieur de Balzac divisées en deux tomes, t. 1, à Paris, chez Thomas Jolly, 1665.
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Balzac 1972 = Guez de Balzac, Les Entretiens (1657), t. 1., éd. Bernard Beugnot, Paris, Classiques Garnier.
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Fasano 1973 = Giancarlo Fasano, recensione ad Arnaldo Pizzorusso, Da Montaigne a Baudelaire: prospettive e commenti, «Belfagor» a. 28, n. 5, settembre 1973, pp. 623-628.
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Giorgi 2013 = Commemorazione prof. Arnaldo Pizzorusso (Società Universitaria per lo Studio della Lingua e della Letteratura francese-SUSLLF, 17 gennaio 2013): https://www.francesisti.it/node/5088.
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Lombardi 2010 = Marco Lombardi, Processo al teatro. La tragicommedia barocca e i suoi mostri, Pisa, Pacini.
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Lombardi 2024 = Marco Lombardi, Per Arnaldo Pizzorusso: un Maestro e un Allievo alla svolta del Sessantotto e del Settantasette, portale dell’Associazione Amici dell’Istituto Francese (AAIFF) https://www.aaiff.it/doc/pizzorusso_2024/4_lombardi_pizzorusso_v3.pdf.
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Ossola 2014 = Ciò che debbo ad Arnaldo Pizzorusso. Commemorazione tenuta presso l’Accademia nazionale dei Lincei, 22 giugno 2012, in Rendiconti Lincei. Scienze morali, storiche e filologiche. Serie IX-vol. 25. http://www.lincei.it/ files/documenti/Ossola_22-6-2012.
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Pizzorusso 1970 = Arnaldo Pizzorusso, Critique littéraire et enseignement; réflexions d’un professeur, «Études littéraires», volume 3, numéro 2, août 1970, pp. 191-202. Consultabile alla pagina: https://www.erudit.org/fr/revues/etudlitt/1970-v3-n2-etudlitt2185/500129ar.pdf.
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Pizzorusso 1971 = Arnaldo Pizzorusso, Da Montaigne a Baudelaire. Prospettive e commenti, Roma, Bulzoni.
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Pizzorusso 1986 = Arnaldo Pizzorusso, Ai margini dell’autobiografia. Studi francesi, Bologna, Il Mulino.
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Pizzorusso 1992 = Arnaldo Pizzorusso, Quel piccolo cerchio di parole. Elementi di una poetica letteraria nel Seicento francese, Bologna, Il Mulino.
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Pizzorusso 1996 = Arnaldo Pizzorusso, Figure del soggetto, Pisa, Pacini.
Informazioni
- Data ricezione: 01/05/2025
- Data accettazione: 28/01/2026
- Data pubblicazione: 16/02/2026
- DOI: 10.35948/DILEF/2026.4399
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